venerdì 6 marzo 2009

JOLAO IL SARDO -- romanzo storico di F. Bruno Vacca







JOLAO
Il Sardo

320 Pagine formato 17 cm. x 24 x cm.

Prezzo Euro 16

Romanzo storico ambientato in Epoca Nuragica nella riesumazione 
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vaccabruno@gmail.com

Formato 17 cm. x 24 cm , 320 pqgine




Capitolo I
 
 
Io Jolao mi sono destato da un dolce e profondo sonno senza sogni, durato chissà quanto, per ritrovare me stesso in uno stato confusionale di coscienza mista ad incoscienza che nulla ha di normale perché, anche se vedo e capisco tutto ciò che è intorno a me, non ricordo nè da dove vengo, nè quando e dove mi sono addormentato.
So di essere sveglio, ma stranamente non avverto le normali sensazioni che solitamente ho del mio corpo; non sento nè i miei arti, nè il mio capo e con esso tutto il resto del corpo.
Mi sembra di non avere nè labbra per parlare, nè occhi per vedere e, così pure, orecchie per udire, anche se ho la certezza di poter parlare, vedere ed udire.
Non sento più il mio respiro e il battito del mio cuore; mentre allo stesso tempo mi sento anche semi cosciente perché non riesco a capire dove mi trovo.
Tuttavia, anche se non so dove sono, ho la chiara percezione di essere in un luogo al di fuori della realtà in cui sono sempre vissuto.
E’ un luogo strano che ha dell’irreale poiché mi appare come uno spazio indefinito senza precisi contorni; è un luogo che sembra completamente avvolto dalla nebbia, dove non c’è alcun punto di riferimento perché non riesco a vedere nè la terra con i suoi alberi, le sue pianure e le sue montagne, nè il cielo con le sue nuvole e con il sole, nè il mare con le sue onde.
Poichè, ad un certo punto, ciò inizia a destare in ime un disagio, mi muovo rapidamente in ogni direzione per allontanarmi da quel luogo; voglio fuggire da quel denso grigiore nebuloso, poichè esso rendendosi sempre più intenso fa sorgere in me un senso di angoscia misto a timore.
Ma poi, mentre il timore tende a trasformarsi in un vero e proprio spavento, ansiosamente continuo a muovermi da una parte all’altra sperando d’incontrare qualcuno che mi guidi nel farmi ritrovare la natura che ho sempre conosciuto.
Ben presto mi rendo conto che ogni mio sforzo per fuggire lontano da questo posto orribile è inutile, poiché esso sembra delimitato dal nulla sino all’infinito; alla fine, vengo colto, prima dalla disperazione e, poi, da un vero e proprio panico molto simile a quello che si prova quando si è in preda ad un incubo spaventoso.
Mentre questo senso di panico si diventa sempre più intenso sino al punto di annichilire il mio io, quasi d’incanto, improvvisamente mi sento sollevare al di sopra di quel grigiore da una forza misteriosa; è come se tante persone amiche ed invisibili, mi spingessero con tutte le loro forze per farmi evadere da questo luogo orribile per farmi ritrovare alla fine in un nuovo luogo .
E’ un luogo più piacevole e rassicurante dove brilla una dolce e tiepida luce, anche se non c’è il sole e dove, anche se non c’è il mare, spira una fresca brezza marina e risuona un fragore simile a quello delle onde che si infrangono contro gli scogli.
Qui tutto è diverso dal luogo in cui mi trovavo prima; ora ho, nel più profondo del mio io, la chiara sensazione che ci sia tutto, anche se intorno a me non vedo nulla; non c’è nulla che mi infastidisce o che crei in me disagio e disappunto; anzi è proprio un luogo che desta in me una grande serenità.
Il senso di panico provato prima è scomparso e mi sento piacevolmente rilassato e tranquillo; sento anche in me una tale leggerezza che mi inebria totalmente perché mi lascia credere che, al solo volerlo, posso librarmi in aria leggero come una piuma o di volare più veloce delle stridule rondini che sfrecciano nel cielo quando in primavera fanno ritorno ai loro nidi da lontane contrade che si trovano a sud oltre il mare.
In questo stupendo ed insolito stato di leggerezza, sento di esistere ancora, ma con sensazioni molto diverse da quelle, sinora, avvertite nel corso della mia vita: ritrovo in me una capacità di di percezione che è mille e mille volte ancora più grande di quella che normalmente ho sempre posseduto poiché ho la sicurezza di poter abbracciare e capire la realtà dell’intero universo con tutta la grandiosa molteplicità della vita che pulsa in esso.
Cos’ì inspiegabilmente mi convinco di trovarmi in un luogo dove è presente tutto il meglio di ciò che mi è sempre piaciuto; pertanto, via via che la mia vista va esplorando ogni suo angolo vicino e lontano, rivivo intensamente ogni sensazione piacevole del mio passato.
Rivivo, quasi in modo piacevolmente eccitato, i giuochi delle mia fanciullezza, le ore spensierate ed allegre della mia giovinezza, gli abbracci, i baci e le carezze passionali che ho dato e ricevuto dalle donne che ho amato e le soddisfazioni che hanno accompagnato i successi della mia carriera.
Rivivo, soprattutto, la gioia esaltante delle vittorie che ho conseguito nelle piccole e nelle grandi battaglie e l’orgogliosa e vanitosa soddisfazione che ho provato quando il mio nome veniva esaltato e lodato dalle acclamazioni delle mie truppe e dal ludibrio festoso delle folle che assistevano alle parate militari dei miei trionfi.
Risento, oltre che il piacere che ho sempre provato ogni qualvolta la brezza marina ha accarezzato il mio volto, l’inebriante profumo primaverile della campagna in fiore, la dolce tristezza che hanno sempre destato in me gli infuocati tramonti della mia terra; quei tramonti che hanno sempre destato nella mia anima il desiderio di seguire il sole oltre il lontano orizzonte per vedere se c’era un mondo migliore di quello quotidiano.
A queste sensazioni fa anche seguito il senso di libertà che ho provato ogni volta che il mio sguardo incantato è stato rapito dalla visione dell’infinita bellezza di un limpido cielo stellato.
Mentre tutte queste sensazioni eccitano piacevolmente la mia anima, mi rendo conto di trovarmi in un luogo in cui sembra che siano custoditi i momenti migliori della mia vita.
Anche qui mi aggiro cercando un qualcosa che mi ricolleghi alla mia normale esistenza quotidiana, ma anche se stranamente ricordo tutti i momenti più lieti o felici della mia vita, non vedo, tuttavia, alcunchè di reale.
Vedo, invece, all’improvviso, scorrere innanzi a me tutta la mia esistenza come davanti ad un gigantesco scenario di cui io ed io solo, allo stesso tempo, sono non solo l’unico spettatore, ma anche il protagonista principale.
Tutto il mio passato inizia a scorrere progressivamente innanzi alla mia coscienza a partire dal giorno in cui sono nato con tutte le percezioni, stati d’animo, pensieri e sentimenti che io ho provato; scorrono innanzi a me, non solo avvenimenti da tempo completamente dimenticati, ma anche tutto ciò che ho detto e fatto nell’occasione; rivedo ogni azione che ho compiuto nel corso della mia vita con tutto il male ed il bene che ho fatto non solo agli altri ma anche a me stesso sotto una luce ed una comprensione ben diverse da quelle in cui ho vissuto.
Dei miei giorni andati, oltre i più importanti avvenimenti, vedo anche quelli che ritenevo insignificanti e mi rendo conto che molti di questi ultimi hanno avuto nella mia vita un peso determinante.
Io Jolao sono nato nella sacra terra dei Sardi che è anche la terra che ho tanto amato e che amerò oltre me stesso perché essa sempre è stata e sarà la parte più importante della mia anima.
Sono nato in quella grande isola che si trova al centro del mare fra il settimo e l’ottavo arco occidentale, di fronte ed a breve distanza dalla calda e sconfinata Terra dei Libu dai biondi e lunghi capelli, dove presso il deserto trovi talvolta le verdi palme dei dolci datteri.
Sono nato 45 anni or sono in nella stupenda isola che dai Sardi prende nome di Sardinia ed è indicata dalle genti vicine e lontane come Terra dei Re del mare o Grande Verde perché le sue navi controllano il mare da oriente ad occidente e da nord a sud e perché la maggior parte del suo territorio appare colorata di un verde quasi perenne delle coltivazioni che danno due raccolti all’anno e dei boschi secolari che si estendono dalle coste alle montagne, entro i quali abbondano cervi, cinghiali e piccoli e veloci cavalli selvatici dalle brune criniere.
Sono venuto al mondo in un piccolo abitato lontano dalle coste che si chiama Asun ubicato in una piccola vallata dominata da un non vasto altipiano chiamato Orrile compreso in quella regione centro meridionale dell’Isola che appartiene a quei Sardi che da un loro antico e glorioso antenato si fanno chiamare Ardai ai quali io sono sempre stato orgoglioso di appartenere.
Sono stato partorito nel cuore della notte di un giorno maledettamente infausto che era stato preannunciato in tutta l’Isola da numerosi, insoliti e gravi avvenimenti premonitori di un terribile e quanto mai funesto evento che colpì tutto l’intero popolo dei Sardi e con esso anche gli Ardai.
La notte che precedette quella della mia nascita, la Terra dei Re del Mare, da un capo all’altro, venne sconvolta da un rovinoso temporale che portò un disastroso nubifragio di cui a memoria d’uomo non si ricordava l’uguale, nel corso del quale in molte località, mentre si verificava il sinistro prodigio di una pioggia dal colore uguale a quello del sangue, la terra tremò ripetutamente per cui in vari abitati non solo crollarono molte case ma anche alcuni grossi nuraghi vicini e lontani furono lesionati.
In quella terribile notte nell’Isola si scatenarono rovinosamente le forze della natura e quelle degli inferi poichè alla luce dei lampi, le ombre dei morti con sembianze alterate dal terrore, furono viste un pò ovunque, uscire dai loro sepolcri per arrampicarsi nei picchi rocciosi emettendo urla spaventose che risuonarono ovunque fra i sibili del vento, i tuoni assordanti e lo scrosciare della pioggia.
Si verificarono dei fatti soprannaturali, mai uditi prima, anche in molti santuari isolani dove vengono venerati i corpi ancora integri dei nostri più grandi eroi che con aspetto di persone dormienti paiono aver vinto la morte per tramandare ai posteri la storia gloriosa del popolo dei Sardi.
Si narra, infatti, che, dopo la terribile tempesta di quella notte, molti di essi siano stati ritrovati nelle loro cripte con il volto irrigato da lacrime di sangue stillate da i loro occhi anche se chiusi dal sonno della morte.
In quella terribile notte, anche ad Asun e nel suo circondario si verificarono sconvolgenti fenomeni soprannaturali che impaurirono oltremodo la gente: tre folgori susseguenti, con fragorosi boati, colpirono nell’abitato le tre alte e sacre stele di pietra per abbatterle a terra una dopo l’altra.
Alla fine del temporale, quando una sacerdotessa, al primo sorgere del sole, entrò nella sacra dimora del dio Maimone per attingere dal pozzo sacro l’acqua necessaria per celebrare il rito del mattino, riscontrò che le sue limpide e cristalline acque erano diventate torbide e del colore del sangue.
Inoltre, sempre nel primo mattino del giorno in cui io sono nato, alcuni pastori allarmati e trafelati erano giunti di corsa in paese per riferire che un fulmine aveva scoperchiato la non lontana sacra tomba dei notabili e che nella sua esedra i corvi avevano fatto grande scempio delle offerte votive destinate ai defunti.
Infine , due fulmini, uno dopo l’altro avevano colpito e abbattuto rovinosamente la sacra e alta stele della fertilità che era stata eretta presso l’ingresso dell’abitato
Questi ed altri episodi insoliti avevano convinto le sacerdotesse del dio Maimone che qualcosa di veramente grave stava per succedere nell’Isola.
La gente dappertutto, appena spuntò il sole, si alzò ed uscì per le strade per parlare di quella terribile notte, mentre via via arrivavano le notizie dei gravi danni e dei nefasti prodigi che si erano verificati un pò dappertutto, incominciò ad impaurirsi e ad essere molto preoccupata perché si era convinta che quel giorno avrebbe portato una qualche grossa afflizione a tutto il popolo dei Sardi.
Tuttavia, dopo che le sacerdotesse celebrarono i riti per scongiurare i cattivi presagi, nel corso dei quali furono rialzati i sacri pilastri che erano stati abbattuti dai fulmini e furono rinnovate le offerte votive destinate ai defunti, tutti si dedicarono alle loro solite mansioni quotidiane un pò più tranquillamente, anche perché il tempo si era rimesso a posto e si prospettava una bellissima giornata.
Infatti, dopo le prime luci dell’alba, si era levato un dolce venticello che progressivamente andava spazzando via dal cielo le ultime nuvole cariche di pioggia, permettendo così al sole di intiepidire quella mattinata.
La giornata, comunque, trascorse senza che si verificasse alcunchè di insolito o di grave, sino a qualche ora prima del tramonto; cioè sino a quando i contadini, alla fine della loro giornata lavorativa, dopo aver deposto i loro attrezzi di lavoro, stavano abbandonando i campi per fare ritorno alle loro case; infatti, sullo sfondo dell’orizzonte, proprio poco prima del tramonto, a partire da meridione, mentre il cielo incominciava ad imbrunire e a ricoprirsi ancora una volta di grosse e oscure nubi che preannunciavano l’arrivo di un nuovo temporale, apparvero, prima vaghi e sporadici e, poi, sempre più frequenti, dei segnali luminosi.
Erano piccole luci intermittenti di fuochi che in successione apparvero in ogni altura vicina e lontana ripetuti da un nuraghe all’altro per trasmettere le comunicazioni importanti
nel lungo e nel largo di tutto il territorio isolano.
Ovunque la gente era uscita nelle strade per salire nei punti più alti degli abitati da dove era visibile l’orizzonte o la campagna circostante, per osservare sbigottita il quasi interminabile susseguirsi di quei segnali, mentre il cielo ormai diventato completamente oscuro, di tanto in tanto, si accendeva, con echi di tuoni lontani, d’improvvisi lampi che annunciavano che il tempo si stava riguastando.
Un nuovo e forte temporale esteso a vasto raggio, più intenso di quello della notte precedente, stava arrivando, ma nessuno pareva farci molto caso perchè tutti erano molto preoccupati per quei segnali e li guardavano quasi con timore, intuendo che essi stavano comunicando niente di buono; tutti pensavano, cioè, che qualcosa di molto grave era accaduta o stava per accadere poichè mai i segnali trasmessi dai nuraghi erano stati così intensi; mai erano durati tanto a lungo.
Ben presto il timore della gente si rivelò fondato perchè ogni abitato, dopo che la popolazione fu richiamata nella piazza centrale dagli squilli del corno del pubblico banditore per essere informata sul contenuto di quelle comunicazioni, fu triste teatro di scene strazianti: molte persone piangendo si abbracciavano le une con le altre; molte furono le donne che caddero svenute, mentre numerose altre si inginocchiarono singhiozzando e con grida strazianti che nulla avevano di umano, disperatamente incominciarono a strapparsi i capelli, a graffiarsi il volto e a battersi il capo con i pugni.
Ciò perchè quei segnali luminosi comunicavano  che un terribile evento si era abbattuto su tutto il popolo dei Sardi: un grande lutto aveva colpito l’intera Isola per portare dolore, pianto e disperazione quasi in ogni famiglia.
Essi, infatti, comunicavano a tutta la popolazione isolana che quel pomeriggio numerosi colombi viaggiatori, partititi da vari centri di comunicazione disposti dai Sardi lungo le coste della Terra dei Libu, erano arrivati a Karalitzu per portare la triste notizia di un grande disastro militare subito dalla coalizione dei Libu e dei Sardi.
Quei messaggi avevano, infatti, fatto sapere che Merenptah , il grande re della Terra di Kem che tutti chiamano anche Egitto, dopo avere sconfitto nei confini occidentali del suo impero un grande esercito dei Libu comandato da Marywer, aveva completamente distrutto in una battaglia navale la numerosa flotta sarda comandata dal nostro Gran Duru Brauro e con essa tutta la nostra grande armata che vi era imbarcata.
Era la stessa flotta di oltre 400 navi provenienti da ogni centro costiero isolano. che, sotto il comando supremo di Brauro, otto mesi prima si era radunata nel grande Golfo di Karalitzu per partire alla conquista, prima, delle isole d’oriente e, poi,. della vasta terra di Hati che si affaccia sul mare davanti ad esse.
Infatti, un grosso esercito, costituito da oltre cinquantamila abili e valorosi guerrieri, che comprendeva il meglio della gioventù maschile sarda, era imbarcato in quella flotta e questo, dopo avere conquistato molte isole grandi e piccole, insieme con altri alleati, era sbarcato nella terra dei Keretim, per puntare poi verso la vasta terra degli Hittiti dove aveva abbattuto il loro impero.
Gli stessi Sardi, nei mesi successivi, hanno occupato il paese di Canaan per assalire poi dalla terra e dal mare l’Egitto.
I messaggi trasmessi riferivano che di quella grande armata sarda si erano salvate solo quelle poche migliaia di uomini che erano stati lasciati di guarnigione nelle terre già occupate.
Si seppe, poi, i guerrieri sardi che non erano caduti nel corso della battaglia in cui affrontarono le forze di Meremptah, a migliaia erano stati fatti prigionieri per essere portati a Tebe, capitale della Terra di Kem dove, dopo avere seguito il carro da guerra del grande faraone nel suo ingresso trionfale, quale monito a tutti i nemici degli Egizi, furono, in parte, dati in pasto ai coccodrilli che infestano le acque del Nilo, ed in parte, appesi per i piedi alle mura che circondano le città per essere lasciati morire essiccati sotto il cocente sole egiziano.
Anche la piazza della piccola cittadella di Asun, come le altre piazze di ogni abitato isolano in quella triste e luttuosa occasione fu teatro di un grande dolore, quando la popolazione venne informata dalla viva voce la notizia del banditore del disastro militare subito dai Sardi poichè diverse dozzine di giovani guerrieri del luogo facevano parte della armata di Brauro.
La gente, però, ad Asun non si trattenne molto in piazza sfogando il proprio dolore o il cordoglio per i propri caduti in guerra, non tanto perchè erano già calate le tenebre della notte, ma perchè, mentre veniva sferzata in viso da forti raffiche di vento ed il cielo si accendeva a giorno per i lampi, incominciò a cadere una fitta pioggia mista a grandine.
Era un diluvio che diede luogo ad un generale fuggi fuggi dei presenti che corsero frettolosamente a rifugiarsi nelle proprie abitazioni dove per tutta la notte sfogarono nella tristezza e nel pianto il dolore per tutti coloro che mai più avrebbero fatto ritorno alla loro terra e alle loro famiglie.
Così anche quella notte su Asun si erano scatenate le nuove ire del cielo con un’altra pioggia che si faceva sempre più fitta, mentre l’ululare del vento pareva un canto funebre della natura che esprimeva il cordoglio per la tragica sciagura che aveva colpito i Sardi.
Pioveva a dirotto e sembrava che nella buia piazza non ci fosse più nessuno ma, di tanto in tanto, la luce abbagliante dei lampi accompagnati dai cupi boati dei tuoni, illuminava la figura di una giovane donna che impietrita dal dolore era rimasta inginocchiata in quel luogo anche quando questo era stato abbandonato da tutti; mentre le gocce di pioggia che sferzavano il suo volto si confondevano con le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi.
Quella giovane donna era mia madre Neana, la figlia di Nugreo l’uomo che, per la sua onestà e per le sue grandi capacità, era il personaggio più importante non solo di Asun ma anche di tutto il suo circondario; la figlia dell’uomo che da oltre vent’anni era costantemente rieletto all’unanimità per guidare ed amministrare la vita pubblica della zona.
Mia madre era come impietrita dal dolore perchè, dalie parole del banditore, aveva capito che, con i suoi due fratelli maggiori, era morto anche Irgo,i’l’uomo che lei aveva amato ed ancora amava più di se stessa; aveva capito che era morto anche mio padre, l’uomo a cui ella si era concessa e che, anche se le aveva promesso che l’avrebbe sposata a breve termine, un mese dopo l’aveva abbandonata per partire per la guerra in cerca di gloria.
La notizia della morte di Irgoi e dei suoi fratelli le aveva, quindi, arrecato un dolore tanto sconvolgente da ridurla in uno stato di confusione confinante con la pazzia e, pertanto, ella, piangendo e con gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto, quasi che il suo spirito lottasse disperatamente per fuggire dalla realtà per non accettare quella sconvolgente notizia che aveva appreso dal banditore.
Neana, rimase a lungo sola in quella piazza sotto lo scrosciare della pioggia quasi senza rendersi conto nè dove era, nè delle condizioni in cui si trovava.
Vi rimase sino a quando la piazza fu attraversata dal vecchio pastore Urpu, che era solito lasciare il suo ovile molto sul tardi per rincasare a notte inoltrata, dopo essersi avvicinato a lei ed aver tentato inutilmente di farla alzare da terra per condurla al riparo dalla pioggia, prima la coprì col suo mantello impermeabile d’orbace e, poi, corse ad avvisare i suoi familiari.
Poco dopo, infatti, accompagnate dallo stesso Urpu, tutte trafelate, arrivarono sul posto la moglie di Nugreo, Arghia e la figlia minore Eria, che era una ragazzina di quattordici anni, per trovare Neana completamente accasciata in una larga pozzanghera formata dalla pioggia.
Arghia, ripetutamente con voce angosciata la chiamò per nome, ma ella non rispose; non era svenuta ma si trovava in uno stato di incoscienza e quasi farneticando le sue labbra bisbigliavano il nome di Irgoi accompagnandolo con altre parole che costituivano ora delle appassionate frasi d’amore ed ora duri rimproveri per essere stata da lui abbandonata.
Allora, Arghia con gli occhi umidi di pianto, con l’aiuto di Eria e del vecchio Urpu, prendendola per le braccia sollevò la figlia e faticosamente la portarono a casa, sempre sotto lo scrosciare della pioggia e le sferzanti raffiche di vento.
Non era trascorso che un breve tempo da quando Neana era stata riportata a casa ed il vecchio Urpu se ne era andato per fare frettolosamente ritorno alla sua casa, quando al suo interno risuonarono dei gemiti di dolore che furono seguiti da un parlare concitato quasi sottovoce di Arghia che durò solo pochi istanti poichè fu interrotto da una imprecazione irata di Nugreo.
Era successo che Arghia, nello spogliare la figlia Neana dalle vesti intrise di pioggia, aveva scoperto non solo che ella aveva abilmente nascosto uno stato di gravidanza avvolgendo strettamente il suo ventre con bende di lino, ma anche che stava per partorire.
Poi tutto fu silenzio per un tempo brevissimo poiché l’uscio della casa si aprì con un cigolio per lasciare uscire ancora una volta Eria, la quale quasi di corsa attraversò le viuzze dell’abitato dirigendosi verso la periferia dove tutta agitata si fermò davanti ad una modesta abitazione per bussare ripetutamente al suo uscio sinchè venne ad aprirle una donna di media età reggendo in mano una lucerna ad olio che accostò subito al volto della ragazzina e appena la riconobbe esclamò:
" Sei tu Eria! Che vuoi a quest’ora così tarda ? "
" Izzana vieni in fretta a casa! C’è urgente bisogno di te perché mia sorella Neana sta molto male. "
Sono nato un’ora dopo che Izzana varcò l’uscio della casa di Nugreo, proprio poco prima della mezzanotte.
Sono nato quasi di nascosto, inatteso ed indesiderato da tutti, alla fine di una giorno maledettamente infausto, in una casa piena di lutto e di triste dolore dove nessuno poteva o voleva gioire per la mia nascita; pertanto, i miei primi vagiti vennero accolti, non con vezzi o dolci e gioiose parole, ma dai boati dei tuoni, dal sibilare del vento e dallo scrosciare della pioggia di quella notte di tempesta.
Sono, quindi, nato sicuramente sotto una cattiva stella e ciò spiega la ragione per cui appena venni partorito, tutti nella mia famiglia mi hanno respinto per una ragione o l’altra.
Così, quando Izzana, dopo aver reciso il cordone ombelicale, mi mostrò a mia madre che nel frattempo aveva riacquistato i sensi per i dolori del parto, esclamando:
" E’ un bel maschio! "
Neana, volgendo il suo volto da parte opposta per non vedermi, singhiozzando le rispose:
" Portalo subito via perchè non voglio nemmeno vederlo! "
Izzana a queste parole, continuando a reggermi fra le sue mani, rimase quasi impietrita dallo stupore perché, sino ad allora, anche se aveva assistito un grande numero di partorienti, mai le era capitato che una madre avesse respinto il figlio appena nato; pertanto, si convinse che Neana doveva essere uscita di senno.
Io ora so che fece questa terribile azione contro natura per non soffrire più, perchè ben sapeva che con la sola mia immagine le avrei fatto ricordare per sempre l’uomo che l’aveva ingannata e l’aveva fatta tanto soffrire; sapeva che io le avrei ricordato per il resto della sua vita l’amore e la felicità che aveva perduto quando mio padre partendo per la guerra si era rifiutato di trascorrere il resto della sua vita accanto a lei.
Mi respinse anche perchè, avendo tradito la fiducia che era stata riposta in lei, temeva, oltre che le ire di suo padre, anche la vergogna ed il disonore che sarebbe ricaduto sulla sua famiglia per avermi concepito al di fuori del matrimonio.
Izzana, dopo essere rimasta alcuni istanti immobile pensando alla snaturata ingiunzione di mia madre, prima trasalì e, poi, silenziosamente con un’espressione di vivo disappunto le voltò le spalle e, dopo avermi ben lavato, asciugato ed avvolto con un candido lenzuolo che aveva fatto riscaldare presso il focolare, tenendomi fra le braccia, uscì dalla stanza per portarmi nella stanza attigua dove presso il focolare, seduto su uno scanno vi era Nugreo che tutto ripiegato su se stesso con i gomiti poggiati sulle gambe, si reggeva il capo con le mani, mentre con gli occhi arrossati dal pianto fissava silenziosamente i tizzoni ardenti; seduta accanto a lui la sua compagna, anche lei con gli occhi umidi di pianto, cercava di consolarlo con parole di conforto pronunciate sommessamente a bassa voce mentre gli accarezzava la grigia capigliatura.
Anche se Izzana si accostò ai due tossendo per denunciare la sua presenza, essi non parvero accorgersi, nè di lei, nè dei miei vagiti e, pertanto, ella dopo essere rimasta silenziosa alcuni istanti, a voce alta esclamò:
" Vostra figlia non lo vuole! Nugreo dimmi cosa devo farne ? "
Allora mia nonna Arghia voltandosi quasi di scatto fece l’atto di alzarsi per venire a prendermi fra le sue braccia, ma subito il marito trattenendola per un lembo della veste e senza nemmeno voltarsi, con un penoso sospiro e con voce rauca quasi parlando a se stesso esclamò:
" Alla fine di questo maledetto giorno, non bastava la notizia della morte dei miei due figli, non ci mancava che la sua nascita! "
Quindi, tacque per qualche istante per aggiungere, poi, con tono quasi stizzito:
" Quel bambino, oltre che essere figlio della colpa, è nato sotto un cattivo auspicio perché con lui è arrivata la disgrazia, non solo nella mia casa, ma anche nella nostra terra. Non farmelo nemmeno vedere! Portatelo via, pensaci tu e fai in modo che nessuno sappia che è figlio di Neana e sarai bene ricompensata ."
Allora, Arghia, dopo aver abbassato remissivamente il capo in segno di sottomissione al volere del marito, prese da una cassapanca una calda copertina di morbide ed impermeabili pelli di capretto e la diede ad Izzana per ripararmi dalla pioggia mentre, quasi furtivamente e senza essere vista dal marito, riusciva a darmi un suo caldo ed affettuoso bacio sulla fronte.
Così, Izzana, dopo avermi ben avvolto con quella copertina, nel pieno della notte, uscì silenziosamente da quella casa e poiché la pioggia andava facendosi più intensa, ella stringendomi fortemente al suo petto, mi riparò ulteriormente con un lembo della sua mantellina e quasi di corsa attraversò le vie deserte di Asun per raggiungere la sua abitazione il più rapidamente possibile.
Questa era una semplice costruzione circolare sormontata da una copertura conica e al suo interno conteneva un unico ambiente illuminato dalla tenue luce di una lucerna ad oli.
.La donna, appena entrò in casa, si avvicinò ad una stuoia stesa sul rialzo del pavimento, dove dormivano abbracciati l’uno a l’altro i suoi due bambini: Gidili e Isele aventi rispettivamente quattro anni ed due anni.
Dopo essersi assicurata che il loro sonno era tranquillo, incurante del fatto che era completamente bagnata dalla testa ai piedi, prima di asciugarsi, si preoccupò di svolgere la copertina di pelli di capretto per constatare che essa mi aveva tenuto ben asciutto per cui mi depose nella culla a dondolo dove, di solito, dormiva il piccolo Isele il quale, quella notte, durante l’assenza di Izzana, forse impaurito dai tuoni, ne era saltato fuori per andare a dormire vicino al fratello maggiore.
Poi, quando ella si toglieva da dosso la veste grondante d’acqua per indossare una lunga camicia di candido lino, io incominciai a piangere ed ella, allora, per farmi acquietare mi riprese fra le sue braccia e dolcemente mi accosto al suo seno per allattarmi amorevolmente e, a voce bassa, mi cantò una ninna nanna sino a quando io, sazio del suo latte, mi addormentai.
Izzana quella notte, si stese in una stuoia accanto ai figli, ma riuscì a dormire poco o niente perché la sua mente era assillata dal mio problema.
Il fatto che fossi stato respinto dai miei familiari l’aveva profondamente turbata e aveva per me un sentimento che stava fra la tenerezza e la compassione quasi per ripagarmi dell’amore che mi aveva negato mia madre.
Rimase, quindi, tutta la notte in una specie di dormiveglia voltandosi da una parte all’altra nella sua stuoia.
Quella notte anche Nugreo non riuscì a prendere sonno, sia perchè era stato duramente colpito, oltre che dalla notizia della morte dei figli e dalla paura che fosse trapelata la notizia della mia nascita.
Izzana era anche una bella donna sulla trentina; si rendeva molto piacente perchè nel suo volto brillava spesso il sorriso velato da un senso di tristezza perchè nella vita sin dall’infanzia era stata poco fortunata.
Rimasta orfana di entrambi i genitori, era stata allevata, assieme alla sorellina, da una vecchia zia dall’animo meschino e dal carattere acido e bisbetico; inoltre, da adulta, appena dopo cinque anni di matrimonio era rimasta vedova li aveva costantemente respinti tutti con un sorriso, rammaricandosi di essere così fatta da non potere mai dimenticare il marito.
Dopo la morte del marito, aveva disarmato ogni pretendente che si era fatto avanti e, pertanto, aveva preferito affrontare da sola la vita e quindi provvedere al sostentamento dei suoi bambini anche se ciò le era costato non pochi sacrifici, adattandosi a fare i più umili e faticosi lavori.
Solo di recente la sua situazione economica era migliorata, quando, per puro caso, aveva scoperto di avare il raro potere di arrestare le emorragie con lo sguardo e di lenire i dolori col semplice tocco della sua mano per cui si era sparsa la fama di guaritrice, non pochi erano coloro che ricorrevano a lei per curare ferite accidentali o per assistere le partorienti.
Izzana, proprio per la mancanza di sonno, era già in piedi ancora prima che l’oscurità della notte venisse rischiarata dalle prime luci dell’alba ed aveva già preso una decisione sul come risolvere il mio caso: aveva, infatti, deciso di recarsi ad Orrile, località isolata distante da Asun poco meno di un’ora di cammino.
A Orrile, infatti, viveva la sorella minore Tiria perchè il marito Addeu, essendo un uomo dal carattere un pò scontroso e amante la solitudine, si era ritirato in quel luogo poco frequentato dalla gente; pertanto, alla sorella ed al cognato non sarebbe stato difficile farmi passare per loro figlio dicendo che a loro avevano avuto due gemelli; ciò anche se io ero un tantino diverso dalla figlia Addara, perchè i miei occhi sono verdi mentre quelli di Addara sono neri.
Mentre le prime luci dell’alba continuavano a schiarire l’oscurità della notte, Izzana furtivamente, badando a fare meno rumore possibile, per non svegliare i suoi vicini di casa, si affacciò all’uscio della casa per osservare il tempo e vedere se in giro non ci fosse qualcuno.
Le strade di Asun erano ancora completamente deserte e quindi la maggior parte della gente dormiva ancora anche se dai comignolo di qualche abitazione usciva del fumo indicando che in forse si stava cocendo del latte per la colazione di coloro che si preparavano per recarsi a lavorare in campagna.
La pioggia era cessata già da un pezzo ma l’aria era ancora satura di umidità e su di essa gravava un cielo plumbeo che riducendo la luminosità della luce del mattino, pareva minacciare nuovi rovesci.
Tuttavia quando, dopo alcuni minuti, Izzana uscì dalla casa tenendomi ben avvolto nella copertina di pelle di capretto, iniziò a spirare un lieve venticello che progressivamente spazzò dal cielo gli scuri nuvoloni di pioggia per disperderli lontano lasciando via via apparire l’azzurro del cielo per annunciare, così, il ritorno del bel tempo.
Ella, quindi, reggendomi in braccio, con passo svelto si affrettò lungo la strada che dall’abitato conduceva in aperta campagna per evitare di essere vista da qualcuno.
Fortunatamente uscì dal paese senza incontrare qualcuno e quando si ritrovò in aperta campagna, seguendo uno stretto sentiero che la pioggia aveva contornato di numerose pozzanghere, dopo aver attraversato un piccolo bosco di querce, giunse innanzi al fiume Arara che appariva tanto ingrossato dalle piogge da rendere pericoloso il guado.
La donna senza esitare attraversò quel ponte speditamente per giungere poi, dopo un breve cammino ai piedi dell’altopiano di Orrile proprio nel punto da dove si vedeva la casa di Addeu; una semplice costruzione di campagna anche se appariva più grande e meglio rifinita di quelle solitamente abitate dai soli pastori.
Orrile era un luogo splendido ed altamente suggestivo per le sue caratteristiche naturali; un piccolo altopiano che con i suoi costoni di roccia rossa spicca notevolmente sulla stessa vallata attraversata dal fiume Arara .
E’ una località ammantata da una folta vegetazione dentro la quale si rintanavano cervi, volpi e cinghiali ed Addeu l’aveva scelta per abitarci edificandovi la sua casa nel sito più favorevole per la presenza di una ricca sorgente e perché a vasto raggio dominava tutto il territorio che circonda, oltre che Asun, anche altri abitati limitrofi.
Egli aveva scelto quel luogo solitario per andarci a vivere perché amava profondamente la natura e soprattutto perché aveva un carattere profondamente timido che lo portava ad appartarsi dalla gente in luoghi tranquilli come Orrile; infatti, il piccolo altopiano era frequentato da qualche pastore e dai pochi militari addetti alla sorveglianza di tutto il territorio i quali, secondo turni prestabiliti, operavano in una decina di piccoli nuraghi distribuiti nei siti più strategici
Per costruirvi la sua casa si era quasi ammazzato di lavoro; aveva lavorato peggio di un mulo, prima per ripulire il terreno dalla macchia, per abbattere le guerce che vi erano presenti e, poi, per spietrarlo completamente per potervi impiantare un orticello e per potervi seminare quel tanto di cereali necessari al fabbisogno della famiglia.
Solo per edificare la casa, secondo l’usanza sarda, era stato aiutato da qualche amico per trasportare nel sito il pietrame per la muratura.
Egli sposò Tiria solo quando finì di costruire la casa e di impiantarvi intorno un vigneto e vari alberi da frutta, perchè per noi Sardi è indispensabile che ogni uomo abbia una propria casa prima di farsi una famiglia.
Addeu quel mattino era intento a tagliare della legna e quando vide arrivare la cognata esclamò:
" Ehi Izzana! Come mai sei venuta a trovarci così presto ? "
" Sono venuta per portarvi una sorpresa. "
Entrati nella casa trovarono Tiria seduta su uno sgabello presso il focolare e tutta intenta ad allattare amorevolmente la neonata Addara; appena li vide con una mano fece loro segno di attendere sino a quando la bambina non avesse finito di poppare.
Izzana e Addeu non attesero a lungo perché, dopo alcuni minuti, Tiria si alzò in piedi e dopo aver deposto la figlia nella culla d’asfodelo, abbracciò e baciò la sorella dicendole:
" Non ti saresti dovuta disturbare a venirmi a trovare così presto, perché già hai fatto troppo per me assistendomi nel parto. "
" Izzana è venuta per portarci un bel regalo che è anche una bella sorpresa che tiene nascosto in quella copertina di pelli di capretto ? "
Allora Izzana, svolgendo la copertina mi mostrò al cognato e alla sorella e mentre io svegliandomi di colpo incominciai a strillare di pianto, esclamò:
" Ecco quale è la sorpresa E’ nato ieri notte in una famiglia molto potente ed importante; è arrivato in questa terra non solo con il temporale ma anche con la notizia della grande disgrazia che ha colpito il nostro popolo, pertanto la sua famiglia, ritenendolo nato sotto infausti segni e per un’altra ragione che non posso rivelare, lo ha respinto affidandolo a me; ma poiché io non posso tenerlo presso di me ad Asun per non tradire il segreto della sua origine, ho pensato, sempre che siate d’accordo, di affidarvelo affinché lo facciate crescere come se fosse vostro figlio; quindi, dicendo in giro che la settimana scorsa con Addara è nato anche lui. "
Udendo questa proposta Addeu e Tiria rimasero d sorpresi e per qualche istante non riuscirono a proferire parola. Poi, riavutisi dallo stupore, reciprocamente si guardarono negli occhi quasi a cercarvi la risposta che dovevano dare ad Izzana.
Poi, Addeu, intuendo che Tiria per la sua bontà non avrebbe mai avuto il coraggio di respingere un essere così fragile ed indifeso come ero io in quel momento, per primo esclamò:
" Questa si che è veramente una sorpresa! " e mentre io continuavo a piangere mi prese dalle mani di Izzana per consegnarmi in quelle della moglie dicendole:
" Allattalo poverino, forse piange perchè ha fame. "
Poi, rivolgendosi ad Izzana le chiese:
" Dimmi che nome gli hanno dato. "
" Lo hanno cacciato via dalla loro casa appena è stato partorito e, pertanto, non ha ancora un nome.."
" Visto che le cose stanno così, il nome allora glielo do io. Lo chiameremo Jolao poiché è il nome che avrei dato a mio figlio se Tiria mi avesse partorito un maschio anziché una femmina, ed in aggiunta Izzana ti dico che se Tiria è d’accordo, lo alleveremo come il fratello di Addara. "
Con queste parole Addeu, prese da una nicchia una zucca piena di un dolce vino e dopo averla stappata, prima di portarla alla bocca, con tono serio, quasi compiendo un rito religioso esclamò
" Beviamo augurando salute e fortuna a Jolao. Beviamo per dargli un benvenuto nella nostra famiglia promettendogli tutto il nostro più grande amore possibile alla pari di nostra figlia Addara. "
Quindi, dopo aver bevuto un lungo sorso la passò a Tiria, e questa dopo avere bevuto a sua volta, la passò alla sorella.
Ma Izzana, prima di bere lasciò colare sulla mia fronte alcune gocce di vino e chiudendo gli occhi per vedere realizzato un desiderio del suo cuore, con voce commossa esclamò:
" Con queste poche gocce di vino, Jolao, io prego Maimone affinché allontani la mala sorte dal tuo capo. Con queste poche gocce di vino io ti auguro una vita fortunata perchè io sono sicura che tu sarai un grande uomo."
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Erano trascorsi cinque anni da quando Izzana mi aveva condotto ad Orrile nella casa di Tiria e di Addeu dove, alla pari di Addara, sono stato allevato come se fossi stato realmente loro figlio.
Sono stato allevato non solo con tante premure e cure, ma anche con un affetto tanto grande ed indimenticabile .
In quella umile casa avevo trovato tutto l’amore che mi era stato negato da mia vera madre; ho trovato mille premurose attenzioni che facevano di me un bambino sereno e felice.
Così, nella mia prima infanzia sono cresciuto bene, sano e robusto, diventando veramente quel bellissimo bambino di cui Addeu era orgoglioso.
Anche Izzana era molto legata a me e lo dimostrava venendo a trovare la sorella, con una scusa o l’altra, molto più spesso di quanto faceva prima.
Tiria lo aveva capito quando aveva incominciato a notare che la sorella non poteva restare molto tempo senza vedermi e ne era un tantino gelosa perchè aveva anche notato che Izzana aveva per me molte più attenzioni di quante ne aveva per la piccola Addara; aveva, cioè, notato che la sorella, ogni qual volta varcava l’uscio della sua casa, appena mi vedeva, raggiante di contentezza, mi prendeva fra le sue braccia per riempirmi di baci e di coccole e, per contro, riservava alla nipotina solo qualche carezza.
Cioè Izzana si comportava con me, come se io fossi suo figlio alla pari di Gidili e d Isele, e quando la sorella le fece notare la predilezione che ella aveva per me, ella con espressione un pò risentita, le rispose:
" E’ mio dovere dare un pò d’amore a Jolao perchè non è un bambino nato sotto il segno della fortuna e perchè sento che anche se lui diventerà un grande uomo dovrà soffrire molto nel corso della sua vita. "
Oltre Tiria, anche Gidili, il figlio maggiore di Izzana, più grande di me di circa quattro anni, era molto geloso dell’affetto che la madre nutriva per me poichè mi considerava un vero e proprio intruso.
Ben presto questa gelosia si trasformò in un vero e proprio astio che manifestava facendomi, nascostamente e in ogni occasione, tutti i dispetti possibili, rasentando spesso una vera e propria crudele persecuzione nei miei confronti.
Infatti, spesso, Izzana, quando veniva a visitare la sorella, si portava appresso i suoi bambini per farli giocare con me e con Addara, per cui in quell’occasione, mentre solitamente Isele giocava tranquillamente con me e con la cugina, Gidili, col pretesto che era il più grande, pretendeva di imporci i suoi giochi preferiti che spesso erano per me, per il fratellino e Addara, difficili o pericolosi come ad esempio, quello di correre con un solo piede facendo più salti, o di arrampicarci sui rami più alti degli alberi per cui, quando ci rifiutavamo di seguirlo, lui ogni volta se la prendeva solo con me avvilendomi con male parole, ma anche, quando non era visto, picchiandomi con schiaffi e, talvolta, con qualche calcio negli stinchi.
Se poi si giocava alla corsa lui faceva sempre in modo di farmi cadere malamente dandomi una spinta con le mani o qualche sgambetto.
Non potevo nemmeno rifiutarmi di giocare perché, quando giocavo da solo, con una scusa o l’altra, si avvicinava a me e dandomi nascostamente dei pizzichi mi costringeva a partecipate ai giuochi scelti da lui.
Pertanto, poichè lo temevo, ogni volta che lo vedevo arrivare insieme alla madre, correvo a nascondermi nell’orto o nel foraggio che Addeu raccoglieva per il bestiame, anche se poi non serviva a nulla perchè, subito dopo, Izzana, Tiria,o Addara venivano a cercarmi.
Non potevo nemmeno lamentarmi di tutti i maltrattamenti che subivo da parte di Gidili perchè egli minacciava di mettermi sulla lingua delle grosse spine se io avessi detto a qualcuno che lui mi picchiava di nascosto.
Pertanto, fui costretto a sopportarlo sino al giorno in cui lui la fece molto grossa; cioè sino al giorno in cui lui, giocando alla corsa, mi diede una forte spinta per cui, dopo avere sbattuto la faccia contro un albero, caddi svenuto mentre da un lungo taglio sulla fronte, usciva abbondante il sangue.
Isele e Addara che correvano dietro di me, appena mi videro riverso sull’erba col volto tutto pieno di sangue piangendo dallo spavento incominciarono a gridare disperatamente:
"Accorrete! Presto accorrete! Gidili ha ucciso Jolao! "
Queste grida naturalmente richiamarono subito l’attenzione delle madri le quali, spaventate, lasciando ciò che stavano facendo, uscirono fuori di casa per vedere che cosa era successo.
La prima che accorse presso di me fu naturalmente Izzana e, quando mi vide in quelle condizioni, credendo che io fossi realmente morto divenne pallida come un panno di lino; ma appena si chinò su di me, si rassicurò perchè si era resa conto che io respiravo ancora.
Dopo avermi fatto rianimare spruzzandomi sul volto dell’acqua fresca portata da Tiria, mi sollevò e mi portò dentro casa per medicarmi la ferità.
Nel frattempo, richiamato dalle grida delle due donne, era arrivato Addeu e appena mi vide piangente, mentre Izzana cercava di fermare il sangue con lo sguardo e tamponando la ferita con foglie di noce, tutto agitato e pieno d’angoscia esclamò:
" Cosa è successo al mio bambino ? "
" Niente di grave." gli rispose Izzana e minimizzando il fatto aggiunse:
" E’ solo un taglietto sulla fronte che si è fatto per colpa di Gidili; tu, piuttosto vai in fretta a cercare l’erba che cicatrizzante. "
Mentre tutti erano attorno a me, nessuno, però, si era accorto che Gidili era sparito; se ne accorse solo Addeu quando rientrò con una manciata di foglie cicatrizzanti, perchè lo cercò per punirlo.
Così, quel pomeriggio, allo spavento per quello che mi era capitato, si aggiunse anche la preoccupazione per la sua scomparsa; preoccupazione che ebbe termine quando Addeu, dopo qualche ora di ricerca lo ritrovò nel vicino bosco, nascosto dentro una grotticella.
Gidili non fu punito perchè Addeu, pur avendo fatto un frustino con un ramoscello, non ebbe il coraggio di picchiarlo per non fare soffrire Izzana.
Non venne picchiato perchè in suo favore intervenne Tiria minimizzando l’accaduto ed ora solo io so che fece ciò, non per compassione per il nipote, ma soprattutto perché nei miei confronti, nutriva un affetto misto a gelosia perché convinta che il marito volesse più bene a me che alla stessa Addara.
Gidili venne soltanto aspramente rimproverato dalla madre e dallo zio e, da quel giorno in poi, gli fu proibito di giocare con me, con il fratello Isele e con la cugina e ciò naturalmente fece crescere in lui la gelosia e l’assurdo rancore che nutriva per me.
A parte questo e altri inconvenienti, la mia vita presso la famiglia di Addeu e Tiria si svolse tranquilla e serena sino a quando io rimasi ad Orrile
La mia permanenza ad Orrile durò poco più di cinque anni ed ebbe fine una calda mattina estiva quando io ed Addara, all’ombra del fogliame di una grossa pianta di noci, stavamo giocando coll’acqua, seduti sull’erba proprio sul bordo di una larga pozzanghera formata da me con uno sbarramento di sassi nel largo rigagnolo che usciva dalla base della grande vasca circolare costruita da Addeu presso la sorgente per raccogliere l’acqua necessaria per irrigare il suo orticello.
Giocavamo al mio gioco preferito ponendo a galleggiare sull’acqua di quella pozzanghera, profonda cinque o sei dita, dei mezzi gusci vuoti di noci, immaginando che fossero delle navi e colpendoli poi con dei sassolini in modo da farli affondare.
Quella mattina, mentte giocavo con Addara, ad un tratto, udii dietro di me un nitrito che mi fece voltare di scatto per vedere, a breve distanza, un uomo a cavallo dall’aspetto severo ed austero; del cui arrivo non mi ero accorto per l’eccitazione del gioco.
Era un uomo già dai capelli grigi e dall’aspetto importante ben diverso da quello di tutti gli adulti, per lo più umili pastori e contadini, che solitamente venivano ad Orrile per visitare Addeu per una ragione o l’altra; infatti anziché a dorso nudo e cinto da un semplice perizoma, era vestito molto bene perchè indossava l’uniforme di un capo militare.
Anche se la sua presenza ci fece smettere di giocare, io, diversamente da Addara, non ne fui per niente intimorito; continuai a guardarlo con curiosità perché era la prima volta che vedevo un cavallo a distanza così ravvicinata.
Di quell’uomo mi incuriosiva particolarmente il lucente pugnale gammato di bronzo che portava trasversalmente sul petto, infilato in una specie di largo cinturone indossato a tracolla.
Egli, mi fissò in silenzio e smontò da cavallo per dirigersi alla mia volta e quando mi fu davanti chinandosi alla mia altezza e scrutando attentamente ogni particolare del mio volto, mi chiese affettuosamente :
" Tu sei Jolao; è vero? "
" Si! E tu chi sei ? " gli chiesi di rimando con tono curioso; ma lui, anzichè rispondermi, continuò ad osservare attentamente il mio volto; poi , accarezzandomi i capelli con voce commossa aggiunse:
‘’ Scommetto che anche tu hai un neo nell’incavo del tuo piedino destro.
" Non so cos’è un neo! " esclamai subito sollevando il piede destro per mostrarlo a quell’uomo.
" Vedi quella macchiolina di colore marrone che tu hai effettivamente sul lato interno del piedino è un neo. "
L’uomo, dette queste parole con voce molto emozionata, mi prese per mano e mi condusse al fianco del suo cavallo per farmi sedere sulla parte anteriore della sella e mentre mi teneva con una mano con un rapido salto vi montò dietro di me dicendo:
" Sono venuto per riparare un grande sbaglio fatto cinque anni fa; ora :ti riporto da tua madre .Ti riporto per sempre nella tua vera famiglia."
Io non compresi le parole di quell’uomo perchè non riuscivo a capire perchè mi avesse posto sulla sella del cavallo per portarmi da mia madre poichè Tiria assieme ad Addeu ed Izzana erano arrivati nel luogo per assistere silenziosamente all’incontro fra me e quell’uomo.
Izzana appariva visibilmente commossa e mi sorrideva felice quasi a significare che ciò che stava accadendo era un lieto evento che lei già da tempo s’aspettava.
Anche Tiria mi sorrideva con un’espressione triste poichè, si era affezionata a me malgrado la sua gelosa; solo Addeu non sorrideva; aveva il volto pieno di sconforto e mi fissava con occhi lucidi nei quali cui vidi sparire furtivamente una piccola lacrima.
Pertanto, compresi che quell’uomo mi voleva portare via per sempre da quella che io ritenevo la mia famiglia; mi voleva portare via dalle persone a cui ero tanto legato; allora io incominciai a piangere disperatamente tendendo le mie piccole braccia verso di loro invocandoli affinchè intervenissero per non farmi portare via da quell’uomo.
Allora Addeu si accostò al cavallo e chiesto all’uomo il permesso di salutarmi, dopo avermi dato un forte bacio sulla fronte, sforzandosi di sorridere mi disse:
" Jolao per il tuo bene è meglio che tu ritorni alla tua vera famiglia: è meglio che tu diventi un grande guerriero anzichè un pastore di capre come sono io. Comunque tu non andrai via per sempre perchè resterai nei nostri cuori e verremo a trovarti, ogni volta che sarà possibile. "
Addeu, quindi, si scostò dal cavallo che dietro il comando del padrone si mosse trotterellando per allontanarsi dal luogo, mentre Addara, sfuggendo dalle mani della madre, si mise a correre tentando di inseguirlo, piangendo disperatamente e gridando:
" Jolao, fratellino mio non andare via!, fratellino mio non lasciarmi! "
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo II
 
 
Dopo cinque anni, per la stessa strada che Izzana aveva percorso tenendomi fra le sue braccia, in quella calda mattina d’estate quando il sole aveva raggiunto la sua massima altezza nel cielo, io venni ricondotto ad Asun nella casa di Nugreo.
Presso l’uscio ad attendermi, seduti l’uno accanto all’altro su una panca di legno, vi erano Nugreo, Arghia e la loro figlia Eria che era ormai diventata una bella e giovane donna; con essi, ad attendermi, poco prima del mio arrivo, vi era anche mia madre ma poi, durante l’attesa un pò per l’emozione ed un pò per il grande caldo di quella giornata, era stata colta da un malore che l’aveva costretta a ritirarsi in casa.
La famiglia di Nugreo appariva molto cambiata dal giorno in cui ero nato perché le cose erano andate di male in peggio quasi per una punizione divina.
Neana, dopo avermi messo al mondo, era stata molto male per quasi due lunghi anni consecutivi; si diceva che la notizia della morte di Irgoi l’avesse fatta uscire di mente proprio un pò prima che io nascessi.
All’indomani della mia nascita ella era ancora molto sconvolta e non faceva altro che farneticare; aveva perso quasi completamente la memoria e non riconosceva nessuno dei suoi familiari; non si ricordava nemmeno di avere messo al mondo un figlio.
Col trascorrere dei giorni il suo stato fu lungi dal migliorare: il suo volto era sempre colmo di tristezza; parlava poco, spesso rifiutava il cibo e, durante il sonno, in preda a incubi, era agitatissima e si svegliava piangendo .
Quando Arghia comprese che la figlia era quasi uscita di senno, tutta disperata si recò dalla nipote Dillira che, malgrado fosse ancora abbastanza giovane, per la sua grande devozione religiosa, era diventata assistente di Istea l’anziana Grande Sacerdotessa che custodiva il pozzo sacro del tempio di Maimone e, pertanto, di già conosceva moltissimi segreti della nostra medicina popolare.
Il giorno stesso Dillira mimita di una fiasca d’ acqua sacra ed una piccola borsa piena di erbe medicinali, si recò presso il capezzale di Neana.si recò con grande sollecitudine, non tanto per il grande rispetto che portava alla zia, quanto per la curiosità di sapere cosa era successo a Neana che non frequentava più da anni anche se in passato era stata la sua inseparabile amica.
Dillira trovò la cugina in condizioni pietose poichè da alcuni giorni era riversa sul suo giaciglio senza prendere cibo e non faceva altro che ripetere parole insensate; il suo aspetto era preoccupante perché appariva troppo magra e di un pallore quasi cadaverico; inoltre il suo sguardo era assente e pareva che non si accorgesse nè della presenza della cugina, nè di quella dei genitori.
" Sei proprio ridotta in un pessimo stato! Ecco perchè non ti ho più vista in giro. " le disse Dillira chinandosi su di lei per toccarle la fronte; poi rialzandosi si rivolse ad Arghia e a Nugreo che ammutoliti stavano a guardare la figlia, con tono perentorio ordinò:
" Lasciatemi sola con lei affinchè scopra il male che l’affligge. "
Appena i due si allontanarono, Dillira si chinò nuovamente sulla cugina e presala per le spalle scuotendola fortemente le chiese:
" Neana mi riconosci ? Sono tua cugina Dillira! Solleva la tua testa e cerca di guardarmi negli occhi. " ma come risposta ebbe solo il nome di Irgoi accompagnato da alcune parole prive di senso che la poveretta riuscì a stento a pronunciare.
Quando Dillira udì quel nome impallidì dalla stizza e lasciandola cadere di peso sul giaciglio con voce dura disse:
" Ah si! Irgoi! Quel maledetto è stato la causa di tutto. Me lo hai portato via ma lo hai perso per sempre anche tu! Maimone ha reso giustizia per tutto il male che mi avete fatto; le mie maledizioni sono cadute su di te e su di lui e non meriti che resti un istante in più con te. "
Quindi rialzatasi in piedi si diresse verso la porta per abbandonare il luogo, ma quando proprio stava per aprirla, un gemito di Neana fermandole il passo, fece voltare il suo sguardo verso la cugina; allora il suo cuore si riempì di una grande pietà che dissipando ogni sua ira la fece tornare indietro sui suoi passi per inginocchiarsi davanti alla poveretta dove stette in silenzio per alcuni istanti; poi dopo essersi asciugata col dorso della mano alcune lacrime che le erano apparse sugli occhi, chiudendo fortemente i medesimi stese le sue mani sul capo di lei e con voce sommessa incominciò a pronunciare preghiere e scongiuri sino a quando il corpo di lei fu agitato da alcune convulsioni; allora prese dal suo sacchetto una piccola scatola di sughero piena di una polvere giallastra per prenderne un pizzico che fece inghiottire alla cugina con un sorso di acqua della sua fiaschetta.
Vi fu, quindi, un lungo silenzio sino a quando Neana si tranquillizzò ed emettendo un grande respiro cadde in un profondo sonno ristoratore.
Da quel giorno in poi, grazie alle numerose pozioni che continuò a somministrarle Dillira, Neana, anche se molto lentamente, andò migliorando progressivamente ed, alla fine, dopo numerosi mesi di cura, almeno nel corpo e nella mente, ritornò del tutto normale.
Anche Nugreo era stato poco bene in quel periodo; aveva cessato di frequentare gli amici; era sempre triste, taciturno e spesso di cattivo umore perchè su di lui continuava a pesare, oltre che il grande dolore per la morte dei figli, anche tutto ciò che era successo a mia madre; a ciò, poi, si aggiungeva che su di lui pesava un continuo stato di colpa per avermi allontanato dalla sua casa che era sorto in lui quando, alcuni giorni dopo la mia nascita, fece chiamare Izzana e le chiese.
" Cosa ne hai fatto del bambino? Lo hai ucciso ? " ed ella con tono quasi sprezzante gli rispose. "
" Io i bimbi non li uccido, li aiuto solo a nascere per farli vivere e non per farli morire. "
Nugreo, anche se si sentì molto umiliato da quella risposta perché Izzana, senza sottintesi gli aveva fatto capire che lei aveva perso il grande rispetto che aveva per lui, non reagì; abbassò umilmente il capo e dopo essere stato in silenzio alcuni istanti, le disse:
" Hai ragione, sono stato crudele e cattivo perché gli avvenimenti incresciosi della vita rendono spesso cattivi gli uomini. "
A quelle parole Izzana provò compassione per quell’uomo ed aggiunse:
" Non temere: tuo nipote è vivo e sano; per obbedirti l’ho semplicemente portato lontano da Asun in modo che nessuno qui sappia che è figlio di Neana. L’ho portato in casa di mio cognato Addeu dove verrà allevato come un figlio e dove riceverà l’amore che gli è stato negato in questa casa. "
Le ultime parole di Izzana colpirono Nugreo come una frustata e pertanto anche se facendo finta di nulla, congedò la donna, da quel momento in poi il suo animo fu tormentato anche da un profondo senso di colpa che più di una volta lo spinse a pensare di ordinare ad Izzana di riportarmi in famiglia; intenzione che lui non attuò mai, sia per non distruggere la buona reputazione della sua famiglia, sia per la paura che il mio ritorno potesse aggravare maggiormente lo stato di salute della figlia ed impedire, così, la sua guarigione.
Successivamente, con la guarigione di Neana, nella famiglia di Nugreo le cose andarono via via migliorando specie quando la casa incominciò ad essere frequentata da Urteu, il fratello maggiore della migliore amica di Eria, il quale, dopo aver conosciuto Neana, se ne invaghì così tanto da chiederla come sposa.
Neana, in un primo tempo, lo respinse con decisione, ma, poi, sotto le pressioni della madre e della sorella cambiò opinione.
Lo accettò come fidanzato appena cinque mesi dopo averlo conosciuto, non senza prima avergli rivelato il segreto della mia nascita.
Urteu, quando seppe ciò, benchè avesse deciso di allontanarsi per sempre da mia madre, dopo una brevissima assenza, si ripresentò più innamorato che mai nella casa di Nugreo per cui le sue nozze con Neana furono celebrate il mese successivo.
Anche se Urteu e Neana, quale auspicio di fecondità, si presentarono innanzi alla Grande Sacerdotessa per essere uniti in nozze al primo sorgere della luna piena, l’acqua sacra che fu versata sui loro capi non ebbe effetto perchè nel corso di oltre tre anni Neana non riuscì a concepire alcun figlio.
Pertanto, il loro matrimonio non fu molto felice perché Neana ancora una volta venne colta da tristezza e rammarico che stavano progressivamente riportandola in uno stato di prostrazione; conseguentemente Urteu per salvare il suo matrimonio la condusse nel paese di Urtalè dove viveva un’anziana sacerdotessa, famosa per avere guarito la sterilità di numerose spose.
Questa donna si chiamava Iskelea ed aveva officiato, col ruolo di grande sacerdotessa, nel tempio d’acqua sacra dell’abitato di Serri, sino a quando la sua salute non venne colpita da una grave ed incurabile malattia che la costrinse ad abbandonare il sacerdozio per ritirarsi nella natia Urtalè dove viveva quasi isolata dalla gente in una grotta vicina al paese.
Di lei si diceva che, malgrado non fosse riuscita a guarire se stessa, aveva comunque delle grandi conoscenze mediche e capacità curative; si diceva anche che, oltre che le capacità curative, aveva anche quelle divinatorie poichè scrutando il profondo degli occhi di una persona era in grado di leggervi sia il suo passato che il suo futuro.
Urteu e Neana arrivarono nelle vicinanze di Urtalè un pò prima del tramonto e non ebbero bisogno di entrare nell’abitato poiché avevano incontrato un giovane contadino che percorreva la loro strada e, pertanto, molto cortesemente indicò loro il luogo dove abitava Iskelea.
Essi, giunsero innanzi ad una grande grotta, dopo essere saliti lungo un sentiero tortuoso non facilmente percorribile, quando sul cielo il sole iniziava a calare lentamente tingendo l’orizzonte di un rosso fiammeggiante.
Il luogo appariva del tutto solitario e solo un acre odore di fumo proveniente dall’interno della grotta tradiva la presenza di qualcuno; poichè non ebbero il coraggio di entrarvi senza permesso, dovettero chiamare ripetutamente il nome della sacerdotessa ad alta voce; quando ella, alla fine, decise di uscire fuori, innanzi ai loro occhi comparve una donna piccola e gracile dal volto segnato, oltre che da numerose rughe, anche da grandi sofferenze.
Aveva un aspetto molto dimesso, poichè il suo abito talare celeste era tutto consunto, molto sdrucito e sporco di unto e di fuliggine; la donna doveva avere problemi di vista poiché ponendosi una mano al di sopra degli occhi a modo di visiera, si avvicinò a brevissima distanza dai loro volti per vedere se erano persone conosciute.
Dopo avere fissato intensamente negli occhi, prima l’uno e poi l’altra, alla fine disse:
" Non vi conosco! Da dove venite e cosa volete ? "
" Veniamo da Asun ed abbiamo bisogno del tuo aiuto. " rispose Urteu un pò impacciato; poi, dopo essersi interrotto per un attimo, aggiunse:
" Anche se siamo sposati da oltre tre anni non siamo riusciti ad aver figli. Puoi aiutarci? Puoi dare qualche rimedio alla nostra sterilità ? "
A questa domanda Iskelea non rispose e, dopo aver fissato con maggiore attenzione, prima gli occhi di Urteu, e poi quelli di Neana, prese per mano quest’ultima per condurla con se all’interno della grotta dicendole:
" Tu vieni con me e nel frattempo tuo marito aspetterà fuori perchè il problema non lo riguarda per niente per il fatto che in lui tutto è a posto. "
All’interno della grotta Iskielea, dopo aver fatto sedere Neana su uno sgabello presso un fuoco sul quale stava cocendo la sua frugale cena costituita da una minestra d’orzo, sedendosi a sua volta su un altro sgabello innanzi a lei, le disse:
" Il problema riguarda solo te ed io non posso aiutarti perchè solo tu puoi aiutare te stessa. I tuoi occhi, quale specchio della tua anima, mi hanno rivelato che tu hai già avuto un figlio con un altro uomo; malgrado ciò tu non avrai più altri figli, non perchè tu sia diventata sterile o perchè tu sia stata punita da Maimone per avere abbandonato il tuo primo figlio. Tu non avrai altri figli perchè la tua anima è ancora incatenata all’anima del primo uomo che ti ha avuto. Tu non avrai altri figli perchè la tua anima non vuole avere figli con l’uomo che hai sposato; pertanto, se proprio vuoi avere un figlio, riprenditi quello che hai già avuto perchè tuo marito è un’anima buona e non si opporrà. "
Detto ciò Iskelea tacque e, mentre Neana singhiozzando si copriva gli occhi che le si erano riempiti di lacrime, preso un mestolo di legno si mise a girare la sua minestra che incominciava a bollire sul fuoco.
Quando Neana smise di piangere le disse:
" Ora che ti sei calmata asciugati gli occhi chiama tuo marito, ma non dirgli nulla di ciò che ti ho detto, a parte il fatto che tu non potrai avere altri figli. Chiamalo per mangiare un pò di minestra calda. E’ tutto quello che posso offrirvi per cena, oltre che pane, formaggio e una tazza di vino
Così, Neana, appena ritornò da Urtalè, convinta da quanto le aveva detto Iskelea, dopo aver rivelato ad Urteu che non avrebbe più potuto generare figli, manifestò a Nugreo la decisione, presa assieme al marito,di riavermi.
Nugreo fu molto lieto di questa decisione, almeno perché avrebbe finalmente posto fine al rimorso che da cinque anni pesava sulla sua coscienza; tuttavia ne restò molto imbarazzato perché il mio ritorno ad Asun avrebbe potuto fare capire alla gente ciò che era successo cinque anni prima.
Pertanto, dopo aver discusso a lungo in famiglia, escogitò la soluzione di porre in giro la voce che Neana e Urteu, non potendo avere figli, avevano preso la decisione di adottare un bambino, ossia quello che tutti ritenevano ormai il figlio di Addeu e Tiria.
Presa questa decisione, Nugreo mandò a chiamare Izzana perché la comunicasse ad Addeu, ma ella si rifiutò decisamente di svolgere quell’incarico per non portare un grande dolore al cognato poichè era troppo legato a me.
Allora Nugreo, avendo vergogna di comparire personalmente innanzi ad Addeu e Tiria, incaricò al suo migliore amico, Ardei, l’incarico di fare ciò che Izzana si era rifiutata di fare.
Quando Nugreo ed i suoi familiari videro arrivare me ed Ardei innanzi alla loro casa, si alzarono tutti insieme dalla panca su cui erano seduti per venirci incontro pieni di gioia; la più felice di tutti era Arghia la quale, addirittura piangendo dalla gioia, si accostò al cavallo pregando Ardei di mettermi fra le sue braccia che lei aveva teso verso di me, cosa che egli fece immediatamente prima di scendere dalla sua cavalcatura.
Arghia, stringendomi al suo petto, mi colmò di baci in ogni parte del viso mentre anche Nugreo ed Eria si stringevano intorno a lei facendo altrettanto.
Nel frattempo alcuni vicini di casa richiamati dalle esclamazioni gioiose di Arghia, usciti dalle loro case per vedere cosa stava succedendo, incominciarono a chiedere a Ardei chi era qual bambino a cui Nugreo ed i suoi familiari face tanta festa, ma prima che lui potesse aprire bocca prontamente rispose:
" E’ Jolao, il figlio di Addeu che è stato adottato da Neana ed Urteu. "
Allora Ardei, notando che altri curiosi stavano avvicinatosi a noi, scese da cavallo e pregò Nugreo di fare entrare tutti in casa.
La prima che si mosse fu Arghia che sempre stringendomi fra le sue braccia, appena spinse l’uscio di casa si trovò innanzi Neana, tutta agitata e con gli occhi lucidi per lacrime di commozione a stento trattenute; al suo fianco vi era Urteu che affettuosamente le posava una mano sulle spalle quasi a significare che la stava proteggendo.
" Tieni Neana questo è tuo figlio Jolao. " le disse Arghia con voce visibilmente emozionata consegnandomi fra le sue braccia.
Allora mia madre stringendomi forte al suo petto con tutte le sue forze scoppiò in singhiozzi mentre io sbigottito non riuscendo quasi a comprendere che cosa stava accadendomi guardavo il suo viso piangente mentre alcune sue lacrime bagnavano anche le mie guance.
Ardei era stato l’ultimo ad entrare in casa chiudendo l’uscio dietro di se e come tutti gli altri aveva assistito commosso ed in silenzio al mio primo incontro con mia madre e quando vide che lei riuscì a riavere il controllo delle sue emozioni e cessò di piangere, si avvicinò al suo amico Nugreo e lo invitò ad uscire insieme fuori dalla casa perché voleva parlargli in disparte.
" Senti Nugreo, ti ho chiamato fuori per dirti una cosa molto importante per entrambi; devo dirti che, malgrado tu non mi abbia detto la verità su quel bambino, ho scoperto che egli appartiene a te come appartiene a me . "
" Che vuoi dire con queste parole:? Io ti ho detto di lui esattamente ciò che so e non ciò che non so." lo interruppe subito Nugreo con un tono un pò risentito.
" Lasciami finire per favore. Voglio dire che Jolao appartiene anche a me; ho scoperto che è il figlio del mio unico figlio Irgoi. L’ho scoperto notando che lui, oltre ad avere gli occhi verdi come i miei e come quelli che aveva mio figlio, ha anche lo stesso volto che lui aveva quando era piccolo.
Inoltre, anche lui sul lato interno del piede destro ha lo stesso neo che ho io e che avevano anche mio nonno paterno, mio padre e mio figlio; neo che è stato e sarà il segno distintivo di ogni maschio del mio casato. Pertanto, nel nome di mio figlio Irgoi, ho su di lui gli stessi diritti che ha la madre e che hai tu; sin da questo momento devi sapere che anche se lo lascio alla tua famiglia per amore della nostra amicizia, dovrò avere la libertà di educarlo come voglio io perchè ho deciso di fare di lui un guerriero. Non voglio che Jolao sappia che è figlio di Irgoi e che io sono suo nonno, perchè è ancora troppo piccolo per capire certe cose che turberebbero solo il suo animo. Quando arriverà il momento gli dirò tutto io. "
" Sarà tutto come tu vuoi amico mio. "
Detto tutto ciò i due uomini rientrarono in casa per apprestare i preparativi di una cena che essi vollero tenere per festeggiare il mio arrivo alla fine della quale, anche se ero stato colmato di mille affettuose attenzioni e di molti stupendi doni, fra cui quello che mi aveva reso più felice era un cucciolo di cane a cui io diedi il nome di Giumpi., tutto ad un tratto proprio mentre scendeva la notte mi misi a piangere disperatamente senza che nessuno riuscisse a capirne il perchè; piansi perchè quella era l’ora in cui, quando ero ad Orrile ed Addara ed io venivamo mandati a dormire.
Piansi disperatamente perchè mi mancava la famiglia a cui volevo tanto bene e soprattutto mi mancava il dolce suono del pipiolu che Addeu suonava per accompagnare la ninna nanna che ogni notte ci cantava Tiara.
Piansi a lungo senza che nessuno riuscisse a calmarmi sino a quando stanco dal viaggio e stordito da tutte quelle novità che avevano stravolto la mia semplice vita quotidiana, caddi addormentato fra le braccia della mia nuova ma vera madre.
Il mio sonno fu lungo e riposante perchè fui svegliato da Giumpi quando l’indomani mattina, tutto scodinzolante, arrivò presso il mio giaciglio, alcune ore dopo il canto del gallo, ed incominciò, prima ad abbaiare accostando il muso alle mie orecchie e, poi, a leccarmi il viso perchè fra me e lui, era nata un’affettuosa amicizia che si interruppe dopo molti anni, quando venne ucciso da una mano malvagia che gli aveva fracassato il cranio con una grossa pietra.
Dal giorno del mio arrivo la mia vita ad Asun, non fu molto diversa da quella trascorsa ad Orrile, fu tranquilla e serena come quella degli altri bambini del luogo con i quali, assieme a Giumpi, trascorrevo la maggior parte del mio tempo inventando e facendo tanti giochi.
Crescevo felice circondato dall’affetto di tutti i parenti, specie da parte di mio nonno Nugreo che insieme con a moglie si era attaccato a me in una maniera quasi morbosa. Oltre che il grande affetto di mia madre avevo quello di Izzana, la quale con una scusa e l’altra, veniva molto spesso a trovarmi e talvolta ad intrattenersi per ore con me raccontandomi antiche fiabe e leggende della nostra gente, senza rendersi conto che stava facendo aumentare, così, la gelosia di Gidili.
Egli, infatti, appena ne aveva l’occasione, non mancava di manifestare la sua ostilità come il giorno in cui, dopo avermi picchiato, mi portò via dalle mani una ciambella che poco prima mi aveva regalato la madre, dicendomi:
" Questa non ti spetta anche se l’hai ricevuta da mia madre. "
Anche se non frequentemente come Izzana, quando venivano ad Asun per vendere o barattare i prodotti della loro terra o del loro bestiame, venivano a trovarmi anche Addeu e Tiara portando con sè anche Addara.
A tutte queste persone si era poi aggiunta anche Dillira la quale si era affezionata a me sin dal primo giorno che ero arrivato ad Asun, per cui ogni volta che mi incontrava, non poteva fare a meno di farmi qualche piccolo regalo e d riempirmi di baci chiamandomi: ".Bambino mio! Tesoro mio. " il che non faceva molto piacere a Neana poichè ogni volta la rimproverava dicendole che mi stava viziando troppo. L’unica persona che sembrava non molto affeziona a me era Urteu, il marito di mia madre, il quale, comunque, mi aveva sempre trattato con bontà anche se più di una volta si era rammaricato con Neana per non poter avere un figlio completamente suo.
Quando raggiunsi l’età di sei anni, venni mandato nella Casa di Mammone dove la grande sacerdotessa in persona, insieme con Dillira e altre giovani sacerdotesse, insegnavano ai bambini di Asun, oltre che i fondamenti e le preghiere più importanti della nostra religione, anche a leggere e a scrivere.
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Ardei aveva promesso a Nugreo di fare di me un guerriero perchè io ero un discendente degli Ardai che per antica tradizione erano un casato di guerrieri e mantenne la sua parola poiché da quando raggiunsi i dieci anni in poi, per quanto gli permettevano i suoi impegni militari, volle curare personalmente sia il mio addestramento fisico, sia la mia istruzione e la formazione della mia stessa personalità trasferendo in me, oltre che il meglio del suo sapere e della sua esperienza professionale, anche i suoi più cari ideali ed, in particolare, l’amore che nutriva per il nostro popolo.
Era un uomo integro e severo, dotato di alte qualità morali, nemico di ogni compromesso, uno di quelli che senza molti peli sulla lingua, diceva sempre ciò che pensava sia davanti agli umili, sia davanti ai potenti; era, quindi, temuto più per la sua lingua che per il suo pugnale o la sua spada.
Per il suo modo franco e schietto di parlare, era senz’altro, oltre che poco diplomatico, anche un pò ribelle contro ogni convenzione ed ogni ipocrisia umana; malgrado le sue grandi capacità e qualità non aveva fatto molta carriera poichè i potenti che a nome del popolo dei Sardi governavano le sue sorti e la sua terra, dopo averlo utilizzato per alcune importanti missioni militari, lo avevano relegato nell’area territoriale più interna dell’Isola dove, da oltre vent’anni, era addetto al comando generale delle guarnigioni di molti importanti nuraghi
Egli si occupò intensamente di me per vari anni sinchè non appresi bene tutto ciò che lui volle insegnarmi, ma non mi disse mai che era mio nonno per non crearmi un trauma nell’apprendere che io ero figlio di Irgoi anzichè di Addeu come credevo o di Urteu, il marito di mia madre come mi avevano fatto credere dal primo giorno che da Orrile ero stato riportato ad Asun.
Il mio addestramento iniziò in quel giorno di fine primavera in cui egli, dopo essersi accordato con Neana e ad Urteu, venne a prendermi col suo bianco cavallo, mentre io giocavo con altri bambini, per portarmi con se per alcune settimane ad ispezionare tutto il sistema dei nuraghi sitto il suo comando; nuraghi che sorvegliamo la linea di confine occidentale che separa il territorio in cui vivono i Sardi da quello dei Kabilli i quali, come ho sentito spesso raccontare dai vecchi di Asun, sono i discendenti degli antichi padroni dell’Isola che, non volendo vivere con noi Sardi, si sono rassegnati a vivere per conto proprio nelle montagne centrali dell’Isola.
Questi Kabilli sono molto diversi da noi Sardi, non solo per l’aspetto fisico, ma anche perchè vivono in un modo molto diverso e pertanto si comportano come dei veri e propri stranieri.
" Jolao, vuoi venire con me in vacanza per qualche settimana ? . "
Udendo queste parole, smisi subito di giocare e, salutati gli amici, corsi contento verso di lui per essere sollevato e messo dalle sue forti braccia sulla sella del cavallo, mentre gli altri bambini mi guardavano con un pò d’invidia.
Quel giorno Ardei mi condusse verso nord in direzione della montagna più alta di Sardinia che tutti chiamano Porta del Vento e che si trova al centro del territorio dei Kabilli.
Ardei con una cavalcata di circa due ore mi condusse presso il confine meridionale di quel territorio dove in posizione dominante ed avanzata c’è il grande nuraghe a più torri che si chiama Nolza e che allora costituiva la base operativa del controllo militare di tutta la zona.
Quando arrivammo davanti a Nuraghe Nolza ci venne subito spalancato il suo robusto portale in legno e noi entrammo nel cortile dove alta nel cielo si eleva imponente la sua torre centrale.
Appena scesi da cavallo, due armati ci vennero incontro e, dopo aver salutato militarmente Ardei, presero in consegna l’animale per condurlo nelle stalle della fortezza.
Subito dopo, alzando rispettosamente il braccio destro in segno di saluto ci venne incontro un suo ufficiale che si chiamava Erghei e che lo sostituiva nel comando stesso della fortezza durante le sue assenze.
Erghei era un uomo alto, robusto e di bell’aspetto e quando fu innanzi a noi, dopo avermi sorriso, rivolgendosi ad Ardei con tono molto rispettoso esclamò:
" Ben tornato mio Duru; tutti gli uomini saranno lieti per il tuo ritorno! ."
" Ho portato con me questo piccolo ospite: è il nipote di un mio caro amico e dobbiamo farne un guerriero. Perciò trattalo bene come se fosse mio nipote, te lo affido affinché tu gli faccia visitare tutta la fortezza. "
Erghei mi sorrise ancora e poi, eseguendo l’ordine ricevuto mi condusse da un ambiente all’altro di Nuraghe Nolza ed io con occhi incantati mi voltavo a guardare in ogni parte le alte mura di quella costruzione che mi incuteva per la sua imponenza.
Notando la mia grande attenzione Erghei mi chiese:
" Hai visto mai altri nuraghi ? "
" Sì ! Ne ho visti altri più piccoli di questo ma tutti da lontano. E’ vero, come dicono i miei amici, che questi nuraghi sono stati costruiti da giganti? Mi sembra che solo uomini grandi e forti possono aver sollevato quei grossi macigni per metterli uno sopra l’altro. "
" Beh, a dire il vero i nuraghi sono stati costruiti da uomini normali che, però, da un certo punto di vista possono essere considerati dei veri e propri giganti perchè noi Sardi, rispetto ad altri popoli, abbiamo dovuto comportarci da giganti perchè altrimenti ci avrebbero fatto scomparire dalla faccia della terra. " mi rispose.
Allora non riuscii a capire le parole di Erghei perchè ero ancora un bambino.
Le compresi più tardi col passare degli anni., quando crescendo e conoscendo altri popoli vicini e lontani, confrontandoli con il popolo al quale appartengo, acquistai il grande orgoglio di essere sardo.
Intanto, mentre io continuavo ad ammirare quella costruzione, Ardei chiamò un milite e gli ordinò di prepararci qualcosa di buono da mangiare e di portarcelo nella cella terrena della torre centrale dove lui aveva l’alloggio; dopo di che, congedato Erghei, prendendomi per mano, mi fece visitare il resto della fortezza.
Nella terrazza della torre centrale l’uomo di vedetta si irrigidì in un saluto militare appena vide Ardei il quale ordinando subito di mettersi in posizione di riposo gli chiese se c’era qualche novità:
" Tutto calmo; non c’è stato molto traffico dei montanari in quest’ultimo periodo perchè dai nuraghi circostanti ci hanno segnalato che le nostre pattuglie hanno intercettato per lo più, i soliti mercanti che calano dalle montagne per barattare noci, nocciole e castagne con i nostri cereali . "
" Meglio così; vuol dire che tutte le comunità dei Kabilli avendo capito la lezione dell’ultima volta, intendono rispettare il trattato di pace stipulato nel sacro recinto di Nurkei. "
Nel primo mattino del terzo giorno della mia permanenza nel Nuraghe Nolza, proprio quando Ardei stava ordinando che gli venisse sellato il cavallo per condurmi con sè ad ispezionare, i vari nuraghi secondari facenti parte della stessa linea fortificata a cui apparteneva Nuraghe Nolza, dall’alto del terrazzo della torre centrale, la voce dell’uomo di vedetta comunicava che stavano arrivando alcuni uomini a cavallo provenienti dalle montagne.
Via via che essi si stavano avvicinando, la vedetta fu in grado di riconoscere che quei cavalieri, come era chiaramente indicato dalla vistosa piuma di struzzo che ornava il loro copricapo a casco, erano dei guerrieri kabilli.
Poco dopo, quando essi giunsero davanti a Nolza e ne bussarono il robusto portale ad Erghei che si era affacciato da uno spalto per chiedere cosa volessero, colui che fra essi appariva il più autorevole disse:
" Io sono Illoy il figlio maggiore di Esul principe dei Kabilli che vivono nei territori che circondano l’alto monte detto Porta del Vento e chiedo di conferire con il vostro comandante. "
Quando per diffidenza venne fatto entrare solo nella fortezza, si trovò innanzi ad Ardei e dopo aver chinato il capo in segno di ossequio gli disse:
" Io Illoy sono giunto da Trocheri per invitarti, a nome di mio padre Esul, assieme a quanti dei tuoi vorrai condurre con te, alla grande festa che la notte del prossimo novilunio terremo in onore della nostra dea Orghia . "
" Riferisci a tuo padre che lo ringrazio per il grande onore che mi fa con il suo invito e che verrò alla vostra festa conducendo con me questo ragazzino ed una scorta personale di alcuni uomini, perchè le vostre strade da un pò di tempo sono molto insicure e pericolose per noi Sardi . "
" Non avere paura perchè nel nostro territorio non verrà torto un capello nè a te, nè a chiunque porterai con te, specie se porterai con te questo salvacondotto che ti manda mio padre Esul . "
Dette queste parole Illoy, dopo aver consegnato ad Ardei una collana con un pendente di bronzo raffigurante una lucertola, montò a cavallo per uscire dalla fortezza e per riprendere subito dopo con gli altri cavalieri kabilli la via dei monti.
All’alba del quinto giorno dopo la visita di Illoy, Ardei, io e tre uomini di scorta abbiamo lasciato Nuraghe Nolza per dirigerci verso i monti dove le rocce di schisto luccicano al sole; come al solito Ardei mi aveva fatto montare assieme a lui sul suo cavallo bianco e poichè io avevo paura di scivolare dalla groppa dell’animale, anche se Ardei mi manteneva con un braccio, mi tenevo stretto alla criniera dell’animale.
Siamo saliti su per la montagna ricoperta di verde corbezzolo e di erica dai minuti fiori azzurri, sino ad incontrare le grandi foreste di querce e lecci secolari dove, nel fitto ed ombroso verde che cela l’azzurro del cielo, si nascondono cinghiali, cervi e mufloni.
Attraverso i tornanti che rendevano incerto e sdrucciolevole il passo dei cavalli, siamo giunti in cima ad un luogo chiamato Kossu Atzu, là dove le aquile volteggiano nel cielo in competizione con gli avvoltoi; la dove l’aria è molto più fine e fresca e l’acqua anche d’estate sgorga gelata dalle fenditure della roccia, innanzi ai nostri occhi è apparso lo stupendo paesaggio di una vasta valle montana dove a perdita d’occhio, si estendevano i boschi dei castagni e dei nocciolo dove, ora qua, ora là, emergevano i pinnacoli delle rudimentali costruzioni che costituivano i piccoli abitati dei Kabilli.
Proseguendo lungo la strada che ci avrebbe condotto a Trocheri, quando essa incominciava a scendere verso la vasta conca boschiva, la mia attenzione venne attirata da un alto e caratteristico tacco calcareo tondeggiante che sormontava la parte centrale di un rialzo montano; tacco calcareo su cui era stata edificata un’alta costruzione circolare.
Chiesi ad Ardei cosa era quel tacco ed egli mi rispose che si chiamava Texile ed era originariamente lo sgabello di sughero che un gigante in tempi antichissimi portava con se per riposarsi quando era stanco di camminare e che poi aveva lasciato in quel luogo perchè era diventato troppo pesante, quando la dea Orghia lo aveva mutato in pietra per punirlo perchè lui aveva usato l’acqua santa per lavarsi i piedi.
Ci eravamo fermati ad una sorgente per abbeverare i cavalli, quando da Texile risuonarono tre squilli di corno che subito dopo furono seguiti da altri tre squilli provenienti dal fondo valle.
Allora Ardei osservò:
" Hanno segnalato la nostra presenza e fra poco avremo visite! "
Ardei non si sbagliava poiché poco dopo un drappello di guerrieri kabilli armati di tutto punto ci sbarrò il passo; ma la via venne subito lasciata libera quando Ardei mostrò ad essi il lasciapassare di Esul.
" Sapevano chi siamo e dove stiamo andando già prima che ci fermassero. Esul ce li ha mandati per dimostrarci che nessuno può attraversare il suo territorio senza essere visto." commentò Ardei, appena i Kabilli andarono via inoltrandosi nel fitto della boscaglia; poi rivolgendosi a me disse :
" Questi Kabilli sono astuti ed io, Jolao, ti ho portato con me affinché tu impari a conoscerli e soprattutto a non fidarti mai di loro perchè tutti odiano a morte noi Sardi poichè non sono capaci di sconfiggerci combattendo lealmente ad armi pari, cercano sempre di colpirci a tradimento. Sono capaci di infilarti un pugnale nella pancia mentre ti offrono una tazza di vino. "
" Ma se questi Kabilli sono così cattivi perchè stiamo andando alla loro festa ? Non c’è il pericolo che possano ucciderci tutti ? "
" Stiamo andando alla loro festa per fare capire loro che non li temiamo. Esul ci ha invitati alla festa, non per ucciderci, sa bene che gli costerebbe troppo caro; ci ha invitati per convincermi che lui vuole la pace, ma io so che questa pace lui la vuole per prepararsi meglio alla guerra. Pertanto, io devo fingere di stare al suo giuoco come fa il gatto con il topo. Quando saremo fra loro tutti, compreso te Jolao, dovremo sempre comportarci come se ci trovassimo realmente fra amici, ma sempre diffidenti e rispondendo alle loro domande con un non so. "
Volgendo lo sguardo vero il basso lungo i tornanti di questa conca si vedevano emergere dal verde gli abitati kabilli di Aritz, Elbì e Tomingiu e in questo meraviglioso panorama volgendo lo sguardo verso nord a grande distanza si vedeva una piccola radura attraversata da un fiumiciattolo lungo il quale contornato da numerosi orticelli sorgeva il grande abitato di Trocheri.
Arrivammo a Trocheri un’ora prima che il sole giungesse a metà del suo cammino e all’ingresso dell’abitato ci vennero incontro sorridenti Esul e suo figlio Illoy vestiti a festa con i loro indumenti migliori.
Sia il padre che il figlio portavano sul capo il tipico copricapo kabillo a turbante ornato sul davanti da una vistosa penna di struzzo e avevano quasi identici gli altri capi del vestiario con la sola differenza che quelli del padre erano stati tinti con colori più sobri di quelli del figlio.
Infatti, Esul indossava un giaccone sbracciato pelle di vitello, stretto alla vita da una larga cintura nella quale era infilato un corto pugnale dalla lama triangolare e dal manico decorato con l’effige di una lucertola in risalto.
I calzoni che indossava erano di ruvido orbace e terminavano con una gonfiatura al di sopra delle caviglie dove terminava l’allacciatura dei sandali.
Come rivelava il colore più bianco che grigio, sia della lunga e folta capigliatura che fuoriusciva dal suo copricapo, sia della barba e d i grossi baffi che spiccavano nella sua larga e grossolana faccia, era un uomo già anziano di robusta e non alta corporatura.
Aveva comunque un aspetto forte e duro, proprio degli uomini inclini a comandare e ricevere obbedienza senza molte discussioni ed il suo volto, rude e grossolano, era caratterizzato da un naso largo e da due occhi stretti ed allungati che rivelavano uno sguardo attento, freddo ed impassibile sempre pronto a cogliere ogni minimo particolare; era, cioè, una persona forte, astuta e allo stesso tempo tale da non lasciare trasparire nè i suoi sentimenti e tanto meno i suoi pensieri.
Esul, quando giunse innanzi a noi, con insospettata agilità balzò a terra dal suo cavallo per fermare quello di Ardei tenendolo per le briglia, mentre tendeva la sua mano per stringere quella di Ardei.
Esul ed il figlio Illoy, dopo i convenevoli dell’incontro, contrariamente a quanto s’aspettava Ardei, non ci condussero subito nell’abitato di Trocheri ma nella sua immediata periferia, dove in un sito denominato Groguri che appariva fresco ed ombroso per la presenza di un fiume dalle acque limpide e cristalline e di numerose grosse piante secolari dalle alte e folte chiome.
In questo bel luogo, al centro di un vasto recinto murario, si ergeva una piccola ma massiccia costruzione a pianta rettangolare, edificata con enormi pietre, che era il santuario denominato Casa di Orghia.
Questa dea era molto venerata da tutti i Kabilli poichè credevano, diversamente da noi Sardi, che lei, e non il nostro dio Maimone, elargisse la fertilità a tutta la natura ed in particolare alle donne sterili, sempre che fossero benedette con l’acqua dei pozzi sacri custoditi nei suoi santuari solitamente diversi da quelli sardi.
Esul, fatti prendere i nostri cavalli in consegna da alcuni suoi servi, indicandoci altri suoi servi intenti ad arrostire all’aperto sette vitelli e numerosi agnelli, capretti e porcellini, battendo una mano sulla spalla di Ardei, sorridendo esclamò:
" Vedi Ardei, amico mio, la Dea Orghia verrà festeggiata alla fine del giorno, quando nel cielo apparirà la luna nuova e nel frattempo, per non rimanere con le mani in mano senza fare nulla, celebreremo noi stessi con un lauto pranzo in cui faremo scorrere quel dol ce vino rosato e frizzante prodotto dalle nostre parti che a te piace tanto. "
" E’ proprio per gustare quel vino che sono venuto alla tua festa. "
Esul e il figlio ci condussero entro un vasto recinto, dove, all’ombra di piante secolari, si stava approntando un pranzo popolare a cui doveva partecipare un grande numero di convitati che comprendeva, oltre che le persone del luogo, anche numerosi ospiti che, come noi, erano giunti da altre località fra cui vi erano non pochi stranieri: mercanti giunti dal mare per acquistare legname e minerali e che non sapeva da dove provenivano al che Ardei, che già li aveva conosciuti in altre occasioni, gli disse che fra costoro, oltre quelli provenienti dalla non lontana Ausonia, vi erano anche quelli provenienti dall’ isola di Karata che si trova lontano navigando verso oriente e che costoro i cui abitanti, in un non lontano passato, facevano parte degli Achei che popolano una terra che si chiama Argolide.
Questi mercanti Achei di Karata si distinguevano dai Kabilli e dagli Ausoni, oltre che per l’aspetto fisico, anche per l’abbigliamento.
Alcuni erano con le loro donne e dovevano da tempo risiedere in qualche altro abitato vicino perché parlavano bene la lingua kabilla la quale anche se ha molte parole in comune, è comunque diversa dalla lingua di noi Sardi
Sia gli uomini, sia le donne avevano una carnagione molto chiara ed i capelli, acconciati sulla fronte con molti riccioli, ricadevano lunghi e sciolti sulle spalle; indossavano vesti molto ricamate e confezionate con stoffe pregiate di cui non avevo mai visto l’uguale.
Illoy ci fece sedere tutti su delle panche disposte intorno ad un tavolo e subito degli inservienti ci portarono del vino e delle olive in salamoia.
Ardei ed Esul parlavano, bevevano e ridevano allegramente come se fossero stati sempre i più grandi amici di questo mondo.
Allora Illoy, si accorse che ero annoiato dalle discussioni degli adulti per cui con il permesso di Ardei, presomi per mano, mi condusse presso un numeroso gruppo di ragazzini kabilli che, seduti in cerchio all’ombra di una grande quercia, giocavano allegramente passandosi l’un l’altro un ramoscello d’asfodelo e chiese loro di inserire anche me in quel gioco.
Quei ragazzini mi accolsero quasi tutti con gentilezza e benevolenza; in particolare una bambina mingherlina che si chiamava Usella e che aveva i capelli annodati in due lunghe trecce, con un sorriso affettuoso in cui vidi splendere i suoi piccoli occhi neri, dopo avermi teso la mano per farmi sedere accanto a se, mi spiegò come funzionava quel gioco; lo chiamavano il Gioco del Comando ed era abbastanza semplice, anche se richiedeva grande spirito di osservazione e molta prontezza nel rispondere alle domande.
Lo dirigeva chi deteneva il ramoscello d’asfodelo fiorito, dopo averlo ricevuto con un’estrazione a sorte e che avrebbe dovuto cedere all’autore di una qualsiasi domanda su tutto ciò che era visibile in quel luogo e alla quale non sarebbe stato in grado di dare la giusta riposta.
Quando entrai a far parte del gioco, il ramoscello d’asfodelo era tenuto in modo ben visibile da un ragazzino, che sedeva proprio di fronte a me dalla parte opposta del cerchio, il quale sin da quando mi ero seduto al fianco di Usella, non aveva fatto altro che guardarmi male per farmi capire che a lui la mia presenza era poco gradita.
Era un ragazzino di circa dodici anni; si chiamava Alue ma tutti i suoi compagni, per la sua cattiveria e per il suo carattere violento e collerico lo chiamavano con il soprannome di Lua che è una parola con la quale i Kabilli indicano una piantina dal lattice molto velenoso.
Alue era magro, bruttino e dalla carnagione olivastra; i suoi zigomi erano notevolmente sporgenti ed i suoi occhi, neri come due pezzi di carbone, erano sormontati da due folte sopracciglia unite sulla radice del naso.
Quando il giuoco riprese, dopo l’interruzione per il mio arrivo, Alue guardandomi con espressione di disprezzo e con tono ironico esclamò:
" Prima che io ti permetta di giocare con noi devi rispondere a questa facile domanda. devi solo dirmi quanti altri merdosi sardi, sono venuti a sporcare con la loro presenza questa nostra festa. "
Udendo queste parole, mentre gli altri ragazzini e ragazzine con sbigottimento ed indignazione guardavano Alue perché aveva violato le leggi dell’ospitalità offendendomi in quel modo volgare, io visibilmente furente per l’offesa ricevuta stavo per lanciarmi contro di lui per pigliarlo a pugni ma Usella mi trattenne per un braccio dicendo:
" Jolao lascialo perdere; è un ragazzo cattivo, perfido ed attaccabrighe per cui i suoi stessi amici gli hanno dato il soprannome di Lua. "
Riuscii a reprimere la mia ira perché in quel momento compresi che dalla parte della ragione sarei passato a quella del torto se avessi portato dello scompiglio nella festa accapigliandomi con Alue; seppi poi che Alue apparteneva alla grande famiglia di Esul; era il figlio minore di una sua nipote e che aveva perso il padre nel corso di una bardana compiuta dai Kabilli alcuni ami prima a scopo di razzia contro noi Sardi; era questa la ragione per cui lui odiava a morte ogni sardo grande o piccolo che fosse.
Così strinsi i pugni ed i denti sino a quando riuscii a calmarmi e quindi, dopo aver salutato Usella e gli altri ragazzini, costernato abbandonai il giuoco per fare ritorno al tavolo dove erano seduti Ardei e la sua scortai i quali non si accorsero del mio ritorno perché stavano discutendo animatamente con alcuni guerrieri kabilli sopraggiunti durante la mia assenza; non facevano altro che scolarsi numerose coppe di dolce e frizzante vino rosato.
Infatti, Esul ed Illoy non facevano altro che riempire ripetutamente le tazze dei Sardi coll’intenzione di farli ubriacare sperando così di ottenere da loro delle informazioni militari; però facevano tutto ciò invano perchè non sapevano che Ardei e i suoi uomini, prima, per evitare di ubriacarsi, avevano usato il trucco di ingerire ciascuno una tazza di olio d’oliva.
L’unico ad accorgersi del mio ritorno fu Illoy il quale, notando una certa tristezza nel mio volto intuì che qualcosa di grave doveva essere successo e, pertanto, mi chiese perchè mi ero allontanato dal gioco.
Anche se io non volli dirgli la verità, notando che nel frattempo il gioco si era sciolto perché la maggior parte dei partecipanti se ne era andata via dopo di me, chiamò presso di se la figlia Usella e questa parlando a voce alta gli riferì quel che realmente era accaduto.
Dopo di me, anche la maggior parte dei ragazzini kabilli aveva abbandonato il giuoco lasciando sul posto Alue in compagnia di un solo suo amico.
Anche se ciò era stato notato da Illoy, io gli risposi evasivamente quando mi chiese la ragione delle del giuoco, ma subito Usella gli rivelò l’ accaduto.
Le sue parole furono udite, oltre che da Esul, anche da Ardei il quale col volto molo adombrato si alzò in piedi e chiese cortesemente che gli venissero portati i cavalli per la partenza perchè non intendeva trattenersi ulteriormente in un luogo in cui i Sardi venivano insultati anche se da un solo ragazzino.
Esul ed Illoy, solo dopo che si profusero in mille scuse per l’accaduto, a stento riuscirono a convincere Ardei dal desistere dalle sue intenzioni.
Quando tutto ritornò come prima e l’episodio pareva da tutti dimenticato, Illoy con un pretesto si allontanò dalla comitiva per andare in cerca di Alue e quando lo trovò mentre si aggirava fra la gente,lo prese per un,orecchio per condurlo prima in un luogo appartato dove gli somministrò numerose cinghiate nel sedere e poi innanzi a me e ad Ardei, dopo che gli fece chiedere perdono, lo cacciò via malamente dalla festa.
Io allora ingenuamente credetti che Illoy fece ciò perchè ci era amico; ora invece so che anche lui ci odiava a morte e che punì duramente Alue unicamente perchè aveva violato la legge dell’ospitalità per cui fra i Kabilli come per noi Sardi, l’ospite è sacro anche se è un nemico.
Dopo questo increscioso avvenimento non vi furono altri incidenti ed io trascorsi quasi tutto il resto della festa in compagnia di Usella la quale pareva non volersi distaccare da me perchè le ero molto simpatico anche se ero un sardo. Sedette al mio fianco anche durante il pranzo e insieme ci divertimmo molto vedendo che Esul ed Illoy non facevano altro che rammaricarsi perchè essi si erano mezzo ubriacati mentre Ardei e gli uomini della nostra scorta, rimasti del tutto sobri, li pigliavano bonariamente in giro dicendo loro che i Sardi sapevano reggere il vino meglio dei Kabilli.
Il pranzo rituale in onore della dea Orghia durò a lungo e, quando esso ebbe fine, la festa ebbe una lunga pausa perchè la maggior parte dei convitati pieni di cibo e di vino si erano sparsi un pò dappertutto per farsi un sonnellino ristoratore all’ombra delle piante secolari che ricoprivano tutta la zona.
La festa riprese vigore sul tardi quando gli squilli dei corni sacri annunciarono che nel cielo era apparso il primo arco lucente della luna nuova; era quello il segnale che richiamava tutti i fedeli nel vasto piazzale antistante il tempio della dea Orghia, dove alcuni inservienti già stavano accendendo i due grandi crateri di bronzo posti ai lati della facciata dell’edificio per illuminare i sacri riti che poco dopo sarebbero stati celebrati in onore di questa dea delle acque che i Kabilli contrapponevano al nostro dio Maimone.
Poichè sarebbe stato molto sconveniente non assistere a quei riti, Ardei, i suoi uomini ed io, preso per mano da Usella, seguendo i passi di Esul ed Illoy ci recammo in quel piazzale dove il mormorio della folla dei fedeli cessò poco dopo, quando un cadenzato battito dei piccoli tamburi, fatti con pelle di cane, e la musica dei flauti di canna annunciarono che innanzi ad un enorme pietra tondeggiante che fungeva da altare, stava per comparire colei che tutti chiamavano Signora dell’acqua.
Costei era la stessa moglie di Esul la quale per la sua notevole sensibilità spirituale e per le sue capacità divinatorie, era diventata la pizia più importante del circondario di Trocheri e conseguentemente l’intermediaria fra la dea Orghia ed i suoi fedeli.
La sua apparizione venne accolta dalle esclamazioni esultanti di tutta la folla che risuonarono alte nel cielo; a passi lenti e cadenzati stava uscendo dal tempio con le braccia protese innanzi a sè reggendo un tripode di terra cotta colmo di acqua attinta dalla sacra sorgente custodita entro un recinto di pietre posto al centro del pavimento all’interno del santuario.
Era una donna di non alta statura, dall’aspetto asciutto, severo e quasi trasognato poichè avanzava verso l’altare con le palpebre semichiuse per porre in evidenza che lei era in comunicazione con la stessa Orghia.
Contemporaneamente a questa sacerdotessa, seguendo il ritmo cadenzato dei tamburi, comparvero davanti al santuario dei guerrieri kabilli, col volto coperto da una maschera di legno raffigurante un volto umano munito di quattro occhi ed indossanti una giubba munita di due braccia supplementari posticce che reggevano due scudi, mentre ognuna di quelle reali impugnava uno stocco poggiato sulla rispettiva spalla; questi strani personaggi a quattro occhi e quattro braccia, uno dietro l’altro, quasi ballando, poichè facevano tre passi avanti ed uno indietro, sfilarono prima innanzi alla folla dei fedeli per, poi, pararsi innanzi all’area dove si inginocchiarono innanzi all’altare per essere benedetti ad uno ad uno dalla sacerdotessa con l’acqua sacra mentre ella invocava la dea Orghia affinché raddoppiasse in ognuno di quei guerrieri le capacità guardinghe, difensive ed offensive affinchè potessero tornare sani e salvi a casa dopo ogni scontro armato col nemico.
Era questo il fine ultimo di quella festa e Ardei aveva capito assistendo a quel rito che Esul lo aveva invitato alla festa per fare sapere ai Sardi che i Kabilli sarebbero diventati invincibili per la protezione della dea Orghia.
Egli recepì questo messaggio ma non gli dette molto peso anche se esso gli fece capire che i Kabilli non avrebbero rispettato molto a lungo l’accordo di pace che l’anno precedente avevano stipulato con i Sardi a Nurkei.
Seguì un altro rito nel corso del quale l’officiante implorò la pioggia immergendo un cranio umano in un recipiente pieno di acqua; la parte religiosa della festa si concluse coinvolgendo tutti gli astanti in una lunga preghiera corale.
Poi la gente si rimise a banchettare alla luce di grandi falò e, dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente, si diede ai balli collettivi che durarono sino a poco prima che arrivasse il nuovo giorno; cioè sino a quando tutti stanchi e storditi fecero ritorno alle loro abitazioni concludendo così la festa.
Fu allora che Ardei, dopo essersi fatto portare i cavalli e aver ringraziato caldamente Esul ed Illoy per l’ospitalità ricevuta, mi svegliò per fare ritorno a Nuraghe Nolza perchè io già da diverse ore, non avendo retto la stanchezza, mi ero addormentato presso di lui.
Il viaggio di ritorno a Nuraghe Nolza si svolse tranquillo con la sola eccezione che all’uscita da Trochei, Alue dall’alto di un colle gridò:
" Jolao merdoso di un sardo un giorno pagherai l’umiliazione che ho subito oggi perchè prima ti ucciderò e poi ti piscierò in faccia. "
Successivamente all’episodio di Trocheri numerose volte Ardei mi portò con se, non solo a Nuraghe Nolza dove sempre venivo accolto con affetto da tutti i guerrieri della guarnigione, ma anche negli altri piccoli nuraghi inclusi nello schieramento fortificato che era sotto il suo diretto comando..
Egli mi conduceva con sè perchè voleva introdurmi sin da piccolo nella vita militare; anzi per responsabilizzarmi meglio, volle che facessi parte della squadra di ragazzini di Asun che avevano l’incarico di portare l’acqua da bere ai ragazzi più grandi che una volta al mese dovevano svolgere un turno settimanale di lavoro nei centri di controllo e comunicazione del territorio di Aasun costituiti da piccoli nuraghi privi di pozzo, perchè ubicati in aridi siti rocciosi.
Venni, infatti, scelto con Isele, per portare l’acqua, un giorno si e l’altro no, nel Nuraghe Kastiu il quale benchè si trovasse a breve distanza da Asun, era faticosamente raggiungibile perchè ubicato sulla cima di un’arida e alta cresta rocciosa.
Fu molto duro quel compito, non tanto per il peso delle due capienti zucche secche piene d’acqua che ognuno di noi due doveva trasportare, ma per la ripidità del sentiero che conduceva al nuraghe.
Infatti, io ed Isele risalimmo il sentiero con tanta fatica perchè, contrariamente a quanto ci era stato raccomandato, dopo essere già partiti in ritardo dal paese, perdemmo troppo tempo a chiacchierare, per cui quando dovemmo risalire il sentiero sassoso e sdrucciolevole, il sole era già alto nel cielo e la giornata era caldissima.
Pertanto, quando raggiungemmo il nuraghe eravamo rotti dalla fatica, accaldati i e completamente sfiatati e, come se non bastasse, venimmo accolti con una scarica di improperi da parte di Arixi e Terei che già da qualche ora ci stavano aspettando assetati.
Io e Isele rimanemmo zitti perchè ci sentivamo colpevoli; però quando quest’ultimo ricevette un calcio nel sedere da parte di Arixi perchè l’acqua si era riscaldata sotto il sole, egli reagì come un cinghiale infuriato poiché, preso un grosso sasso glielo scagliò contro ed anche se non lo colpì, prese in pieno la zucca che ancora reggeva in mano sfondandola e facendone perdere l’acqua contenuta.
Quando Arixi fece per picchiare Isele, venne fermato dal compagno con queste parole:
" Fermati! Grande e grosso come sei vuoi metterti con un ragazzino che per giunta è fratello di quel poco di buono di Gidili. "
Udendo queste parole Arixi si calmò e rivolgendosi a Isele disse:
" Per questa volta ti perdono, se tu dopodomani mi porterai anche l’acqua che mi ha fatto perdere ora. "
" Lo farò se tu mi chiederai scusa per il calcio che mi hai dato. "
" Va bene! Scusami. "
Così è stata fatta pace con Arixi e Turei per cui tutto andò per il meglio anche successivamente.
Tuttavia, poichè mi andava poco a genio quella grande faticata che dovevo fare un giorno si ed un giorno no, anche perchè fra andata e ritorno si doveva perdere quasi tutta la mattinata, mi lamentai con Ardei sperando di essere adibito ad un compito meno faticoso come quello di badare ai cavalli perchè avevo una grande passione per questi animali ai quali solitamente erano addetti altri ragazzi.
Egli, dopo avere ascoltato pazientemente la mia richiesta, con tono molto pacato la respinse dandomi una prima ed importante lezione di vita.
" Caro Jolao, tu hai compiuto dodici anni e per te il tempo dei giochi è già finito per dare posto alle responsabilità della vita e quindi anche del lavoro, proporzionalmente alla tua età e alle tue attitudini; ciò perchè per le consuetudini del nostro popolo, ad eccezione dei vecchi, degli ammalati e dei bambini in tenera età, nessuno deve esimersi dal lavoro, perchè chi vive senza lavorare pur potendo lavorare, non è altro che un ladro perchè, in un modo o nell’altro, vive alle spalle di chi lavora. L’obbligo al lavoro è una regola umana dovuta a una necessità naturale perchè la natura non ti regala nulla senza il lavoro dell’uomo; se vuoi il frutto di una pianta, prima di poterlo mangiare devi andare a coglierlo, così come se vuoi bere una ciotola di latte devi prima mungerlo dalla pecora o dalla mucca.
Pertanto, poichè tutto ciò di cui tu hai bisogno ti viene dal lavoro di altri, siano essi anche i tuoi genitori, tu sei tenuto a compensare quel lavoro, almeno in parte, con il tuo lavoro in base a quello che puoi o sai fare per la tua età. Quindi, facendo un lavoro così facile come quello di portare l’acqua da bere a Turei e Sueni che per un mese stanno chiusi in un nuraghe lavorando notte e giorno, per te è già qualcosa di meno pesante rispetto al lavoro che fanno ogni giorno gli altri ragazzi della tua età; pertanto non chiedere mai più nè a me nè a nessuno altro di esimerti, anche in parte, da un lavoro o da qualsiasi incarico che ti viene assegnato, perchè altrimenti saresti uno che tende a lavorare meno del dovuto e, quindi, anche un ladro del lavoro altrui. "
Compresi questa regola che, assieme ad altre grandi qualità, rendeva grande il popolo al quale appartenevo per cui fra i Sardi, contrariamente ad altri popoli vicini e lontani, non esistevano gli schiavi.
Convinto da Ardei, mi rassegnai e continuai a fare il portatore d’acqua per un anno intero e solo successivamente venni assegnato ad un lavoro più impegnativo, ma anche più piacevole quale era quello di badare ai cavalli.
Facendo questo lavoro, ho imparato non solo a conoscere le varie razze di cavalli ma anche a capire l’indole di ogni animale in modo da poter creare con lui quel rapporto che è necessario per ottenere dall’animale stesso l’obbedienza senza l’uso del frustino.
In questo modo da solo, senza l’aiuto ed i consigli di alcun adulto, ho imparato a cavalcare alla perfezione quasi ogni cavallo perchè, prima di montargli in groppa, facevo del tutto per creare fra me e l’animale un vero e proprio rapporto di amicizia.
In questo momento in cui davanti a me scorrono i giorni sereni in cui io lavoravo per questi animali, odo ancora i loro nitriti di gioia quando li conducevo in branco a pascolare in campo aperto sotto il già caldo sole di fine primavera e sento ancora il mio volto sferzato dall’aria quando cavalcando con grida di gioia mi lanciavo al galoppo in aperta campagna.
Rivivo quei giorni sereni e felici della mia adolescenza e vengo colto da un senso di tristezza perchè so che essi sono stati inghiottiti dal tempo e non torneranno mai più.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo III
 
 
Ardei ancora una volta venne a prendermi di buon mattino per condurmi in un luogo della nostra terra che non dimenticherò per tutto il resto della mia vita; venne a prendermi montando il suo cavallo bianco e tirando per le briglie un altro cavallo baio più piccolo per me, perchè io ero molto cresciuto e viaggiare in due in groppa ad un solo animale sarebbe stato molto scomodo.
Cavalcando verso occidente dal territorio di Asun siamo scesi nella parte settentrionale dell’estesa pianura di Idanu, diretti verso la regione piano collinosa vicina al mare che per le grandi allevamenti di capre è chiamata Arbarè ed è famosa per i suoi stagni abbondanti di muggini ed anguille.
Nel primo pomeriggio siamo arrivati ad Arbatzu, l’abitato che si estende presso gli stagni ai piedi di una altura ammantata da un grande numero di palme nane per prende nome di Monte delle Palme, sulla cui sommità alta ed imponente si innalza al cielo la poderosa struttura del più rinomato santuario isolano dove sono venerati i più gloriosi eroi capostipiti del popolo dei Sardi.
Siamo giunti ad Arbatzu alcune ore prima che venisse celebrato il solenne rito annuale in onore dei nostri antichi eroi nazionali e qui Ardei, dopo aver lasciato i cavalli in custodia nel cortile della casa di un conoscente, volle che io visitassi il Santuario degli Eroi dove vidi qualcosa che s’impresse profondamente nella mia mente e nel mio cuore.
Seguendo a piedi la numerosa di gente arrivata in quel luogo da ogni parte dell’Isola, attraverso una larga strada che conduceva sulla sommità del Monte delle Palme che in un piccolo pianoro dominato da un rialzo roccioso sul quale era stato edificato il santuario contornato da numerose grandi statue raffiguranti i nostri antichi eroi.
Per raggiungere il santuario dovemmo, però, prima attraversare un vasto piazzale , posto ai suoi piedi e destinato ad accogliere i pellegrini e la celebrazione di ogni pubblica manifestazione; era delimitato da un alternarsi di porticati, costruiti in pietra, e da piccole costruzioni di mattoni di fango misto a paglia che fungevano da botteghe di ogni genere di mercanzie, le cui facciate erano ornate con rami profumati di mirto e di alloro che rendevano fragrante l’aria tutt’intorno.
Quando raggiungemmo la sommità del rialzo roccioso una delle sacerdotesse che dentro regolavano il traffico dei visitatori ci ingiunse di metterci in fila e, dopo un quarto d’ora di attesa, quando arrivò il nostro turno entrammo in una spaziosa ed alta cella circolare sormontata da una falsa cupola, simile, ma molto più ampia di quelle dei piani terreni dei nuraghi; l’ambiente era debolmente illuminato da poche torce infisse in alcuni incavi della parete e alla loro fioca luce potemmo vedere, proprio di fronte all’ingresso, svariati alti e larghi incavi nella muratura in ognuno dei quali era alloggiata una figura umana che a prima vista sembrava la statua di un guerriero in alta uniforme.
Davanti ad ognuno di questi incavi era sistemato un rudimentale altare di pietra sul quale i pellegrini deponevano le loro offerte votive costituite, oltre che da qualche piccolo oggettino di bronzo raffigurante un’arma in miniatura, da un rametto di foglie d’alloro .
Ardei, parlando a voce molto bassa, mi disse che in quella specie di nicchie non erano esposte delle statue, ma i corpi degli antichi eroi che il dio Maimone, dopo la loro morte, aveva conservato integri, affinché ricordassero ai posteri la gloriosa forza militare e spiritual posseduta dal nostro popolo.
Quando, seguendo la fila dei visitatori, arrivammo finalmente davanti a quei guerrieri, a dire il vero, più che morti, mi parvero addormentati, poichè anche se avevano gli occhi chiusi, i loro volti avevano il colorito dei vivi.
Per sincerarmi se erano vivi o morti, prima che Ardei potesse impedirmelo, allungai la mano e toccai la gamba di uno di loro per sentirla dura e fredda come è realmente la gamba di un morto.
La giovane e bella sacerdotessa addetta alla sorveglianza del sacrario si diresse verso di me con aria accigliata denotando che intendeva rimproverarmi per quel gesto; ma quando mi fu vicina, dopo avermi fissato perplessa per alcuni istanti negli occhi, cambiò atteggiamento e mi disse:
" Ragazzo non dovevi toccarlo. Si vede che è morto perchè non respira . "
La sacerdotessa mi fissò ancora una volta come se avesse qualcos’altro da dirmi o da chiedermi, ma quasi facendosi forza si allontanò da me e si voltò ben tre volte a guardarmi.
Anche Ardei, che aveva assistito a tutta la scena a qualche passo di distanza, era incuriosito dalle strane parole di quella religiosa per cui, appena uscimmo dal santuario, quasi con apprensione mi chiese se io l’avessi già incontrata e conosciuta in qualche altra occasione e alla mia risposta negativa con una certa perplessità esclamò:
" Veramente strano. Si è comportata come se ti conoscesse e ti aspettasse perché mentre ti guardava ho visto nei suoi occhi una luce di gioia. "
Comunque la colpa di ciò che è accaduto è solamente mia perché avendo io già visitato il santuario numerose volte, avrei dovuto avvisarti che è severamente proibito toccare quei corpi imbalsamati .
Ardei mi trattenne ancora un breve tempo all’esterno del santuario con la scusa di farmi ammirare le statue che raffiguravano in proporzioni più grandi di quelle umane le sembianze dei nostri santi eroi, ma in effetti non faceva altro che volgere lo sguardo intorno con la speranza di rivedere quella sacerdotessa per chiederle qualche chiarimento.
Io ora solo, dopo tanti anni da quell’avvenimento, so con certezza che Ardei era convinto che quella giovane e bella sacerdotessa che si chiamava Teria, aveva visto nei miei occhi, un aspetto importantissimo del mio destino, perché lui ben sapeva che molte sacerdotesse hanno il potere di vedere negli occhi delle persone passato, presente e futuro delle loro stesse anime.
Egli, infatti, aveva intuito che Teria avesse visto nei miei occhi qualcosa di molto importante che riguardava il mio futuro ed era nel vero perchè io ora so che lei vi aveva visto che io nel futuro avrei salvato dalla distruzione totale il Popolo dei Sardi.
Avrei voluto sostare davanti a quegli antichi eroi molto più a lungo perché essi mi avevano affascinato in un modo particolare, accendendo tutta la mia fantasia giovanile.
Non so perché ma in quei pochi minuti che mi ero trovato innanzi a loro, avevo desiderato nel più profondo del mio cuore di potere diventare nel corso della mia vita un grande guerriero e di poter essere venerato, dopo la mia morte, come un grande eroe del popolo al quale appartengo.
Parve che questo mio desiderio fosse stato recepito dalla stessa sacerdotessa che prima stava per rimproverarmi poichè quando stavamo uscendo dal sacrario ella ricomparve e rivolgendosi ad Ardei gli chiese:
" Chi è questo ragazzo che conduci con te ? "
" E’ il nipote di un mio caro amico! " le rispose prontamente Ardei."
" Bene! Abbi molta cura di lui perché sarà per il nostro popolo un uomo molto importante. "
Nel viaggio di ritorno Ardei mi consigliò di non raccontare a nessuno ciò che aveva detto Tiria per non destare l invidia degli altri ragazzi di Asun perchè sapeva che la sua carriera militare era stata sempre ostacolata dagli invidiosi per cui spesso diceva che l’invidia uccide talvolta più della spada.
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Mi rivedo in questo istante come ero quando raggiunsi il mio sedicesimo anno di vita con tutti i miei sogni e le mie speranze; mi rivedo quando, temprato dalla rigida educazione che mi stava impartendo Ardei, incominciavo a diventare un uomo nel carattere nel corpo.
Era l’età in cui, come ogni altro ragazzo, mi affacciavo alla maturità sessuale ed in cui sorge il bisogno di avvicinare una ragazza mascherato da sogni d’amore che raramente diventano realtà; guardavo le amiche o le ragazze del vicinato con occhi diversi da come le guardavo prima ed avevo il grande difetto che mi interessavo di quelle che non si interessavano di me e, per contro, non tenevo in nessun conto quelle che mi avvicinavano con un certo interesse, specie se erano più piccole di me.
Conseguentemente, mentre i miei coetanei iniziavano ad amoreggiare, ora con questa ed ora con quest’altra, io rimanevo come un passero solitario; come uno che è sempre in attesa d’incontrare l’anima gemella.
Così come volava la mia fantasia, volarono allora nell’irreale i miei sogni amorosi perchè credetti di trovare la mia anima gemella in Addara benchè l’avessi considerata sempre mia sorella, forse perchè era diventata la ragazza più bella di tutto il circondario di Asun o forse perchè era la ragazza che più era affezionata a me sin da quando ero bambino.
Mi ero invaghito di lei e cercavo ogni occasione per avvicinarla, anche la mia timidezza mi impediva di manifestarle l’amore che nutrivo per lei.
Fui contento, pertanto, quando all’inizio della primavera Addeu mi chiese di lavorare per lui, insieme con altri ragazzi, a fine settimana.
Quando mi recai ad Orrile vi trovai anche Isele, Gidili ed altri quattro ragazzi del vicino abitato di Nureki che erano figli di amici di Addeu; egli ci mise a lavorare come muli a spietrare e a sradicare cespugli di cisto, di mirto e di lentischio da un terreno in cui voleva impiantare una nuova vigna; quando arrivò l’ora di mangiare ci diede un pasto molto frugale a base di acqua, pane e formaggio perchè voleva che ci tenessimo leggeri per lavorare bene anche nel pomeriggio.
Però, alla fine della giornata lavorativa, ci fece la grande sorpresa di invitarci tutti alla grande cena che aveva organizzato per festeggiare una ricorrenza familiare alla quale aveva invitato anche degli amici con mogli, figli e figlie.
Fu una cena con grande abbondanza di cibo e buon vino perchè Addeu aveva fatto arrostire alcuni capretti e Tiara , oltre che cucinare diverse pietanze, aveva preparato molti dolci a base di miele, sapa, mandorle e noci.
Quella serata, per me fu meravigliosa perchè Addara che all’inizio della cena sedeva al fianco di Gidili, cambiò posto e dalla parte opposta della tavolata, venne a sedersi al mio fianco ed iniziò a farmi delle moine che mi resero felice; mi resero felice perchè io credetti che avesse capito i sentimenti che io nutrivo per lei e che, pertanto, anche lei si fosse invaghita di me.
Ciò perchè quando, alla fine della cena, un amico di Addeu dando fiato alle launeddas dette il via ai balli, ella volle ballare esclusivamente con me.
Inoltre quando arrivò l’ora di andar via, davanti a tutti, mi disse:
" Caro Jolao, sarò molto felice se tu verrai più spesso a trovarmi. "
Da quella notte in poi mi recai ad Orrile con maggiore assiduità; ciò non dispiaceva nè ad Addeu, nè alla moglie perchè, per la stima nutrita per me, avrebbero visto di buon occhio il sorgere di un idillio fra me e la loro figlia; però quest’ultima si comportò con me in modo molto evasivo anche se apertamente le avevo rivelato che mi ero invaghito di lei.
Mi disse che anche lei mi voleva bene, ma che l’amore fra me e lei sarebbe nato quando io sarei diventato qualcuno; si rifiutò sempre di baciarmi dicendomi che l’avrebbe fatto solo a partire dal giorno in cui sarei stato ammesso a far parte di coloro che sarebbero stati prescelti per diventare guerrieri, il che sarebbe avvenuto alla fine della primavera, quando cioè avrebbe avuto luogo la selezione militare annuale dei giovani di Asun.
Io, comunque, continuai a frequentare Addara perchè provavo molto piacere nel vederla e nel conversare con lei.
Poi, una sera mentre facevo ritorno da Orrile verso Asun, ebbi l’increscioso episodio di essere fermato da Gidili, sul ponte sul fiume Arara; lo trovai seduto su un grosso masso che mi attendeva all’imboccatura del ponte e, appena mi vide, venirmi incontro e per dirmi con tono poco amichevole:
" Tu, fermati perché devo parlarti! "
" Dimmi cosa vuoi ? "
" Ho notato che tu, da un pò di tempo in qua, frequenti un pò troppo la casa di Addeu e vorrei saperne il perchè ? "
" Non devo renderti conto di quello che faccio o non faccio "
" Ti sbagli perchè quello che stai facendo mi riguarda perchè so che tu stai corteggiando Addara ; io non permetterò mai che una mia parente stretta si metta con uno stronzo come te. "
" Bada a come parli, non ti sto insultando; pertanto, devi rispettarmi; per quanto riguarda il corteggiamento che sto facendo ad Addara, poichè è tua cugina e non la tua ragazza, riguarda solo lei accettare o respingere il mio corteggiamento e solo in quest’ultimo caso io cesserò di frequentarla . ."
" Visto che tu ragioni così, devo ripeterti che non mi piace che tu frequenti Addara e, pertanto, se io ti ritroverò da queste parti ti darò una lezione che ricorderai per tutto il resto della tua vita. Ti pesterò sino al punto di non lasciarti un solo osso intero. E’ meglio per te se non dimenticherai questo mio primo e ultimo avvertimento. "
Dopo avermi detto queste parole si allontanò di corsa in direzione di Orrile.
Incurante delle sue minacce io continuai a frequentare Addara perchè quando le raccontai il fatto lei mi disse:
" Lascia perdere quel prepotente perchè non spetta a lui stabilire chi devo frequentare; continua a venire da me sino a quando ti farà piacere. "
Naturalmente, dopo queste parole di Addara, continuai a recarmi ad Orrile evitando di incontrare Gidili, non perchè lo temessi perchè era molto più alto, forte e robusto di me, ma perchè volevo evitare di picchiarmi con lui per non dare un dispiacere a Izzana.
Continuai a frequentare Addara senza che succedesse niente di particolare perchè lei continuava a tenermi in sospeso dicendomi che mi avrebbe dato il primo bacio solo il giorno che io sarei diventato un guerriero.
Il giorno tanto atteso arrivò quando la natura si era svegliata dal lungo torpore invernale; arrivò quando i rami degli alberi si ricoprirono di nuove foglie e di fiori profumando l’aria e quando le rondini ritornando ai loro nidi da lontane contrade della Terra dei Libu, col loro gioioso garrire rallegravano nuovamente il cielo di Asun.
Era il giorno dell’equinozio di primavera ed in tutta l’Isola vi era la grande festa in cui si celebravano i riti religiosi con cui si ringraziava Maimone per il risveglio della natura, pertanto, tutta la campagna di Asun era pressochè deserta perchè la maggior parte della gente in quel giorno non andò a lavorare.
I sette componenti della giuria che quell’anno doveva selezionare i migliori fra i venticinque giovani di Asun che aspiravano a diventare guerrieri, fra i quali ero compreso anch’io, erano arrivati in paese di buon mattino e, dopo essersi rifocillati con delle bevande calde, sotto la direzione di Ardei, si erano riuniti in un palco eretto al centro dell’ ampio spazio dell’abitato solitamente utilizzato per ogni manifestazione pubblica.
Tale spazio appariva recintato con transenne per separare gli spettatori dallo svolgimento delle competizioni agonistiche con le quali venivano selezionati i migliori ebbero inizio solo subito dopo la celebrazione dei riti religiosi quando tutti i candidati si innanzi al palco.
La maggior parte degli abitanti di Asun erano accorsi presso le transenne per assistere alla selezione.
Il primo ad essere esaminato fu proprio Gidili e conseguì un punteggio iniziale buono per la sua forza e prestanza fisica, ma quando si cimentò nel tiro con l’arco, nel lancio con la fionda e dei pugnali, suscitando le risate dei presenti, mancò tutti i bersagli e, pertanto, venne scartato senza essere ammesso nemmeno alla prova della corsa a cavallo e a piedi.
Izzana ne fu tanto umiliata da abbandonare il campo senza voler assistere alle prove dell’altro figlio che, invece, venne promosso con un buon punteggio.
Quando venne il mio turno, Ardei non volle prendere parte alle votazioni e lasciò che gli altri membri della giuria giudicassero le mie capacità.
Superai brillantemente tutte le prove, fra uno scroscio degli applausi di tutti gli spettatori, mentre respiravo ancora con un poco di affanno, insieme con Kilighe, Urvu, Turei ed Isele che come me avevano superato tutte le prove, venni condotto innanzi alla giuria per ascoltare il suo verdetto.
Quando vidi che Ardei, ascoltando ciò che gli venne detto a bassa voce da un membro della giuria, annuì con espressione soddisfatta, compresi che ero il primo in classifica; compresi che ero stato il migliore di tutti e che, pertanto, da quel momento in poi, sarei stato un guerriero.
Compresi anche che il merito di tutto ciò era stato di Ardei che per numerosi anni aveva, con i suoi pazienti insegnamenti, non solo trasfuso in me tutta la sua grande esperienza professionale, ma aveva anche amorevolmente curato la stessa formazione spirituale della mia personalità, esaltandone i pregi e smorzandone i difetti e pertanto nello stesso istante il mio cuore fu colmo di un sentimento di infinito affetto misto a riconoscenza per quell’uomo.
Fui certo di essere diventato un guerriero quando, egli , dopo avermi rivolto un sorriso, si alzò in piedi e, preso dal tavolo l’unico premio solitamente assegnato al migliore concorrente, costituito da una lucida bandoliera di pelle in cui era infilato un tagliente pugnale gemmato di bronzo che luccicava sotto i raggi del sole, ed accostatosi a me, me la infilò attraverso il collo sulla spalla per poi lasciarla ricadere obliquamente sul petto in corrispondenza del cuore che in quel momento per la grande emozione batteva forte.
" Abbiamo un nuovo guerriero fra noi e spero che tu sarai sempre degno delle nostre leggi d’onore e della migliore tradizione della nostra gente. "
Queste sue parole furono subito accolte dallo scroscio degli applausi di tutta la folla presente; allora egli, dopo avermi abbracciato con un sorriso di soddisfazione, mi congedò per lasciarmi agli abbracci dei parenti e alle congratulazioni degli amici e dei conoscenti.
La prima che corse ad abbracciarmi fu mia madre per riempirmi di baci; era molto commossa e i suoi occhi venivano resi più lucidi da alcune lacrime di gioia; ad essa si aggiunsero Nugreo, Arghia, Urteu, Eria e Dillira.
In breve mi trovai circondato anche da amici e conoscenti che ora da una parte, ora dall’altra, facevano a gara per congratularsi con me.
Riuscii a sottrarmi a tutta quella invadente affettuosità con la scusa di andare a recuperare il mio arco che, invece, alla fine della gara avevo consegnato nelle mani di Isele per riportarmelo a casa.
Appena mi fui allontanato da tutta quella gente festosa mi diressi in aperta campagna inoltrandomi lungo la strada che da Asun conduce ad Orrile perchè ero molto ansioso di comunicare ad Addeu, Tiria ed, in particolare, alla loro figlia, la bella notizia della mia assunzione nella classe dei guerrieri.
Volevo comunicarla ad Addara perchè ero sicuro che ella mi avrebbe ammirato di più e finalmente si sarebbe decisa a diventare la mia ragazza; si sarebbe finalmente decisa a lasciarsi abbracciare e baciare da me.
Era una magnifica mattinata e tutta la campagna verdeggiante ed ammantata di fiori campestri manifestando il suo splendore naturale, pareva inneggiare gioiosamente il ritorno della primavera; il dolce tepore del sole primaverile riscaldava il mio dorso nudo mentre una lieve brezza mi accarezzava il volto facendomi respirare a pieni polmoni tutta la fragranza della campagna fiorita; camminavo canticchiando perchè sentivo il mio cuore traboccare di contentezza e non facevo altro che guardare e accarezzare quel pugnale luccicante che portavo sul petto perchè esso costituiva, allora, il dono più bello ed importante che avevo ricevuto nella mia vita; ero convinto che quell’arma , da quel giorno in poi, luccicando sul mio petto, avrebbe rivelato a tutti che io ero diventato una persona importante, malgrado la mia giovane età.
Ero convinto che quello era il giorno più felice della mia vita ignorando, però, che quell’arma, di lì a poco, avrebbe trasformato quella splendida giornata in un incubo spaventoso e nel giorno più infelice della mia vita.
Così pensando, quasi senza rendermene conto, col mio passo svelto ero arrivato innanzi al grande ponte, fatto con grossi e lunghi tronchi d’albero, che univa le sponde opposte del fiume Arara.
Il sommesso scrosciare delle acque del fiume che scorrevano spumeggianti infrangendosi con mille spruzzi contro ogni sporgenza rocciosa incontrata nel loro cammino, mi distrasse dai miei pensieri facendomi rallentare il passo per rivolgere lo sguardo verso le alte e vicine rocce rosseggianti dell’altopiano di Orrile.
Già stavo per attraversare quel ponte, quando arrestai improvvisamente il passo perchè dalla boscaglia che delimitava la sponda opposta, vidi sbucare una figura umana che avanzava proprio nella mia direzione; costui appena mi vide salì di corsa sul ponte per poi attraversarlo solo in parte; infatti, si fermò a metà strada ponendosi le mani sui fianchi e diresse il suo sguardo minaccioso verso di me, quasi che intendesse sfidarmi a raggiungerlo.
Era un giovane molto più alto e robusto di me che, come me, era a dorso nudoe indossava un semplice perizoma; anche se la distanza non mi permetteva di vedere bene il suo volto, per la sua prestanza fisica superiore alla mia e per i suoi capelli biondi, non mi fu difficile riconoscere in lui Gidili che sicuramente si era nascosto nella boscaglia e mi aveva atteso con intenzioni poco pacifiche.
Lo riconobbi e compresi che lui era lì per sbarrarmi il passo ed impedirmi di recarmi da Addara poichè aveva capito che io non avevo alcuna intenzione di ubbidire alla minacciosa imposizione fattami diversi giorni prima.
Non ero assolutamente disposto a dargli retta perchè ero convinto che lui stesse facendo tutto ciò per il grande astio che aveva sempre nutrito per me fin da quando eravamo bambini.
Il motivo per cui quel giorno Gidili mi attendeva sul ponte di Arara non era soltanto quello di impedirmi di recarmi da Addara; ad esso si era aggiunta la grande rabbia mista a invidia per il mio successo.
Nel vederlo lì in mezzo a quel ponte col suo aspetto truce e minaccioso rimasi un attimo perplesso; non sapevo più se andare avanti o tornare indietro.
Infatti, in un primo momento, pensando ad Izzana, fui tentato di tornare indietro, ma subito fui spinto innanzi dal pensiero che non potevo dargli la soddisfazione di lasciargli credere che lo temevo e che non potevo comportarmi da codardo proprio qualche ora dopo essere stato nominato guerriero.
Avanzai sul ponte, pronto ad affrontarlo, con passo deciso mentre lui, sempre immobile piazzato nel mezzo del ponte con le mani sui fianchi, pareva attendermi per sbarrarmi il passo con la forza.
Quando arrivai di fronte a lui, contrariamente a quanto mi aspettavo, senza proferire parola, si spostò di lato per lasciarmi passare ed io, .rilassando la grande tensione che era in me, tirai innanzi emettendo un respiro di sollievo perchè credevo di avere evitato lo scontro.
Ma mi sbagliavo poichè, subito, dietro di me, risuonò la sua voce per dirmi sarcasticamente:
" Ehi tu, pezzo di merda, fermati! Dove credi di poter andare? "
Io, però, non raccolsi il suo insulto e continuai a procedere, ma lui subito mi raggiunse e mantenendomi per una spalla, dopo avermi costretto a voltarmi, aggiunse:
" Fermati! Sto dicendo a te; se vuoi che ti lasci andare devi spiegarmi un paio di cose: voglio sapere innanzi tutto, come hanno fatto ad accettare fra i guerrieri un pezzo di merda come te ? "
Liberandomi dalla presa, cercando allo stesso tempo di stare calmo, gli risposi:
"Toglimi le mani da dosso; lasciami andare dove mi pare; non ho nulla da dirti; per l’affetto che ho per tua madre, non voglio picchiarmi con te. "
Dicendogli queste parole lo guardai negli occhi e vidi che erano pieni di un odio indicibile. Era un odio che mai avevo visto prima e subito intuii che in quel momento correvo un pericolo ben maggiore di quello di essere pestato a sangue, come lui aveva minacciato alcune settimane prima .
Infatti, subito mi afferrò la stessa spalla e scuotendomi con violenza inaudita e gridando come un pazzo mi disse:
" Se non vuoi rispondere alla prima domanda, dimmi, allora, chi è tuo padre perchè tu sai bene che non sei nè il figlio di Addeu, nè il figlio di Urteu. Tu sei un bastardo figlio di tutti e di nessuno perchè sicuramente tua madre Neana è stata una puttana, perchè ti ha partorito prima di essere sposata............"
A quest’insulto non fui più in grado di controllarmi; venni, infatti, colto da una furia accecante che spazzò via il fermo proposito di non scontrarmi con Gidili, e mi avventai contro di lui per pigliarlo a pugni .
In quel momento, però, commisi l’errore dal quale Ardei, nel corso dei suoi addestramenti, mi aveva sempre messo in guardia: quello di affrontare un avversario quando ero in preda all’ira e, pertanto, anche se riuscii a colpire il suo volto con un forte pugno, poichè avevo trascurato ogni regola di difesa della mia persona, Gidili potè facilmente afferrarmi per la gola con le sue grandi e forti mani, mentre contemporaneamente si gettava con tutto il suo peso su di me costringendomi a piegarmi sulle gambe.
Subito con tutte le mie forze mi avvinghiai al suo corpo per allontanarlo da me e allo stesso tempo dibattevo la testa tentando di liberarmi dalla sua morsa ed allora lui, calcando ulteriormente il peso del suo corpo sul mio incominciò a stringere spasmodicamente la mia gola dicendomi:
" Bastardo, merdoso, ora ti uccido! Ti stacco la testa dal collo, come a suo tempo, ho spaccato quella del tuo cane Giumpi . "
Allora mi sforzai ulteriormente per liberarmi tempestando con i miei pugni il suo stomaco, ma più io lo colpivo, più stringeva la morsa sinchè incominciai a non poter respirare.
" Lasciami! Lasciami non riesco a respirare! "
Ma lui anziché allentare la presa la strinse di più ed allora le mie mani afferrarono i suoi polsi tentando invano di staccare le sue mani dal mio collo e vidi il suo volto sghignazzane ed i suoi occhi colmi di una sadica e malvagia soddisfazione e mi resi conto che era intenzionato ad uccidermi realmente.
Il respiro mi venne a mancare e mi parve che i miei polmoni stessero per scoppiare e che gli occhi stessero per saltare fuori dalle orbite, ed allora avvertii che le forze stavano per mancarmi e mi si stava annebbiando la vista; quasi senza che me ne rendessi conto l’istinto di conservazione fece si che la mia mano destra con uno sforzo enorme staccatasi dal suo polso estrasse dalla bandoliera che portavo sul petto il pugnale gammato per colpire con esso il ventre di Gidili.
Simultaneamente la sua presa si allentò, lasciando rifluire l’aria nei miei polmoni per salvarmi così da morte certa; in uno stato di semicoscienza respirando affannosamente vidi il volto di Gidili sbiancarsi e quasi istantaneamente senza emettere alcun gemito, cadde all’indietro per giacere disteso sul ponte.
Non so quanto tempo abbia tossito e respirato affannosamente prima di riavermi del tutto; so solo che quando rincominciai a respirare bene e a riprendere il mio normale stato di coscienza, anche se ero confuso ed un pò intontito, mi resi subito conto che giacevo seduto con il pugnale ancora stretto in mano con le gambe distese sul ponte e che accanto ad esse vi giaceva il corpo di Gidil.
Allora mi accostai ad esso e quando constatai che nel suo ventre, anzichè una grande macchia di sangue, vi era solo un piccolo taglio dal quale erano uscite poche gocce di sangue, credetti di averlo ferito leggermente; ero ancora intontito e non mi ero reso conto di quel che era realmente successo e credetti che Gidili, leggermente ferito sul ventre, fingesse di essere morto per mettermi paura; questo era, infatti, lo scherzo che era solito fare quando si accapigliava con i suoi amici.
Pertanto scuotendogli la spalla esclamai:
" Smettila di scherzare ed alzati. " ma lui non mi rispose e tanto meno si alzò per cui io lo continuai a scuotere sempre di più e a chiamarlo ripetutamente per nome; ma poichè continuava a rimanere immobile, incominciò a crescere in me il timore che fosse realmente morto.
Per togliermi ogni dubbio gli misi il palmo della mano davanti alle narici per scoprire, così; che Gidili non respirava più e che, pertanto, era realmente morto: io ero diventato un assassino; conseguentemente subito caddi nella più angosciosa disperazione.
Il mio pensiero corse verso Izzana, la donna alla quale ero affezionato come a mia madre; avevo contraccambiato il grande bene da lei ricevuto con il male; come avrei mai potuto dirle che le avevo ucciso il figlio prediletto dopo tutto il grande bene ed il grande affetto che avevo ricevuto da lei ?
Pensavo anche che nessuno mi avrebbe creduto quando avrei detto che lo avevo ucciso, senza rendermene conto, per puro istinto di conservazione e che, pertanto, sarei stato punito severamente.
Forse mi avrebbero impiccato nella stessa quercia secolare che si trova nella parte periferica più alta di Asun dove solitamente vengono impiccati i più grandi criminali od ancora peggio mi avrebbero mandato per tutto il resto della mia vita nella buia galleria di una miniera a scavare minerale.
Pensai anche alla grande vergogna che avrei portato a tutta la mia famiglia ed allora coprendomi gli occhi con le mani, scoppiai in un pianto disperato, mentre il pensiero di suicidarmi incominciava ad affacciarsi alla mia mente.
Dopo che sfogai nel pianto la paura e l’angoscia che opprimevano il mio cuore e la mia mente, a testa china e con gli occhi ancora pieni di lacrime, lasciando il cadavere di Gidili disteso nel mezzo del ponte, annichilito dalla paura per le conseguenze di ciò che avevo fatto, mi allontanai da quel luogo per vagare senza meta lungo le sponde del fiume Arara in uno stato di profonda disperazione che aveva quasi annullato tutto il mio io.
Non sapevo nè quello che stavo facendo, nè quello che dovevo fare perchè, anche se volevo fuggire da quel luogo e da me stesso, non sapevo dove andare; mi rendevo conto che nello stato in cui ero non potevo proseguire per Orrile o fare ritorno ad Asun perchè temevo che chiunque potesse leggere nel mio volto il delitto che avevo commesso.
In quello stato semiconfusionale vagai lungo le sponde del fiume Arara sinchè il forte calore del sole mi costrinse a rifugiarmi all’ombra di un canneto che da un piccolo rialzo del terreno si rispecchiava in un ristagno del fiume
Nascosto in mezzo alla vegetazione, mi sedetti su un masso; con lo sguardo fisso nel vuoto e reggendomi il capo fra le mani ed i gomiti poggiati sulle ginocchia, tristemente mi misi a riflettere sulla spaventosa disgrazia che mi era capitata proprio nel giorno più felice della mia vita.
Rimasi a meditare in quel luogo, dove il silenzio era rotto solo dal ronzare degli insetti e dal gracidare di qualche rana, oltre l’ora di pranzo, proprio quando il sole si era fatto più caldo rendendo l’aria quasi afosa.
Fu allora che presi la decisione di suicidarmi; fu allora che mi alzai in piedi e, estratto il pugnale e puntatolo sul petto, incominciai a premerlo sulla ma carne senza approdare a nulla, perché lo stesso istinto di conservazione, che mi aveva spinto a colpire Gidili, mi impediva di andare a fondo esercitando su esso la pressione necessaria per conficcarmelo nel cuore; conseguentemente ad un certo punto, colto da uno scatto d’ira, lo buttai via lanciandolo nelle acque stagnanti del fiume con un’imprecazione.
Anche se non avevo avuto la forza o il coraggio di trafiggermi col mio pugnale, non volli desistere dall’idea di uccidermi perchè non volevo affrontare le conseguenze del gravissimo fatto che avevo compiuto; pertanto, in un primo tempo, pensai di cercare un punto molto profondo del fiume dove affogarmi ma subito abbandonai quest’ idea perché pensai che ciò mi sarebbe stato impossibile perchè sapevo nuotare benissimo e, non avendo una fune con cui legarmi una grossa pietra al collo, lo stesso istinto di conservazione mi avrebbe impedito di affogare.
Mi rimaneva solo la possibilità di precipitarmi nel vuoto della Pertruma, un altissimo burrone dalle pareti chiazzate di marmo rosso, che alcuni stadi più avanti scendeva a picco sullo stesso fiume Asara.
Presa questa decisione, abbandonai il canneto per dirigermi verso la strada che avevo percorso il mattino, perchè quel burrone poteva essere risalito solo attraverso un sentiero che partiva a breve distanza dall’abitato di Asun
Avevo percorso con passo molto lesto tutta la strada in breve tempo, senza incontrare nessuno, perchè nessuno ad Asun in quel giorno di festa era andato a lavorare in campagna, specie dopo pranzo quando il caldo e qualche bicchiere in più destavano una sonnolenza che spingeva la gente a farsi un sonnellino nelle proprie abitazioni.
Arrivato in vista delle prime case del villaggio mi ero appena inoltrato nel primo tratto del sentiero che conduceva a Perruma, quando, alle mie spalle udii una voce femminile che mi chiamava per nome; ma io lungi dal voltarmi per vedere chi era, affrettai il passo per allontanarmi da colei che mi chiamava, ma lei, anzichè desistere, mi insegui gridando:
" Fermati Jolao! Fermati che voglio parlarti! "
Allora, senza fermarmi, rallentai il passo, perchè avevo riconosciuto che quella voce era di Dillira la quale mi corse dietro e quando ornai stava per raggiungermi, affannando un poco e con tono adirato, mi gridò ancora:
" Fermati Jolao! Dove stai correndo quando i tuoi familiari ed Ardei sono molto preoccupati perchè tu hai disertato il pranzo civico che Asun ha organizzato in onore dei nuovi giovani guerrieri ? "
Anche se mi fermai a questa ingiunzione rimasi zitto ed immobile senza voltarmi e senza darle alcuna risposta, per cui ella, accostatasi a me, prendendomi per una spalla mi fece voltare verso di lei e con voce stizzita esclamò:
" Che hai? Perchè non mi rispondi? "
Ma appena vide che il mio volo era stravolto e che avevo ancora gli occhi arrossati dal pianto, il suo volto divenne molto serio e cambiando tono con voce molto preoccupata mi chiese:
" Cosa ti è successo Jolao? Dove stavi andando ? "
Dopo essere rimasto zitto ancora alcuni istanti, abbassando il capo per non incontrare il suo sguardo, con un filo di voce le risposi:
" Sto andando a Perruma per morire perchè non ho più il diritto di vivere.............. perchè ho commesso un’azione terribile ? "
" Cosa hai fatto di tanto terribile da dover pagare con la cosa più preziosa che hai quale è la tua vita ? . " mi chiese allora Dillira incredula, perchè riteneva che tutto ciò non fosse altro che una ragazzata.
Allora io contrito esclamai:
" Ho ucciso Gidili, il figlio di Izzana! "
Vidi, allora, che il volto di Dillira si era fatto molto serio e preoccupato e mi aspettavo il suo più aspro biasimo ma lei mi disse soltanto:
" Per morire c’è sempre tempo; vieni a casa mia e raccontami tutto. "
Quindi mi prese per mano e guidandomi come un bambino mi condusse nella sua abitazione che era ubicata a non molta distanza presso la periferia del paese, senza che per strada incontrassimo anima viva.
A dire il vero, la casa in cui mi condusse Dillira era quella dove lei aveva vissuto con i suoi genitori e con sua sorella maggiore Illoira prima di diventare sacerdotessa di Maimone e di trasferirsi nell’ alloggio religioso presso tempio a pozzo; dove trascorreva la maggior parte del suo tempo con altre sacerdotesse minori che come lei avevano fatto voto di castità
Successivamente, dopo la morte dei genitori, per non lasciare quella casa del tutto abbandonata, ogni qual volta le era possibile vi trascorreva anche delle giornate intere, non solo per pulirla ma anche per prepararvi quelle medicine con cui curava chi si ammalava.
Entrati nella casa, ella, togliendosi il suo cappello dalle larghe falde e, dopo avermi fatto sedere in uno scanno, si sedette accanto a me e prendendo affettuosamente le mie mani fra le sue mi disse:
" Raccontami adesso che cosa è accaduto e soprattutto come e perchè hai ucciso Gidili. " al che io minuziosamente le raccontai tutto senza trascurare alcun particolare iniziando dal fatto che mi ero invaghito di Addara.
Dillira ascoltò attentamente ogni mia parola; quando ebbi finito e conclusi chiedendole di aiutarmi a morire, dandomi una pozione di veleno, ella accarezzandomi affettuosamente il volto mi disse:
" Smettila di parlare di morire! So che hai detto il vero perchè so leggere negli occhi della gente ma anche perchè hai ancora nel collo i segni che ti ha lasciato la stretta di Gidili. Ora ascoltami bene deve mai piangere. Sappi che tu ti sei messo falsi complessi di colpa; pertanto, devi liberarti da ogni rimorso perchè la colpa di tutto quello che è successo deve essere data solo a Gidili. Ha avuto ciò che si meritava perchè era un malvagio anche se era il figlio di una donna tanto buona quale è Izzana. Tu sei stato costretto ad uccidere per salvare la tua stessa vita; non devi avere alcun rimorso per la sua morte; anche se essa porterà un grande dolore ad Izzana. L’unica cosa che devi fare per uscire da questo grosso guaio è quella di non dire a nessuno, nemmeno a tua madre o a qualsiasi altra persona, ciò che hai detto a me; se ti è possibile, fare immediatamente sparire il cadavere di Gidili prima che qualcuno lo trovi dopo che in paese sarà finita la festa.
Pertanto, torna subito ad Arara, facendo in modo che nessuno ti veda e per prima cosa recupera il tuo pugnale, poi ritorna sul ponte e getta il corpo di Gidili nel fiume o ancor meglio seppelliscilo senza lasciare alcuna traccia.
Nel caso che qualcuno avesse già scoperto il cadavere, sicuramente esso a quest’ora non dovrebbe essere più nel luogo in cui lo hai lasciato e, pertanto, tornatene in paese e qualsivoglia cosa succeda nega sempre che oggi sei stato ad Arara e che hai visto ed incontrato Gidili in qualsivoglia luogo. Se qualcuno ti chiederà dove hai trascorso la mattina dovrai dire che io ti ho mandato nel mio orto per fare alcuni lavori come io confermerò in ogni caso; se ti sarà possibile, prima che scenda la notte, ritorna in questa casa per farmi sapere come sono andate le cose. "
Confortato dalle parole di Dillira, uscii dalla sua casa e seguendo meticolosamente i suoi consigli, dopo aver speso molto tempo per ritrovare il mio pugnale nel piccolo ristagno del fiume Arara, avanzando furtivamente in mezzo alla vegetazione per non essere visto, arrivai in prossimità del ponte quando era già sera inoltrata per notare subito, anche se ero un pò lontano, che il corpo di Gidili si trovava esattamente come lo avevo lasciato alcune ore prima.
Assicuratomi che nel luogo e nelle sue vicinanze, non diversamente dal mattino, non vi era anima viva, salii sul ponte per portare via il corpo di Gidili, ma poiché notai che sotto il ponte l’acqua era poco profonda presi la decisione di seppellirlo nella riva del fiume dove trascinai con grande fatica, tirandolo per una gamba.
Mi misi a scavare la fossa, prima con l’aiuto della lama del pugnale e, poi, con le mie stesse mani, quando mi accorsi che questo serviva a ben poco; temendo che arrivasse qualcuno scavavo freneticamente la sabbia anche se le dita mi dolevano molto per i piccoli e taglienti granelli di sabbia che penetravano fra le unghie e la carne.
Quando la fossa fu pronta e vi misi dentro il corpo di Gidili per coprirlo il più rapidamente possibile con pietre e sabbia, mi parve di rinascere; finalmente mi sentivo più tranquillo anche se la paura non era scomparsa del tutto perchè pensavo che qualcuno poteva avermi visto da lontano mentre trascinavo il cadavere o scavavo quella fossa.
Malgrado questo timore, non mi allontanai subito dal luogo perchè prima ritenni doveroso inginocchiarmi per chiedere perdono allo spirito di Gidili.
Dopo aver pregato, feci sparire dal luogo ogni traccia dello scavo e della mia presenza, spargendo delle foglie secche nel punto in cui avevo seppellito Gidili e cancellando tutte intorno ogni mia orma ;quindi mi avviai per fare ritorno ad Asun; ma prima di entrare in paese, come mi era stato tanto raccomandato feci ritorno nella casa di Dillira e quando le raccontai quel che avevo fatto, ella osservò:
" Ora che hai fatto scomparire il cadavere, puoi stare più tranquillo, qualunque cosa succeda, è meglio che tu non dica a nessuno che sei stato nei paraggi di Arara e se qualcuno eventualmente dovesse dire di averti visto in quel luogo, dovrai sempre negarlo e sostenere che, dopo le gare ti trovavi dalla parte opposta perché; io confermerò che eri nel mio terreno a tagliarmi della legna . "
" Pensi che corra ancora il pericolo di essere scoperto ? " le chiesi con una certa apprensione ed allora Dillira si accostò a me e sorridendo mi accarezzo i capelli dicendo:
" Sciocco ora non devi avere più paura perchè potrai essere scoperto solo se tu parlerai o se parlerò io, cosa che è del tutto impossibile perchè, anche se in modo diverso da tua madre ti ho sempre voluto bene sin da quando eri bambino, ed ora che sei quasi un uomo te ne voglio ancora di più. "
Dicendo queste ultime parole Dillira accostò il suo volto al mio e fissandomi teneramente negli occhi quasi sussurrando aggiunse:
"E’ tardi ed è meglio che tu vada perchè tua madre era in pena per te. Ritorna un altro giorno se avrai delle novità e ricorda, per il tuo bene, di seguire tutte le raccomandazioni che ti ho fatto. "
Arrivai in paese quando la gente era ancora in festa; il sole era molto basso sull’orizzonte e rendendo la luce del giorno sempre più grigia cedeva progressivamente spazio all’oscurità.
Già nelle strade principali dell’abitato affollate di gente che discuteva allegramente scolandosi le zucche piene di buon vino, venivano accese le prime torce notturne mentre la piazza centrale risuonavano le grida esultanti degli uomini e delle donne di ogni età che tenendosi l’un l’altra per mano, formando un ampio cerchio, davano inizio con i primi passi cadenzati ad un ballo tondo scandito dalla musica delle launeddas accompagnata dalle percussioni dei tamburini fatti con pelle di cane.
Anche se cercavo di attraversare le vie del paese dirigendomi verso la mia casa senza farmi notare, tutto fu inutile perchè incontrai molti amici e conoscenti, e dopo avermi fermato per congratularsi ancora una volta per la mia nomina a guerriero, volevano invitarmi a bere, o a fare qualche serenata alle belle ragazze del paese.
Alcuni di essi mi chiesero perché non avevo partecipato al pranzo civico e perché non mi ero fatto vedere per tutto il giorno e naturalmente, dopo aver risposto come mi aveva consigliato Dillira, rifiutai ogni invito dicendo che ero molto stanco per il lavoro che avevo fatto tagliando la legna, e che quindi avevo bisogno di tornare a casa per riposare.
Non tutti gli abitanti di Asun in quelle ore di festa erano lieti e spensierati; vi era una donna che andava avanti e indietro per ogni via fermandosi innanzi ai gruppi dei giovani e dopo averli guardati in volto ad uno ad uno, con espressione delusa e con voce velata da un senso di angoscia, chiedeva loro se avessero, per caso, visto il figlio.
Vidi quella donna da lontano quando giunsi nella piazza del tempio a pozzo e mi fermai nella penombra di quell’edificio sacro perchè non avevo il coraggio nè di incontrarla e di udire le sue parole, nè di reggere il suo sguardo perchè ella era la buona Izzana che dopo aver atteso il ritorno di Gidili, prima per l’ora di pranzo e poi per tutta la sera, in preda ad un triste presentimento andava chiedendo del figlio a ogni persona che incontrava.
Malgrado mi fossi fermato quasi nascosto dalla semioscurità che vi era presso l’edificio sacro, ella mi intravide venne diritta verso di me e con tono accorato che stava per sconfinare nel pianto mi chiese:
" Jolao figlio della mia anima, hai visto Gidili ? Sono disperata perchè subito dopo le gare, mi ha detto che andava a pescare nel fiume Arara e ancora non è tornato in paese e nessuno lo ha visto. "
" Non l’ho visto in tutto il giorno! " le risposi guardando altrove, per non incontrare il suo sguardo.
" Temo che gli sia successo qualcosa di grave perchè stanotte ho fatto un brutto sogno:.......... ho sognato un grande falco che volava in cielo agitando le ali e lasciando cadere tanta sabbia sul mio Gidili sino a seppellirlo........."
" Sono sciocchezze di voi donne i sogni che chiamate premonitori. "
" Si forse hai ragione! Forse, dopo aver pescato del pesce lo ha portato a Orrile dalla zia per fare la pace con Addeu perchè ho saputo che ha avuto un alterco con lui:......."
" Non so che dirti; non sapevo nemmeno del suo bisticcio con Addeu. "
" Comunque anche se si sta facendo buio manderò Isele e gli anici a cercarlo prima ad Arara e poi ad Orrile. Vuoi andarci anche tu ? "
" No Izzana oggi per me è stata una giornata faticosa ed adesso devo andare a casa a dormire perché non mi reggo in piedi dalla stanchezza. "
Izzana rimase quasi di stucco a questo diniego, perchè credeva che mai le avrei negato un favore e, pertanto, dopo avermi guardato sconsolatamente senza dire altro, si allontanò da me; andò a chiedere a Isele ed ai suoi amici di andare a cercare Gidili.
Anche se io in questo momento so di certo che ella, udendo il mio diniego, pensò che quella sera io al posto del cuore avevo una pietra, non fu così perchè per lo strazio che io avevo provato per la sua disperazione, dopo che la lasciai, tutto il mio cuore si riempì di un rimorso molto più grande della mia colpa per cui, mentre camminavo, via via gli occhi mi si riempirono di lacrime e appena mi trovai in un viottolo buio e deserto, appoggiai il viso ad un muro per scoppiare in un pianto irrefrenabile.
Rientrai a casa solo dopo essermi ben calmato e lavato il volto nel vicino abbeveratoio, per essere accolto dagli aspri rimproveri di mia madre che si lamentava per la mia assenza al pranzo civico.
Mi disse che anche Nugreo mi aveva biasimato perchè per la mia assenza non aveva fatto una bella figura con Ardei e soprattutto con gli altri personaggi militari che erano arrivati da fuori per far parte della giuria che mi aveva esaminato.
Ascoltai i rimproveri di Neana in silenzio, attendendo che si calmasse come avvenne quasi subito e quando ella mi portò la cena, vedendo che io appena l’assaggiai, anche se non avevo toccato cibo in tutto il giorno, non sapendo che io sentivo un blocco nello stomaco, sentenziò:
" Uccello che non becca ha già beccato. "
Neana, quindi, mi chiese dove avevo trascorso il giorno e quando le dissi che ero andato a tagliare la legna per Dillira, con tono contrariato mi disse:
" Non mi piace che tu abbia trascurato la tua famiglia ed i tuoi doveri per mia cugina perchè ho già notato che ella è sempre attenta nei tuoi riguardi, quasi che voglia rubarmi l’affetto naturale che tu hai per me. "
Fortunatamente Urteu la chiamò a letto e, pertanto, ella mi lasciò in pace e così anch’io fui libero di andare a stendermi sul mio giaciglio dove però non riuscì a chiudere occhio, anche se ero stanchissimo.
Non riuscii a dormire perchè come mi stesi sulla stuoia venni nuovamente assalito dalla paura.
Questa era stata risvegliata in me dalle parole di Izzana, quando mi disse che avrebbe mandato Isele ed i suoi amici a Arara ed a Orrile alla ricerca di Gidili e temevo, pertanto, che essi potessero individuare la sua sepoltura perchè avevo udito raccontare dai pastori e dai contadini che spesso i cani randagi e le volpi o gli avvoltoi ed i corvi, sono in grado di riportare alla luce i cadaveri per nutrirsi con le loro carni, specie quando nel terreno sono stati seppellite a poca profondità .Temevo assurdamente che Isele, da un momento all’altro, potesse tornare in paese per venire a bussare la porta della mia casa per accusarmi della morte del fratello.
Rimasi sveglio per questo pensiero per buona parte della notte; poi la paura fu vinta dalla stanchezza ed io caddi in un sonno agitato da incubi, nei quali mi appariva il fantasma di Gidili il che mi inseguiva per sgozzarmi con il mio stesso pugnale .
Venni svegliato al mattino, alcune ore dopo il canto del gallo, dal buon odore del latte che mia madre aveva messo a bollire per me; mi alzai rapidamente perchè quel buon odore stuzzicò in me un grande appetito non avendo toccato cibo sin dal mattino precedente; così, mentre mi mettevo a far colazione, mia madre, che era già in piedi da un pezzo per attendere alle faccende domestiche, si accostò a me e facendomi trasalire mi disse:
" Hai saputo di Gidili ? "
" Che cosa ? "
" E’ scomparso; è andato a pescare ad Arara e non è più tornato a casa sua. Lo hanno cercato tutta la notte il fratello ed i suoi amici e non lo hanno trovato perchè sicuramente se lo è portato via il fiume ed, a dire il vero, mi dispiace solo per la madre, ma non per lui perchè non era altro che un’anima malvagia. Era un poco di buono; sono sicura che è strato lui ad uccidere il tuo cane Giumpi, staccandogli la testa dal corpo con quelle sue grosse mani da bestia. Chissà quanto deve avere sofferto quel povero cane ? "
Dopo aver detto ciò, Neana se ne stette zitta per alcuni istanti; poi si mise a riassettare il mio giaciglio e rivolgendosi verso di me aggiunse:
" Mi dispiace veramente per quella poverina di Izzana e tu dovresti andare a trovarla per consolarla perchè lei è sempre stata molto affezionata a te. "
" Vorrei andarci ma, anche se le voglio molto bene, non posso fare nulla perchè non so consolare la gente; questo è lavoro da donne. "
" Se non vuoi andarci, andrò io a chiederle di scusarti ed a consolarla. "
Queste parole di Neana mi tranquillizzarono, sia perchè ella mi avrebbe liberato dall’incombenza di incontrarmi con Izzana, sia perchè mi avevano rivelato che nessuno aveva scoperto la sepoltura di Gidili; mi spinsero comunque a recarmi nuovamente ad Arara per effettuare un controllo della situazione; pertanto dissi a mia madre che quella mattina non sarei tornato a pranzo, perchè intendevo recarmi ad Orrile a visitare Addeu e Tiara.
Così anche quella mattina, percorsi la strada che portava ad Arara, ma con animo ben diverso da quello che avevo il giorno precedente prima di incontrare Gidili.
Arrivai ad Arara con questi pensieri e lì, constatato che nè animale nè uomo aveva toccato la sepoltura di Gidili, con un sospiro di sollievo, attraversai prima il ponte e poi il bosco che delimitava la sponda opposta; incominciai a risalire il sentiero che conduce nell’alto di Orrile.
Quando raggiunsi l’altopiano trovai Addeu e Tiara seduti all’aperto su una panca presso l’uscio della loro casa che parlottavano concitatamente, mentre erano intenti ad intrecciare cesti d’asfodelo.
Appena mi videro, entrambi si alzarono in piedi per venirmi incontro ad abbracciarmi e benché si sforzassero di sorridermi per apparire tranquilli, compresi all’istante che i loro volti non erano normali.
Il loro sorriso era alterato da un velo di tristezza che erroneamente attribuii al dolore per la scomparsa di Gidili; ma mi sbagliavo; ora so che ad essi era accaduto qualcosa di grave che aveva turbato anche il grande accordo che esisteva fra loro.
" Ieri notte è venuto qui Isele a cercare suo fratello e ci ha detto che sei stato il primo in tutte le gare e che, pertanto, sei stato assunto nella classe dei guerrieri; ciò ci ha dato grande contentezza perchè mi dà la certezza che tu farai una grande carriera; sono sicuro che tu un giorno diventerai un duru; anzi uno dei più grandi duru; ma purtroppo quel giorno io non potrò abbracciarti perchè sarò già morto, perchè forse mi impiccheranno dopo che avrò regolato i conti con una certa persona anche se è fuggita lontano........."
" Lascialo perdere, Jolao, perchè da qualche giorno ha l’umore storto e non sa nemmeno lui quello che sta dicendo. " lo interruppe la moglie con tono irato, poi rivolgendosi a me, con apprensione mi chiese:
" Oggi hai visto Izzana ? Sai come sta ? "
" Oggi non l’ho vista, ma mia madre mi ha detto che è disperata perchè teme che il fiume Arara si sia portato via il figlio. "
" Non è vero che se lo è portato via il fiume; io sono convinto che quel farabutto è fuggito lontano perchè sa molto bene che gli avrei fatto pagare a caro prezzo tutto il grande male che ha fatto. Tanto, prima o poi, se non ha abbandonato la nostra Isola, lo acchiapperò lo stesso........... "
Allora Tiara interrompendolo nuovamente con aspra voce gli disse:
" Stai zitto! Che perda la voce come un muto! Devi essere proprio impazzito per parlare in questo modo! Meno male che hai detto quelle parole solo davanti a Jolao, che è come uno della nostra famiglia, perchè se ti sentono fuori potrebbero anche incolparti della sua scomparsa. "
A questo punto, chiesi ad Addeu di dirmi che cosa aveva fatto Gidili di tanto grave da destare tanta sua acredine, ma Tiara glielo vietò tassativamente dicendo che non era cosa in cui io dovevo immischiarmi, per cui un pò irritato da questa risposta, chiesi dove era Addara perchè volevo salutarla prima di andare via.
Come al solito Addara era nel suo angolo preferito presso la vasca dell’orto dove andavamo a giocare quando eravamo bambini .
Era seduta su un sedile di pietra all’ombra del grande noce ed era intenta a cardare della lana che la madre poi avrebbe filato; lavorava quasi automaticamente, svelta e senza guardare ciò che faceva lasciando capire che stava pensando ad altro; il suo volto quanto mai bello era velato da una indicibile tristezza ed ella era tanto presa dai suoi pensieri che non si accorse nemmeno del mio arrivo; pertanto, trasalì quando mi sedetti accanto a lei sul sedile e la salutai dandole una carezza sul volto; riprendendosi subito, voltando il capo verso di me, accennò un debole sorriso e con la sua dolce voce mi disse:
" Ti aspettavo ieri ansiosamente ed ero tanta in pena per te; perchè non sei venuto? Te lo ha impedito Gidili! ? Non è vero ? "
" Sì ! " esclamai tradendomi.
" Come lo sai ? aggiunsi con una certa apprensione pensando che Addara sapesse realmente ciò che era successo.
" E’ venuto di nascosto qui ieri mattina ed era come impazzito per l’odio contro di te che lo stava divorando; ti cercava qui e quando ha capito che non c’eri è andato via da Orrile dicendo che ti avrebbe aspettato sul ponte di Arara per ucciderti e gettarti nel fiume. Ho tentato di trattenerlo ma non ci sono riuscita, perchè mi ha picchiata e non ho potuto inseguirlo, perchè in quel momento, attirato dal chiasso, stava arrivando mio padre che è andato in bestia quando lo ha visto mettermi le mani addosso e quindi ho dovuto trattenere lui.
Tu però, ora, devi dirmi che cosa è successo poi fra voi due; devi dirmi perchè Gidili è scomparso; tu sei l’ultima persona che lo ha visto.. "
" Non è successo nulla! Non è successo nulla perchè io non lo ho incontrato. "l e risposi, ma lei non mi credette.
" Sei un grande bugiardo! Sono certa che tu ti sei incontrato e scontrato con Gidili perchè tu non avresti fatto a meno di venire qui nemmeno legato in catene. Il fatto che tu menta mi fa capire che è successo qualcosa di grave. Dimmi subito dove è Gidili ? "
Avrei dovuto continuare a dirle che non sapevo nulla, ma non fu così; non so che cosa mi sia successo; so solo che dietro le sue insistenze, ad un certo punto, incominciai a parlare dicendole:
" Gidili non potrà più interferire nel nostro amore. Gidili non ti picchierà più perchè se ne è andato per sempre. " e continuai così raccontandole per filo e per segno tutto quello che era accaduto fra me ed il cugino.
Così le rivelai di averlo ucciso per salvare la mia vita, perché mi illudevo che lei mi amasse veramente e che, quindi, fosse dalla mia parte ed ella, invece, mi ascoltò impietrita, quasi che credesse impossibile quello che era successo; poi, coprendosi il volto con le mani incominciò a singhiozzare disperatamente.
Non capivo il perchè di tutto quel pianto disperato, perchè non sapevo se lei piangesse per me o per Gidili; ma tutto mi fu chiaro quando io per consolarla le accarezzai affettuosamente il capo ed ella, scostandosi da me inorridita, mi gridò in faccia con rabbia:
" Lasciami maledetto! Non osare toccarmi mai più perchè uccidendo Gidili hai distrutto la mia vita. Allontanati subito da me; sappi che non ti ho mai amato; mi servivo di te per fare ingelosire Gidili e per farmi sposare da lui. Vattene via subito e sappi che, anche se non rivelerò a nessuno ciò che hai fatto perchè ne sono responsabile in larga parte io, ti odierò e maledirò il tuo nome per tutto il resto della mia vita. "
Fu come se il mondo mi crollasse addosso: non volevo credere alle mie orecchie, mi pareva impossibile che Addara la ragazza che io amavo più di me stesso e che a sua volta mi aveva lasciato credere di amarmi, mi avesse detto quelle terribili parole; era come se vivessi un incubo spaventoso in cui tutto di colpo la mia mente e la mia anima stavano sprofondando nel nulla, perchè quelle dure parole di Addara in pochi istanti avevano annientato tutti i miei sogni d’amore.
Anche se non compresi perchè allora Addara fu tanto dura con me da non avere alcuna briciolo di comprensione, senza chiederle alcuna spiegazione, mi alzai e mi allontanai da lei per non rivederla mai più per tutto il resto della mia vita, mentre i suoi accorati singhiozzi risuonavano alle mie spalle.
Ora so che Addara fu tanto dura con me perchè le avevo ucciso la persona di cui era innamorata follemente ma anche il padre della bambina che lei da alcuni mesi portava nascostamente nel suo ventre.
Lo amava anche se talvolta diceva di disprezzarlo perchè lui spesso la dileggiava e la umiliava crudelmente; lo amava anche se un giorno che l’aveva incontrata sola nel bosco di Orrile era riuscito a violentarla dopo averla picchiata selvaggiamente; lo amava perchè sapeva di appartenergli per un misterioso ed incomprensibile vincolo che aveva unito le loro anime ancora prima della loro nascita.
Ora so anche che Addara si è poi pentita amaramente di avermi trattato in quel modo e che per molti anni mi ha cercato invano per chiedermi perdono perchè pur non amandomi, nutriva per me un grandissimo affetto; da quando era bambina mi aveva sempre considerato suo fratello anche quando aveva saputo che non ero figlio dei suoi genitori.
Io dal mio canto, pur avendola perdonata già da numerosi anni, quando ho capito che lei non fu altro che una vittima di quel gioco crudele di sentimenti che rende ogni anima esasperata quando non riesce a varcare quel limite che separa l’odio dall’amore, so con certezza che lei, quando mi cacciò via tanto malamente, ha contratto un grande debito spirituale nei miei confronti che ella dovrà in ogni modo pagarmi in un’altra vita futura.
In quella lontana amara mattina della mia gioventù, avvilito,umiliato e sconsolato ho lasciato Orrile pensando solo ai miei guai senza salutare Addeu e Tiria, senza capire che anche loro erano afflitti ed avevano bisogno di essere consolati perchè avevano appreso dalla loro figlia che non solo era stata violentata da Gidili ma che era anche incinta.
Non li salutai perchè egoisticamente pensavo solo a compiangermi per tutto ciò che mi stava capitando e perchè in me progressivamente ritornava la paura pensando che Addara avrebbe potuto rivelare, prima o poi, a qualcuno che io avevo ucciso il cugino.
La mia paura aumentò ancora di più quando, scendendo da Orrile riuscii a distinguere, anche se da grande distanza, una figura umana che si aggirava presso il ponte di Arara, proprio nel punto in cui era sepolto Gidili, pertanto quando giunsi in pianura ed attraversai il bosco mi affacciai fuori del suoi limiti con circospezione evitando di apparire allo scoperto, per vedere chi era quella persona che nel frattempo si era spostata proprio nel mezzo del ponte dove io avevo lottato con Gidili, per guardare le acque increspate dal vento che fuggivano lontano.
Nascosto dalla vegetazione vidi che era Izzana; era andata in quel luogo a cercare qualche traccia del figlio; dopo aver sostato, per ironia della sorte, proprio nel punto dove io l’avevo sepolto, scrutando tutt’intorno, era avanzata sino alla metà dal ponte e qui, impietrita dal dolore, si era messa a lungo a guardare tristemente le acque del fiume che, spinte dalla corrente, fuggivano lontano verso la pianura; rimase a lungo a guardare quelle acque col cuore pieno di amara disperazione credendo che esse gli avessero portato via il figlio; rimase a lungo su quel ponte, immobile come una statua, mentre il vento agitava i suoi lunghi capelli, sinchè si inginocchiò per invocare con grida strazianti il nome di Gidili.
Invocava ad alta voce il nome del figlio, come se lui potesse udirla, esortandolo a ritornare a casa perchè la sua assenza le stava straziando il cuore; lo chiamò a lungo, ma le rispose solo il sommesso scrosciare delle acque del fiume.
Poi, quando si stancò di piangere, forse intuendo che il suo Gidili non sarebbe tornato mai più, si alzò in piedi e, a capo chino, più sconsolata che mai si diresse a passi lenti, non verso Orrile, dove nella famiglia della sorella si piangevano altri dolori a causa del figlio, ma verso Asun a casa sua.
Solo quando Izzana scomparve del tutto dalla mia vista, uscii dal mio nascondiglio e, attraversato il ponte, anzichè inoltrarmi nella strada principale, per evitare di incontrala, attraversai un sentiero secondario molto più lungo per recarmi nuovamente da Dillira perchè sapevo che solo lei avrebbe potuto darmi un pò di conforto con i suoi saggi consigli.
Ancora una volta la trovai nella sua casa e quando le raccontai tutto ciò che avevo detto ad Addara, invece di rimproverarmi per averle confessato di avere ucciso Gidili, lei mi tranquillizzò dicendomi che mai Addara avrebbe riferito ad alcuno la mia confessione perchè era la vera responsabile di quanto era successo.
Dillira, poi, tacque e rimase pensosa alcuni istanti come se cercasse nel suo intimo il coraggio di chiedermi qualcosa che le stava a cuore e, subito dopo, mi guardò intensamente negli occhi e quasi timidamente mi disse:
" Vedi Jolao, io posseggo il tuo terribile segreto e per dimostrarti la lealtà che sempre avrò nei tuoi confronti, voglio darti in pegno un mio segreto che tu non dovrai mai rivelare a nessuno, così come io mai rivelerò il tuo. " detto ciò ella mi baciò, ma diversamente da come aveva fatto altre volte, non mi baciò sulla fronte o sulle guance, ma posò le sue labbra sulle mie, prima leggermente, quasi che volesse solo sfiorarle, ma subito dopo con tanta intensa passione da mozzare il mio stesso respiro. "
Compresi subito che genere di segreto ella voleva riporre nelle mie mani e ciò mi rese confuso perchè mai mi sarei aspettato da lei una cosa del genere; anche se era una donna molto bella, io avevo visto sempre in lei solo una sacerdotessa intoccabile poichè ben sapevo che, come ogni ancella del dio Maimone, era vincolata a vita dal voto di castità; la sua anima ed il suo corpo appartenevano esclusivamente allo stesso dio Maimone.
Pertanto, malgrado il contatto delle sue calde labbra sensuali sulle mie provocasse un piacere che mai avevo provato quando avevo baciato qualche mia coetanea, ne fui allo stesso tempo terrorizzato perchè temevo di destare contro di ne le ire della divinità.
Forse per tale timore ebbi inizialmente un senso di disagio e già stavo per respingerla; ma ella lo represse sul nascere poichè, senza staccare le sue labbra dalle mie, mi abbracciò stringendo freneticamente il suo corpo al mio in modo da destare tutto il mio istinto virile.
Infatti, al contatto del suo seno sul mio petto percepii una intensa sensazione di calore che risaliva lungo la schiena per avvolgermi tutto il corpo inibendo i miei scrupoli e la mia stessa volontà per cui ogni senso di peccato e timore di Maimone si annullarono e anch’io la strinsi a me per ritrovare fra le mie braccia, non più una sacerdotessa, ma una vera donna divorata dalla bramosia di quell’amore che aveva sempre represso inibendo la sua stessa natura.
Stringere il corpo di Dillira fra le mie braccia, anche se per età poteva essere mia madre, fu una cosa stupenda che io non ho mai dimenticato perchè quello fu il mio primo e vero amplesso amoroso della mia vita.
Ci abbracciammo e ci baciammo freneticamente chissà quante volte; poi, mentre io staccai le mie labbra per baciare il suo candido collo, ella prese una delle mie mani e la posò sul suo seno, quindi dopo avere emesso alcuni voluttuosi sospiri, si stacco prima da me per andare a sprangare la porta della casa e, poi, presomi per mano mi condusse dietro un tendaggio e dopo avermi fatto stendere sul suo morbido e candido giaciglio fatto di pelli d’agnello, sciolti sulle spalle i suoi lunghi e neri capelli si spogliò del suo abito talare per apparire completamente nuda innanzi ai miei occhi.
Fu allora che ella si distese accanto a me per togliermi il perizoma; fu allora che io affondai il mio corpo sul suo; fu allora che io per la prima volta possedetti una donna e incominciai a diventare uomo.
Quando il nostro desiderio sessuale fu sazio, ella mi tenne ancora stretto al suo corpo con le sue braccia e mentre mi baciava ripetutamente sul volto mi sussurrò:
" Jolao stasera hai fatto che io per la prima volta sia veramente felice. Sei felice anche tu ? "
" Sì è stata la mia prima volta mi è piaciuto tanto perchè tu sei una donna bellissima ma non credo di essere felice: mi ha lasciato un senso di colpa, perchè penso che abbiamo offeso Maimone. "
" Sciocchezza! Maimone è troppo immenso per essere toccato ed offeso dalle azioni errate degli esseri umani o da una trasgressione di una sua sacerdotessa; pertanto, se abbiamo sbagliato abbiamo offeso noi stessi o le regole umane. "
" Se lo dici tu, può darsi che sia così e non ci voglio pensare più. "
Dimmi, piuttosto, se anche per te è stata la prima volta e perchè lo hai voluto fare con me? Sono molto curioso di saperlo. "
" Tu sei troppo curioso e non dovresti chiedermi queste cose intime . "
" Te le chiedo per capire se io posso completamente fidarmi di te. "
" Bene ! Allora ti dico che anche per me è stata la prima volta e l’ho fatto con te, anche se per la tua età potresti essere mio figlio, perchè ti voglio troppo bene: mi ricordi l’uomo di cui ero profondamente innamorata e con il quale avrei dovuto farlo prima che decidessi di diventare sacerdotessa. Non l’ho fatto per rispettare le regole umane: se l’avessi fatto forse non l’avrei perso. "
" Come era quell’uomo? Bello o brutto? Giovane o maturo? Di Asun o di qualche altro paese ? " le chiesi scherzando ed allora Dillira mettendosi a sedere accanto a me ed accarezzandomi i capelli sorridendo mi rispose:
" Era un giovane guerriero ventiquattrenne e me ne innamorai perdutamente sin dal primo momento che lo conobbi quando avevo appena diciotto anni; ti rassomigliava molto; aveva gli occhi verdi e lucenti come i tuoi, le stesse labbra e lo stesso colore dei tuoi capelli, ma la sua anima era molto diversa dalla tua perchè era egoista, spregiudicato e ambizioso all’inverosimile e per lui i sentimenti degli altri non contavano nulla. "
" Lo hai lasciato per questi difetti ? "
"No! Fu lui che mi lasciò perché un’altra me lo portò via ed è questa la ragione per cui, da allora in poi, non ho voluto più saperne degli uomini e sono diventata ancella di Maimone.
" Sei ancora innamorata di quell’uomo? Chi era ? "
" Ti posso dire che, dopo tanti anni, è completamente uscito dal mio cuore ma non ti posso dire chi era perché è meglio che tu non lo sappia. "
Naturalmente, preso da una curiosità quasi morbosa, io insistetti per sapere chi era quell’uomo ed ella alla fine, facendosi molto seria mi disse:
" Quell’uomo era tuo padre! "
" Chi? Urteu? Non ci posso credere! "
" Urteu non è mai stato un guerriero e non è tuo padre. Tuo padre era Irgoi il figlio di Ardei, dovresti saperlo bene. " ma vedendo che io ero rimasto sorpreso da tale rivelazione, alzandosi per rivestirsi esclamò:
" Non lo sapevi? Io pensavo che tua madre o almeno tuo nonno Ardei te lo avessero detto perché l’ho visto spesso con te. "
Notando che la sua rivelazione mi aveva profondamente turbato, a questo punto volle cambiare argomento e con un sorriso molto malizioso mi disse:
" Jolao, io spero che tu voglia conservare il segreto di quanto è successo fra noi due come io conserverò il segreto della scomparsa di Gidili. Inoltre credo che, per conservare meglio l’uno e l’altro segreto, che sia meglio che tu non venga più da me. Anzi sarebbe meglio che tu vada via da Asun sino a quando la scomparsa di Gidili non verrà dimenticata da tutti. "
" Per quanto riguarda quanto c’è stato fra noi, ti giuro sulla mia anima che mi taglierò la lingua prima di rivelarlo a qualcuno. Più difficile è, invece, allontanarmi da Asun perchè non so dove andare.
Te lo dico io dove puoi andare: a Barumini, perchè hanno gettato il bando che fra due giorni verrà in Asun un incaricato governativo per arruolare i nuovi giovani guerrieri che vogliono fare il loro tirocinio nell’edilizia militare. Comunque va da Arseu il banditore che ti dirà tutto perchè è più informato di me . "
Poco più tardi lasciai la casa di Dillira, per recarmi secondo il suo consiglio nell’abitazione di Arseu; prima di uscire dalla sua casa, ella mi diede un ultimo e appassionato bacio. Arseu era un uomo anziano di poche parole ed appena mi vide, notando il pugnale gammato che portavo sul petto, intuì subito la ragione della mia visita e prima che aprissi bocca mi disse:
" Se anche tu vuoi andare a Barumini per rinforzare i tuoi muscoli sollevando macigni, lasciami il tuo nome e fatti trovare con gli altri quattro dopodomani due ore prima del canto del gallo, nella piazza principale del paese dove passerà a prendervi Gai-Goi l’incaricato di arruolarvi. Cerca di arrivare puntuale perchè lui non aspetta nessuno. "
Poco dopo, quando ritornai a casa per il pranzo, Neana rimase esterrefatta quando la informai che avevo deciso di partire per Barumini perché non riusciva a capire la causa della mia decisione essendo convinta che io sarei rimasto ad Asun per svolgere il mio tirocinio militare nella guarnigione di qualche importante nuraghe del circondario.
Tentò di dissuadermi in ogni modo perché voleva tenermi vicino a se come se io fossi ancora un bambino; io compresi che aveva ancora bisogno del mio affetto ma la mia decisione fu irremovibile perché avevo capito, come aveva consigliato Dillira, che per il mio bene era necessario che mi allontanassi da Asun.
Si arrese solo quando Urteu le disse:
" Lascialo partire; solo quando sarà lontano da te sarà un vero uomo. "
Disse ciò affermando che lui voleva solo il mio bene, ma io so ora che, anche se non voleva il mio male, lo fece perché era contento della mia partenza perché era geloso che mia madre si curasse più di me che di lui; era contento che io mi togliessi dai piedi perché, io senza volerlo, sminuivo l’affetto che lei nutriva per lui, tenendo vivo nella sua mente e nell’anima il ricordo del grande amore che aveva nutrito per mio padre.
Quando Neana si rassegnò ad assecondare la mia volontà, dopo avermi raccomandato di andare a salutare tutti i parenti, prese una bisaccia di orbace e vi mise tutto ciò che, secondo lei, era necessario per la partenza.
Andai per primi a salutare Nugreo e Arghia perchè erano i parenti che abitavano più vicino a noi e poi, mi recai subito da Ardei e, appena entrai in casa sua, anche se era intento a lucidare scrupolosamente le sue armi con del grasso, lasciò subito ciò che stava facendo e mi venne incontro sorridente per tendermi la sua mano; ma io, anzichè stringerla come facevo sempre, lo baciai affettuosamente sulla guancia dicendogli:
" Salve nonno Ardei sono venuto a salutarti perché devo partire per Barumini; sono venuto a salutarti ed a ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me. Non dimenticherò mai i tuoi insegnamenti e, sopratutto, il grande affetto che hai sempre avuto per me ."
Egli, allora con un misto di commozione e di stupore rimase perplesso un attimo e, poi, abbracciandomi affettuosamente, mi chiese:
" Chi ti ha rivelato che io sono tuo nonno? Tua madre ? "
" Qualcun altro di cui non posso rivelarti il nome. "
" Anche se intuisco quale sia quel nome non ti forzerò a rivelarmelo, perché ciò che ha fatto ha un’importanza secondaria; io stesso avevo deciso di rivelarti che sono tuo nonno perchè ormai sei diventato un uomo e devi sapere da quale famiglia di veri guerrieri discendi. Sono stato già informato che tu hai deciso di andare a lavorare con le pietre e ciò mi dispiace perché avrei preferito che tu continuassi ad esercitarti con le armi pesanti in modo da diventare con esse tanto perfetto quanto lo sei con il tiro dell’arco, ma rispetterò, comunque, la tua volontà perché so che la personalità di un guerriero si perfeziona anche con la fatica che ci vuole per costruire i nostri nuraghi poichè queste nostre fortezze insieme all’eroismo dei nostri guerrieri invincibili sono la migliore garanzia della libertà e della vita del nostro popolo. Quindi parti con la mia benedizione; ricordati di farmi avere tue notizie ogni qual volta ti sarà possibile. "
Fatto queste breve discorso Ardei mi benedì posando la sua mano destra sul capo e dandomi un bacio sulla fronte.
Dopo aver salutato Ardei non sono andato a salutare Izzana come mi era stato raccomandato da mia madre, perché non ebbi il coraggio di incontrarla e leggere nel suo volto il grande dolore che le avevo causato; le mandai comunque i miei saluti per voce del figlio Isele che incontrai per strada.
" Ho saputo che ci lasci per un pò di tempo per andare a Baruinini a sollevare macigni per rinforzare la fortezza locale. "
" Si, partirò stanotte alcune ore prima dell’alba, quando in paese passerà colui che è stato incaricato di arruolare e condurre a Barumini tutti i nuovi guerrieri della nostra zona che volontariamente vogliono dare il loro contributo di lavoro per migliorare le fortificazioni di quella zona. "
" So che con te partono altri quattro volontari, ma non conosco i loro nomi. Tu sai chi sono ? "
" Conosco solo il nome di uno: Sueni il figlio del conciatore di pelli, quello che dopo di te si è distinto in molte gare. "
" Sarei partito anch’io con voi, ma dopo quello che successo, almeno per adesso, non posso lasciare mia madre sola perchè non fa altro che piangere per la scomparsa di mio fratello. "
" Dovrei salutarla prima di partire perché altrimenti se ne risentirà. "
" E’ meglio che non lo faccia perché per lo stato di disperazione in cui si trova non è in grado di parlare con nessuno: non mangia, nè dorme; non fa altro che piangere e invocare il nome di mio fratello come se al mondo esistesse solo lui. Le porgerò io i tuoi saluti. " dette queste parole, Isele mi strinse la mano affettuosamente aggiungendo:
" Buona fortuna Jolao. Non dimenticarti che tu sei il mio migliore amico e, pertanto, fatti rivedere appena puoi. "
La giornata era come volata via ed era ben presto arrivata l’ora della partenza quando Neana mi svegliò prima che il gallo cantasse, porgendomi la solita tazza di latte caldo in cui premurosamente aveva aggiunto un uovo sbattuto con il miele.
In fretta consumai la mia colazione e mi lavai il volto e quando fui pronto per uscire Neana consegnandomi la bisaccia che aveva preparato per me, mi disse:
" Lascia che ti accompagni e resti con te sino a quando partirai. "
" No, non sono più un bambino. Ricordati che ora sono un guerriero ? "
Udendo queste parole Neana, con le lacrime agli occhi, mi abbracciò fortemente tempestandomi con le raccomandazioni che fa ogni madre ad un figlio che parte per la prima volta e si staccò solo per permettere anche ad Urteu di abbracciarmi.
" Abbi cura di te Jolao. " mi disse dandomi un’ pacca sulla spalla.
" Mandaci presto notizie altrimenti tua madre sarà sempre in apprensione per te " e con queste raccomandazioni, quando il cielo era ancora stellato, uscii dalla casa che mi aveva visto crescere, senza sapere che sarebbero trascorsi numerosi anni prima che io avessi potuto rimetterci piede.
Nella piazza del paese trovai soltanto Arixi, perchè gli altri volontari che dovevano partire con noi, avevano cambiato idea all’ultimo momento.
L’ attesa non fu molto lunga perchè dopo breve tempo arrivò nella piazza un uomo di età matura, che camminava con passi lunghi e svelti, impugnando un lungo bastone da viaggio; aveva un aspetto poco curato e indossava una tunica bianca a mezza gamba di ruvida lana che appariva tutta unta e bisunta; aveva il capo ricoperto di una folta e corta capigliatura grigia e non doveva essersi rasato da almeno una settimana, perchè presentava nel volto una ispida e corta peluria propria di coloro che sono molto trascurati nel radersi.
Quando ci vide, ci chiese il nostro nome, poi con disappunto esclamò:
" Non dovevate essere in cinque ? "
" Si, ma gli altri ci hanno ripensato. Pertanto, contentati di noi due. "
" Quanto valete lo si vedrà quando vi metteranno alla prova. Intanto tu ed il tuo compagno, senza perdere tempo in chiacchiere, seguitemi perché fuori del paese lungo la strada ci attendono i volontari degli altri paesi. "
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo IV
 
 
Camminammo senza sosta per cinque lunghe ore per arrivare nell’abitato di Barumini tre ore dopo il sorgere del sole quando l’aria era ancora un pò fresca.
La grande fortezza in cui dovevamo lavorare ci apparve alta e imponente in un ampio rialzo del terreno che dominava la vasta pianura il cui confine era segnato da un caratteristico alto colle a forma di cono che presentava nella cima un piccolo nuraghe che fungeva da osservatorio e da centro di segnalazione.
Era una costruzione poderosa molto più grande, complessa ed imponente di Nuraghe Noltza; edificata tre secoli prima e costituita, oltre che da un bastione a quattro torri, edificato intorno alta torre centrale a tre piani, anche da un esteso antemurale a otto torri secondarie .
Tutto il terreno circostante era stato trasformato in un vasto cantiere e brulicava di operai addetti alla costruzione di numerose impalcature che venivano innalzate intorno alla fortezza e ad una certa distanza da essa e vi era un intenso va e vieni di larghi e piatti carri trainati da due o più buoi che trasportavano enormi macigni appena squadrati prelevati dall’alta jara basaltica che dal versante settentrionale dominava quella località.
L’abitato di Barunini era quasi attaccato alla fortezza e si estendeva, sia nell’area pianeggiante che stava ai suoi piedi, sia, nella zona collinosa del suo versante orientale; anche se era più vasto di quello di Asun, e le sue case erano in gran parte abitate dalle famiglie degli stessi guerrieri appartenenti alle stessa guarnigione militare locale.
Arrivato presso la fortezza, Gai-Goi ci assegnò uno dei dieci dormitori del cantiere che era costituito da una spaziosa baracca di legno a pianta rettangolare, munita di copertura a due spioventi fatti con canne e frasche in modo da isolare l’interno dalla pioggia.
Dentro questa baracca vi era solo un lungo tavolone, circondato da lunghe panche di legno, e sessanta posti per dormire, ciascuno dei quali era costituito da una semplice spessa stuoia e da una ruvida e pesante coperta di lana.
" Ragazzi, questo è il posto in cui, da oggi in poi, sino a quando resterete a Barumini, dovete dormire, mangiare e trascorrere il tempo libero . Pertanto, ognuno di voi si scelga il proprio posto per dormire e vi lasci i propri effetti personali e poi si prepari a seguirmi assieme a tutti gli altri. "
" Dove ci vuoi portare Gai-Goi? Lasciaci riposare un poco, perchè siamo molto stanchi per la lunga camminata che ci hai fatto fare. " gli disse sbuffando uno di noi con una espressione molto contrariata, perchè stava per stendersi sulla stuoia che si era scelto.
Il suo nome era Arrexi ed era un giovane diciottenne di bell’aspetto e dal carattere alquanto intemperante.
" Riposerai meglio stanotte perchè adesso, visto che avete già sgranchite le gambe con la camminata, vi porto tutti a sgranchirvi anche le braccia . "
" Ma dobbiamo venire con te e lasciare qui le nostre cose. Non c’è il pericolo che ce le rubino ? "
" Qui rubano tutto a tutti ed, in particolare, ai novellini come voi; pertanto, non lasciate nulla di valore. L’unica maniera per non essere derubati è quella di non possedere nulla che valga la pena di essere rubato. "
Udendo queste parole compresi subito quale era la situazione e, pertanto, sussurrai ad un compagno di fingere di essersi slogato una caviglia in modo che fosse lasciato sul luogo per poter sorvegliare così il bagaglio di tutti.
La mia idea ebbe un esito felice, perchè Gai-Goi, quando vide quel giovane zoppicare, lo lasciò nella baracca dandogli l’ordine di prendere una scopa e di ripulirla per bene.
Quando stavamo uscendo egli si avvicinò dietro di me e mi fece girare verso di lui dandomi un leggero colpo del suo bastone in testa per dirmi:
" Ehi tu! Come ti chiami ? "
" Jolao di Asun ! "
" Jolao di Asun ho visto che sei uno che sa trovare le soluzioni ai problemi; sei sveglio e furbo; ti ho visto che sussurravi qualcosa a colui che si è finto zoppo. Pertanto, stai attento a non fare troppo il furbo con me. "
Cai-Goi ci condusse dentro l’antemurale dove c’erano numerosi operai intenti a innalzare intorno alla fortezza un’alta e robusta impalcatura con grossi e lunghi tronchi uniti con incastri, corde e lunghi chiodi di bronzo in modo da costituire una gigantesca gabbia che fasciava la sua facciata esterna.
Dirigeva tali lavori un uomo di età un pò avanzata che indossava l’uniforme militare di alto grado il quale correndo da una parte all’altra, intorno alla fortezza, impartiva ad alta voce degli ordini tassativi ad altri uomini in uniforme di grado inferiore che fungevano da capi-squadra affinchè, a loro volta, li trasmettessero agli operai. Gai-Goi avvicinatosi al primo, dopo averlo salutato molto rispettosamente, gli disse:
" Sono riuscito ad arruolarti altri cinquanta novizi. Cosa vuoi farne ? "
" Bravo, c’è molto bisogno di nuova mano d’opera! Poichè, come al solito, saranno indisciplinati buoni a nulla; consegnali a Garao affinchè li raddrizzi e irrobustisca le loro ossa e i loro muscoli lavorando con il legname. "
Allora Gai-Goi, ci ricondusse all’esterno dell’antemurale dove venivano scaricati e accatastati i lunghi tronchi d’albero dopo averlo e ci consegnò nelle mani di Garao, e noi, al solo vederlo, ci sentimmo come agnelli mandati al macellaio.
Era un uomo sulla cinquantina, alto, molto robusto, dal carattere burbero ed intollerante e dall’aspetto tutt’altro che buono; doveva avere poca cura di se stesso, perchè indossava un’uniforme militare tutta unta e bisunta.
Mostrò subito di avere una forza eccezionale, perchè quando accorse al richiamo di Gai-Goi, sollevò da solo e con le sue sole mani un tronco enorme per accatastarlo al posto giusto.
" Sono cinquanta nuovi mezzo sbarbatelli ed il capo ha detto che sono tutti per te. "
Garao ci prese in consegna con modi molto rudi; con una scarica di invettive ci ordinò di sceglierci i compagni e di metterci in fila per creare così, dieci gruppi di lavoro che dovevano rimanere stabili per tutto il corso della nostra permanenza a Barumini che sarebbe durata circa un anno. Io formai un gruppo di lavoro, oltre che con Sueni , anche con Kerei, Arrexi e Bakeu che erano tutti più grandi di me di alcuni anni e con i quali mi sentii unito per reciproca simpatia, per cui esso fu uno dei gruppi più affiatati della nostra squadra.
Prima di mandarci tutti a trasportare tronchi, ci disse queste semplici parole:
" Andare d’accordo con me è molto semplice: dovete sempre fare quello che dico io; chi fa diversamente sbaglia e chi sbaglia paga. "" e dicendo quest’ultima parola ci mostrò un nodoso bastone che stringeva in mano.
Quindi ci mandò tutti a trasportare tronchi e pali dalle cataste ai piedi delle impalcature per diverse ore di seguito, senza concederci un istante di riposo, perchè, secondo lui, sostare era uguale a sbagliare; ci ha fatto lavorare come schiavi sino a quando uno squillo di corno ci fece interrompere il lavoro per il tempo necessario per consumare un pasto frugale a base di pane, formaggio,verdura e frutta, che ci venne distribuito nello stesso posto di lavoro.
Dopo la mezz’ora concessa per consumare il pasto, risuonò nell’aria un secondo squillo di corno che era il segnale per tornare al lavoro, per cui continuammo a trasportare tronchi e pali sino a qualche ora prima del tramonto quando un ultimo squillo di corno segnò la fine della giornata lavorativa ed il permesso di potere ritornare alla baracca.
Io ed ogni altro compagno della mia squadra, non abituati ad una fatica così lunga ed intensa, eravamo così stanchi da reggerci a mala pena in piedi per cui camminavamo barcollando destando le battute e le prese in giro di coloro che erano arrivati in quel posto prima di noi e , quindi, già abituati alla dura fatica.
Nella baracca la maggior parte di noi si lasciò cadere sui propri giacigli per addormentarsi subito dopo e, quindi, senza udire il segnale che annunciava la distribuzione del pasto serale.
Si accorse di ciò fortunatamente Gai-Goi che era in fondo un uomo dal cuore buono, per cui con l’aiuto di quelli che erano rimasti svegli portò i pasti per quelli che si erano addormentati; violando il regolamento che esigeva che ciascuno ritirasse i proprio pasto personalmente.
Il regolamento che, da quel giorno in poi, regolò la nostra vita a Barumini, era a quello militare e a bella posta veniva applicato su di noi in maniera dura ed intransigente, non per sfruttare il nostro lavoro, ma per educarci alla disciplina, all’ obbedienza e a superare ogni difficoltà della vita:
Nei pochi mesi in cui restammo sotto gli ordini di Garao, ora alle buone ed ora alle cattive, ci abituarono non solo a vincere la dura fatica ma anche la mancanza di cibo e di acqua, perchè lui puniva ogni minimo errore, oltre che con qualche colpo di bastone sulla schiena, anche privandoci di cibo e di acqua per tutto il giorno intero.
Un giorno io mi lamentai con lui per la durezza con la quale ci trattava ed egli con una grande risata mi rispose:
" Dovreste ringraziarmi per come vi tratto, perchè vi sto insegnando a scalare le montagne e ciò vi permetterà di scalare le colline facilmente. "
Ci insegnarono a vincere il sonno perchè Gai-Goi che solitamente di primo mattino entrava nel dormitorio per svegliarci suonando un campanaccio, almeno una volta alla settimana ci faceva lo scherzo poco gradito di fare la stessa cosa più volte nel corso della notte.
Anzi quello scherzo era spesso peggiore perchè in piena notte, per ordine superiore, anche sotto la pioggia, il vento ed il freddo, ci portava a scalare i luoghi più impervi della vicina Jara.
Dopo i due mesi trascorsi a trasportare tronchi d’albero, venimmo tutti mandati a lavorare sopra l’impalcatura che recingeva la fortezza all’interno dell’antemurale e qui la nostra vita, anzichè migliorare, peggiorò notevolmente; sollevare macigni e metterli in opera era molto più duro e pericoloso che trasportare legname; era richiesta, oltre che una maggiore forza fisica, anche una maggiore attenzione nel legare e sollevare i macigni e poi sistemarli al posto giusto; bastava, infatti, il minimo errore o una piccola distrazione per rendere vano il nostro lavoro, ma anche per mettere in pericolo l’incolumità fisica o la stessa vita di coloro che nell’impalcatura lavoravano sotto di noi.
Così, ad esempio, si verificò che un pomeriggio un pesantissimo concio di basalto, dopo essere stato sollevato con il sistema dei contrappesi, precipitò in basso per il cedimento dell’ancoraggio e anche se non vi furono vittime o feriti, causò gravi danni all’impalcatura.
Poichè il nostro caposquadra ritenne il nostro gruppo parzialmente responsabile di tale incidente, ci punì privandoci dell’acqua per ben tre giorni, oltre che con un supplemento di lavoro per riparare i danni arrecati all’impalcatura.
In questo istante mi rivedo quando, il primo giorno della nostra punizione, per ripararci dal sole e dalla calura esterna ci eravamo ritirati a consumare il nostro pasto a base di verdure e pesce salato, all’interno della fortezza nel fresco ambiente di una delle torri ed odo le parole di rammarico dei miei compagni che si lamentavano perchè eravamo tormentati da una sete insopportabile. che rendeva difficile masticare ed ingoiare tutto il cibo ed in particolare il pesce salato.
Riodo anche le parole espresse dalla loro grande meraviglia mista contentezza quando io, dopo essermi allontanato , ricomparvi reggendo un grande e capiente contenitore colmo d’acqua limpida dimenticato da altri operai e che io tenevo ben nascosto in un angolo buio e poco frequentato della fortezza medesima.
Razionandoci quell’acqua non risentimmo della punizione e i miei compagni di gruppo diventarono, non solo, miei grandi amici, ma mi furono così grati per il mio gesto generoso che da quel giorno anche se ero il più giovane di loro, mi considerarono il loro capo.
Naturalmente, dopo quell’incidente, l’attenzione che prestammo nel lavoro fu molto maggiore per cui non incorremmo più in alcuna punizione, anche se le opere di consolidamento della fortezza di Barumini furono portate a termine con altri incidenti molto più gravi che furono determinati più dalla fatalità che dall’errore umano.
Venne finalmente il giorno, dopo oltre un anno, di durissime fatiche, in cui tutto il nostro lavoro a Barumini terminò perchè ormai tutta le opere di rinforzo ed ampliamento della fortezza erano state portate a termine.
Pertanto, era stato stabilito che tutti noi giovani guerrieri dovevamo essere trasferiti entro pochi giorni nel nord dell’Isola dove sarebbe stato completato il nostro addestramento alle armi nella rinomata scuola militare di Tathari.
Anche quel giorno, alla solita ora, Gai-Goi venne nel dormitorio a svegliarci suonando chiassosamente la sua campana di bronzo gridando:
"Allegri ragazzi, perchè oggi non si lavora. Allegri prodi guerrieri sbarbatelli perchè oggi potrete grattarvi le vostre minuscole palle dall’alba al tramonto sino a quando vi verrà dato l’ordine di lasciare questo luogo per fare una bella passeggiatina verso un posticino un pò lontano chiamato Tathari, dove, a furia di calci nel sedere e di colpi di bastone in testa, vi verrà insegnato ad essere dei guerrieri non solo di nome ma anche di fatto.
Raccogliete, quindi, tutte le vostre cose nella vostra sacca e tenetevi sempre pronti perchè l’ordine di partenza potrebbe arrivare quando meno ve lo aspettate; pertanto, come è di regola ggli assenti potranno tornarsene a casa e dire addio alla loro carriera militare. State sempre attenti perchè quell’ordine, potrebbe arrivare anche stanotte, dopo la festa che le autorità militari di Barumini hanno organizzato in vostro onore per il grande lavoro che avete fatto in questo luogo. "
Naturalmente la notizia che ci sarebbe stata una festa destò in tutti noi una grande contentezza.
La festa iniziò prima del tramonto quando arrivarono molte ragazze, in gran parte figlie di ufficiali e militi della stessa guarnigione di Barumini e accompagnate dalle madri venute alla nostra festa più per sorvegliare le figlie che per divertirsi.
Vi erano incluse varie manifestazioni fra cui quelle di maggiore interesse erano le esibizioni di lottatori, di cantori che poi sarebbero state coronate da balli collettivi che sarebbero durati sino a notte tarda.
Vi era una grande abbondanza di dolci e di bevande dissetanti fatte con miele e succhi di agrumi ed erbe aromatizzanti mentre vino, birra, acquavite ed altre bevande che facevano ubriacare erano state prudentemente vietate.
Naturalmente la parte della festa più attesa da noi giovani era quella dei balli e, quando ebbe inizio con un ballo tondo cantato e accompagnato dalle launeddas da altri strumenti musicali ;venne accolta da uno scroscio di applausi e da grida di gioia mentre ognuno di noi prendeva per mano una ragazza per formare il cerchio mediante la concatenazione delle coppie.
Ad un certo punto, proprio quando il ballo si faceva più veloce, il cerchio dei ballerini venne aperto da un intruso che pretendeva con prepotenza che la ragazza si staccasse dai compagni di ballo per ballare sola con lui.
Il ballo naturalmente si arrestò ed anche i suonatori smisero di dar fiato ai loro strumenti mentre si faceva sempre più alta la protesta irata di un compagno della ragazza per segnare il prologo della sua colluttazione con l’intruso dopo uno scambio di insulti che richiamarono l’attenzione di tutti.
Essa però ebbe una brevissima durata, perchè subito il compagno della ragazza cadde a terra con la fronte sanguinante per un colpo di sgabello infertogli dall’avversario.
Facendomi largo fra la ressa della gente, affrontai l’intruso, un giovane guerriero che si chiamava Gunturu che non aveva nulla a che fare con noi perchè era venuto alla festa, senza essere stato invitato, dalla guarnigione di Geroi situata a settentrione di fronte alla Jara; era completamente ubriaco, aveva il naso sanguinante per un pugno ricevuto dall’avversario e brandendo in mano un corto pugnale portato alla festa nascondendolo sotto una larga cintura di cuoio che stringeva il suo perizoma, minacciava tutti coloro che volevano avvicinarsi a lui per malmenarlo e buttarlo fuori dalla festa.
Allora mi parai davanti a Gunturu e con voce irata gli dissi:
" Bestia, cosa hai fatto? Se non vuoi finire molto male la tua carriera e la tua vita, consegnami subito quel pugnale. "
Alle mie parole, abbassando il capo, parve aderire alla mia ingiunzione poichè mi porse l’arma mantenendo la sua punta fra le dita; ma subito proprio quando io tendevo la mano per prenderla, egli, malgrado il suo alto stato di ubriachezza, con un agile e rapido gesto, fatto roteare quel pugnale su se stesso, lo impugnò per il manico e me lo confricò nel lato destro del basso ventre proprio due dita al di sopra dell’inguine.
All’istante sentii una dolorosa fitta e il sangue che fuoriusciva dalla ferita lungo tutta la parte anteriore della gamba.
Pieno di rabbia per essere stato colpito a tradimento, tesi le mani per afferrarlo per la gola, ma nello stesso istante mi si annebbiò la vista, mi vennero a mancare tutte le forze e caddi per terra ai suoi piedi privo di conoscenza e mi ritrovai in quell’impercettibile confine che separa la vita dalla morte.
Ricordo quasi niente di quei momenti in cui persi coscienza; riuscii solo a percepire le voci indignate dei presenti e le immagini nebulose di qualcuno che si chinava su di me e mi chiamava per nome cercando di rianimarmi e, sentendo il mio io fuggire lontano, venni colto da contentezza per la pugnalata ricevuta, forse perchè nel più profondo del mio io credevo di avere pareggiato il debito contratto con l’uccisione di Gidili.
Poi tutto fu buio e silenzio assoluto per la perdita di ogni percezione e quindi anche del ricordo di quel che avvenne dopo. Ho ripreso conoscenza non so quanti giorni dopo, con la sensazione che stavo facendo ritorno alla vita dopo un lungo viaggio in un lontanissimo luogo di cui non riuscii a ricordare assolutamente nulla.
Con gli occhi semichiusi, mi accorsi che mi trovavo in un ambiente semibuio in cui dall’esterno, attraverso le fessure di una rudimentale porta chiusa, trapelavano alcuni tenui raggi di luce.
Aprii lentamente gli occhi e mi guardai attorno per rendermi conto che ero disteso su una stuoia semicoperto da una ruvida coperta di lana; mi trovavo dentro un’ umile abitazione male arredata; mi sentivo debolissimo, avevo dei brividi di freddo, la bocca amara e sentivo un acuto dolore al basso ventre, proprio dove avevo ricevuto la pugnalata; emisi, pertanto, alcuni deboli gemiti quasi senza rendermene conto.
Subito la porta esterna di quella casa si aprì per fare entrare, con la luce del giorno, la figura di una giovanissima donna di bell’aspetto e dai lunghi capelli neri che, completamente sciolti, ricadevano sulle spalle, la quale quasi con apprensione e passo svelto, si accostò al mio giaciglio e si chinò su di me tutta sorridente esclamando:
" Maimone sia ringraziato! Finalmente ti sei svegliato dopo essere stato quattro lunghi giorni privo di conoscenza e con la febbre altissima. Temevamo che tu potessi morire da un momento all’altro. "
Guardavo incantato il suo volto dai lineamenti delicati in cui la gioia per il mio risveglio faceva risplendere due stupendi occhi neri e risaltare una piccola fossetta che aveva nel mento; era un volto tanto dolce ed incantevole ed una voce così soave da farmi credere di aver davanti più una figura angelica ultraterrena che un essere umano.
" Chi sei? Dove mi trovo? Perchè ho tanto freddo e mi sento vuotato di ogni forza ? " le chiesi con un filo di voce, al che lei, invece di rispondermi, mi coprì meglio con la coperta e, dopo avermi poggiato il palmo della mano sulla fronte per constatare che non ero più febbricitante, si alzò per accendere un fuoco nel focolare su cui, poi, mentre metteva a scaldare un recipiente di terracotta colmo di latte, mi disse:
" Io sono Arula figlia di Dinira che è colei che a Barumini ed in tutto il circondario aiuta i bambini a nascere e la gente a guarire dalle malattie o a morire quando non se la sente più di vivere. Tu ti trovi nella nostra casa dove ti hanno portato, quattro giorni fa, i tuoi amici, più morto che vivo, affinchè tentasse di salvarti la vita con l’aiuto delle sue miracolose erbe e con quello ancora più grande di Maimone. "
Si riaccostò a me dopo pochi minuti e con un sorriso che le illuminò tutto il volto, porgendomi una tazza colma di latte caldo, mi disse:
" Ti senti molto debole perchè sei quattro giorni senza mangiare. Bevilo tutto lentamente ! Questo non solo ti riscalderà ma ti nutrirà anche per riprendere le forze. "
Dopo che ebbi vuotato la tazza con piccoli sorsi, aggiunse:
" Ne vuoi ancora? Posso dartene ancora mezza tazza perchè mia madre dice che per i primi giorni devi mangiare poco sinchè non ti sarà bene rimarginata la ferita. "
" No grazie! Basta così! "
Intanto mi ero ricordato di tutto quello che era successo ed allora con una certa apprensione le chiesi dove erano i miei compagni ed ella mi rispose che il giorno dopo la festa erano tutti partiti per il nord dell’Isola diretti in una località chiamata Tathari dove, per quanto aveva lasciato detto Gai-Goi, potevo raggiungerli, nel caso che fossi sopravvissuto, dopo essermi completante riabilitato.
In quel momento fece ritorno la guaritrice Dinira che era una donna alta e magra di circa cinquant’anni. Benché molto sciupata dal sole e dalla fatica, poichè, più volte la settimana si recava in alto fra i costoni della Jara alla ricerca di erbe molto rare da utilizzare nelle sue pozioni medicamentose.
Aveva dei lineamenti che rivelavano che anche lei, in gioventù, non diversamente dalla figlia, era stata una donna molto bella.
La madre di Arula, appena entrò nella casa, si avvicinò al mio capezzale e, quando mi vide sveglio, rivolgendosi alla figlia le disse:
" Hai visto che ,come ti dicevo io, non è morto perchè la madre lo ha fatto con carne buona e forte! " poi prese da una nicchia una piccola ciotola di legno d’olivo, piena di un denso liquido scuro, e si avvicinò al mio giaciglio e me la porse dicendo:
" Giovane guerriero mezzo sbarbato, vedo che hai voglia di chiacchierare; questo è un buon segno di guarigione; pertanto, bevi anche questa amara medicina per non perdere i risultati ottenuti. "
"Che cosa è ? " le chiesi timidamente prima di berla:
" Non te lo dico perchè altrimenti non la berresti. Bevila se vuoi che io continui ad aiutare il miracolo che ti ha salvato. Fammi vedere se la ferita è ancora molto arrossata. " quindi, rivolgendosi alla figlia le disse:
" Allontanati da lui e volgi lo sguardo per non vedere la sua nudità, perchè io devo scoprirlo per medicargli la ferita! "
quindi, appena Arula si fu allontanata, mi tolse la coperta da dosso ed io vidi con lei che intorno alla ferita, che era stata cucita con un crine di cavallo, si era formata una crosta di sangue raggrumato attorno alla quale la carne era gonfia, dolorante e molto arrossata.
Dinira allora, vi spalmò sopra un unguento e mi disse:
" E’ fatto di pappa reale e funghi velenosi che sulle ferite sono miracolosi come la mano santa del dio Maimone perchè tolgono ogni infiammazione e le fanno guarire in poco tempo. "
Rimasi coricato altri tre giorni, perchè mi sentivo troppo debole e non riuscivo a reggermi in piedi; poi, grazie alle attente cure di Dinira riuscii a riacquistare le forze e mi alzai in piedi per muovere i primi passi.
Avevo fretta di guarire per raggiungere i miei compagni, ma Dinira mi consigliò di aspettare ancora qualche settimana perchè gli sforzi e la fatica del viaggio potevano farmi riaprire la ferita che non era ancora ben rimarginata, anche se i la crosta di sangue era stata sostituita da una crosta più chiara che indicava una buona guarigione.
Pertanto, rimasi in casa di Dinira altri quindici giorni prima che fossi bene ristabilito ed in grado di affrontare un lungo viaggio sino a Tathari.
Rimanere in quella casa per tutto quel tempo fu molto piacevole per la compagnia di Arula, la quale per le sue attente premure nei miei riguardi, mi aveva fatto quasi del tutto dimenticare le mie disgrazie ed anche il grande amore che avevo nutrito per Addara.
Quando lei non era impegnata nei lavori domestici o nell’aiutare la madre nel fare le pozioni di erbe e nel preparare unguenti speciali che generosamente distribuiva, senza chiedere alcun compenso, per curare gli ammalati di Barumini e degli altri paesi vicini, non facevamo altro che chiacchierare per ore ed ore raccontandoci l’un l’altro i nostri sogni e le nostre speranze.
Dinira si era accorta che fra me e la figlia c’era una reciproca attrazione ed un giorno, mi chiamò da parte e mi disse:
" Jolao, affinchè non mi penta di averti salvato la vita, ti prego di rispettare mia figlia come se fosse tua sorella e, pertanto, fai in modo di non ingannare mai i suoi sentimenti poichè se la farai soffrire piangerò anche io perchè, dopo la morte di mio marito e di mio figlio, lei è l’unica persona cara che ho nella vita. "
Naturalmente rassicurai Dinira sulle mie intenzioni perché ero convinto che fra me ed Arula non ci fosse altro che una grande amicizia fondata su una reciproca simpatia e non avevo capito che fra noi stava per nascere un grande amore perchè di già, senza che ce ne fossimo resi conto, le nostre anime si erano reciprocamente attratte.
Io ed Arula scoprimmo di essere innamorati l’uno dell’altra pochi giorni dopo che Dinira mi aveva fatto il suo discorso; Arula, durante l’assenza della madre mi parlò del padre e di un fratello maggiore, entrambi morti in mare presso le coste occidentali della nostra Isola nel corso del naufragio della loro nave a causa di una tempesta, proprio quando stavano facendo ritorno da una spedizione in una lontana terra situata nel vasto mare che bagna le coste occidentali della terra dei Libu e degli Iberi.
" Questa tragedia avvenne dieci anni or sono, quando io ero ancora una bambina e, da allora, mia madre, benchè ancora giovane ed attraente, ha sempre respinto molti pretendenti perchè nel suo cuore c’era posto solo per il ricordo di mio padre e per il grande amore che, ancora nutre per lui. Anche io, come lei, vorrei avere un solo grande amore nella vita. ."
Arula non continuò a parlare perchè in quel momento i suoi occhi incontrarono i miei per leggervi qualcosa che le nostre anime, sino ad allora, non avevano rivelato n a se stesse.
Non avevano rivelato a se stesse il grande bisogno che avevano l’una e l’altra di unirsi in un grande amore che fosse lo stesso scopo principale della loro esistenza.
Sicuramente fu questa la ragione per cui, nello stesso istante, quasi senza rendercene conto, io ed Arula ci ritrovammo amorosamente abbracciati, mentre le mie labbra si univano con le sue in un lungo e appassionato bacio che fu lungi dal soddisfare il grande bisogno d’amore delle nostre anime.
Infatti, Arula staccò le sue labbra dalle mie solo per riprendere fiato e, dopo avermi sussurrato:
" Ero innamorata di te, senza saperlo, sin dalla prima volta che ti ho visto quella notte quando ti hanno portato in casa moribondo; adesso so perchè ho tanto trepidato per te quando la tua vita era in pericolo. "
Continuò a baciarmi ripetutamente, non solo sulla bocca ma anche sul collo e sugli occhi finchè, sazia di baci, restammo abbracciati in un lungo e dolce silenzio.
Seguirono altri giorni di baci, abbracci e carezze per cui Dinira, anche se dagli sguardi che scambiavo con Arula, si accorse del nostro amore, fece finta di nulla perchè aveva capito che io avevo oneste intenzioni nei confronti della figlia.
Poi, quando finalmente arrivò il giorno in cui io mi ritrovai completamente guarito, Arula, pur desiderando che io continuassi a rimanere con lei, per non essere di ostacolo alla mia carriera militare, mi lasciò libero di decidere se restare con lei o partire per Tathari per raggiungere i miei compagni.
Allora, io, poichè non intendevo lasciarla, mi recai da Gai-Goi e, dopo, avergli spiegato il mio problema, egli gentilmente mi condusse dal capo militare che aveva preso in consegna la fortezza di Barumini, al quale chiesi di essere assunto nel suo presidio militare che controllava anche gli altri numerosi nuraghi più piccoli che, dalla corona della Jara, erano distribuiti in tutto il territorio circostante.
Costui era un uomo di grande esperienza militare che si chiamava Grighine e dopo aver ascoltato attentamente tutta la mia richiesta corredata dall’elencazione delle mie capacità, mi disse:
" Mi dispiace, ma non posso accontentarti perchè non hai ancora i requisiti per fare parte del mio presidio . Pertanto, ti conviene, ora, lasciare da parte l’amore e raggiungere i tuoi compagni nella scuola militare di Tathari dove sicuramente induriranno, non solo le tue ossa, ma anche il tuo carattere per cui, se ancora vorrai fare parte di questo presidio, torna da me fra qualche anno con maggiore esperienza della vita militare. "
Sono partito da Barumini ed ho lasciato la casa di Dinira col cuore pieno di tristezza perchè, pur avendo piacere di ritrovarmi con i miei compagni, ero, molto dispiaciuto di separarmi da Arula.
Anche lei era molto triste per la mia partenza perchè pensava che, una volta lontano, io mi sarei dimenticato per sempre di lei e di ciò ne fui molto risentito perchè capivo che lei non aveva la dovuta fiducia in me.
Sono arrivato a Tathari in una calda e afosa serata, dopo due lunghi giorni di cammino, percorrendo quasi esclusivamente a piedi, la lunga e polverosa strada bianca che collega Karalitzu e tutto il meridione della nostra Isola con la sua estremità nord-occidentale.
Credevo che Tathari fosse un grande abitato ma mi sbagliavo perchè quando arrivai in quel luogo, dopo avere risalito una ripida strada che, attraverso numerosi tornanti, conduceva in un altopiano ammantato di olivi, vi trovai solo un grande ed alto nuraghe di recente costruzione caratterizzato da una torre centrale a tre piani con il chiaro colore dei suoi conci di tufo, spiccava su tutto il paesaggio.
Dal sito in cui sorgeva si vedeva in lontananza l’azzurro del mare. Essa, assieme al bastione a tre torri che la circondava, sorgeva al centro di una vasta piazza d’armi costituita dallo spazio delimitato da una spessa ed alta recinzione muraria di forma ellittica in cui erano inserite sei torri secondarie più piccole ed un alto e largo ingresso trapezoidale.
Appena arrivai davanti a quell’ingresso, gli uomini di guardia mi mandarono nell’ingresso secondario dalla parte opposta della cinta muraria; era sorvegliato da due sentinelle rintanate, una di fronte all’altra, nella propria nicchione che fungeva da garrita di guardia.
Anche queste mi sbarrarono il passo e quando io dissi chi ero, prima di farmi entrare, non fidandosi delle mie parole chiamarono il mio caposquadra per accertarsi della mia identità.
Senèri arrivò nel luogo e quando mi vide, credette di avere innanzi un fantasma perchè, come i miei compagni, credeva che io fossi morto; ma quando mi toccò, si convinse che ero io in carne ed ossa; prima mi abbracciò e mi baciò sulle guance, poi mi prese amichevolmente per un braccio e con il benestare delle sentinelle mi condusse in una delle tante baracche di legno presenti dentro la cinta muraria che fungevano da alloggi.
" Ragazzi guardate chi è tornato ! Guardate un risuscitato! "
Naturalmente Sueni, Kerei, Arrexi e Bakeu furono i primi ad accorrere verso di me per accogliermi con esclamazioni di sorpresa che rivelavano intatta tutta la loro giovanile esuberanza.
Fui quasi travolto dalla accoglienza di tutti i presenti; chi mi dava una pacca amichevole sulle spalle, chi mi voleva abbracciare mentre mi tempestavano di domande per sapere come ero riuscito a sfuggire alla morte.
Io tentai di rispondere a tutti, ma risposi solo a qualcuno perchè il grido di un graduato apparso nell’ingresso fece ammutolire tutti:
" Cos’è questo chiasso in questa lurida baracca? Cosa sta succedendo qui dentro ? "
Se non siete abbastanza stanchi per le esercitazioni che vi ho fatto fare oggi, vuol dire che domani ve ne farò fare il doppio! "
" Stavamo soltanto accogliendo festosamente il ritorno di un compagno della nostra squadra che credevamo morto . "
" Avete fatto ciò senza la mia autorizzazione, pertanto, domani vi farò fare un’altro genere di festa. "
Poi rivolgendosi tutto accigliato verso di me, prima mi squadrò attentamente da capo a piedi, poi con voce dura mi chiese :
" Dimmi il tuo nome! "
" Io sono Jolao di Asun! "
" Benvenuto nell’inferno della scuola militare di Tathari, Jolao di Asun, dove, da domani, ti pentirai di essere rimasto vivo. "
Quindi rivolgendosi a Senèri gli ordinò: Tu, che sei il responsabile della disciplina di questa marmaglia, insegna a questo esule del mondo rovescio i regolamento militare, poi dagli qualcosa da mangiare e tagliagli i capelli come conviene ad un guerriero e fagli indossare un’uniforme militare. "
Quando il graduato si allontanò, chiesi ai miei amici come si stava in quel luogo ed Arrexi, per primo, a bassa voce, mi disse:
" Te lo ha già detto quella grande carogna del nostro vice comandante: un vero proprio inferno che ci ha fatto pentire di non aver cercato un’altro posto come Barumini. "
Senèri nello stesso istante mi chiamò per assegnarmi il posto dove dovevo dormire e in cui potevo conservare i miei effetti personali; quindi, mi fece sedere assieme a lui nel lungo tavolo, proprio davanti ad una grande fetta di pane spalmata di miele, ad una ciotola piena di fave bollite e ad una tazza di vino e mi fece mangiare, mentre lui mi elencava le norme principali che regolavano la vita degli allievi in quel luogo; praticamente era proibito tutto, anche le cose più futili e semplici come bere dell’acqua o mangiare un pezzo di pane al di fuori dell’orario dei pasti
Quando ebbi finito di consumare il mio pasto, con un affilato rasoio ed un paio di forbici, in pochi minuti mi tagliò i capelli facendomi un’acconciatura identica a quella usata dai guerrieri sardi anziani, ossia una cortissimo taglio di base che cingeva come una corona la sommità del capo completamente rasata a zero.
Infine, mi fece consegnare un’uniforme completa della mia taglia che comprendeva, oltre che una corta tunica di lino a maniche corte, una sopravveste di pelle di vitello priva di maniche ed un copricapo di pelle ornato con due corte e lucide corna di vitello.
Il giorno dopo il mio arrivo a Tathari, mi resi subito conto che quel luogo, come avevano detto i miei amici, era un luogo dove la vita era peggiore di quella che avevamo condotto nella fortezza di Barumini; infatti, se non vi erano tronchi d’albero da trasportare e pesanti macigni da sollevare, dovevamo sottostare ad un regolamento militare estremamente rigido di cui l’aspetto peggiore era senz’altro quello di essere educati a resistere al dolore fisico.
Tale severità dagli ufficiali e istruttori veniva giustificata asserendo che se a Barumini, con il lavoro era stato temprato il nostro corpo, lì sarebbero state temprare, oltre che il nostro carattere, anche le nostre capacità difensive ed offensive in modo tale che i guerrieri sardi fossero di gran lunga superiori ai guerrieri di ogni altro popolo vicino o lontano poichè solo tale superiorità poteva garantire validamente l’esistenza e la libertà del nostro popolo.
Sapevo che ognuno di noi, se non era disposto ad accettare tale durezza, era libero di abbandonare la fortezza di Tathari quando voleva, dopo aver consegnato, oltre che l’uniforme militare, anche il pugnale gammato che agli effetti pratici costituiva il lasciapassare per qualsiasi altra scuola militare sarda, ma poichè ciò avrebbe significato la fine della mia carriera militare me ne guardai bene da farlo.
L’addestramento militare che ricevemmo a Tathari durò due lunghi anni e ne ricevemmo tutti dei grandi benefici perchè fummo temprati non solo nel corpo, ma anche nello spirito; ci insegnarono a essere padroni di noi stessi e quindi a poter controllare, oltre che il nostro corpo, anche i nostri stessi sentimenti.
Malgrado ciò, io continuavo ad essere innamorato di Arula e non c’era giorno che non pensassi a lei e non vedevo l’ora dì poterla riabbracciare perchè per tutto questo lungo tempo non c’era mai stato concesso di allontanarci da Tathari nemmeno per gravi motivi familiari perchè quelli che comandavano la scuola pensavano loro a dare nostre notizie a genitori o parenti e viceversa.
Così, quando morì nonna Arghia, mi venne comunicato da un graduato con queste parole:
" Jolao tua nonna è morta di vecchiaia e ti ordino di non piangere, perchè un guerriero sardo non deve piangere mai per nessuna ragione, ma se non puoi fare a meno di ubbidire al mio ordine, piangi di nascosto dove nessuno ti veda. "
In un clima tanto severo, naturalmente non potevo chiedere di avere notizie della ragazza che amavo; tuttavia, ero comunque riuscito a mettermi in comunicazione con Arula attraverso un anziano mercante che mensilmente riforniva la fortezza di derrate alimentari; costui si chiamava Kirru ed un giorno, mentre lo aiutavo a scaricare i suoi carri, dopo che mi raccontò che spesso si recava nella zona di Barumini per barattare le sue mercanzie con i cereali locali; lo convinsi ad andare nella casa di Arula raccontandogli che Dinira era un abile guaritrice e che, pertanto, sicuramente l’avrebbe guarito da un malattia della pelle che lo costringeva a grattarsi continuamente, come poi avvenne realmente per cui, per riconoscenza, divenne il nostro portavoce.
Mancavano pochi mesi alla fine del nostro addestramento e alla partenza da Tathari quando, dopo il pasto serale, il nostro caposquadra Senèri entrò nella nostra baracca e indicando me e Bakeu esclamò:
" Voi due indossate la vostra armatura al completo e fra un’ora recatevi nella prigione per fare un turno di guardua ad un prigioniero speciale. "
Il prigioniero speciale si chiamava Bruzzo ed era il figlio del re di un popolo che vive nella regione costiera dell’Ausonia centrale dove c’e, oltre che un grande vulcano che spesso fa tremare la terra, anche un posto dove essa respira fortemente soffiando fuori un fumo bianco con acqua bollente.
Poichè il padre aveva stabilito di lasciare il suo trono, con grande parte dei suoi averi, al figlio maggiore, egli, con varie insistenze aveva ottenuto che gli fossero armate alcune navi con le quali si era messo a fare il corsaro non solo nel mare che bagna la sua terra, ma anche in quello della nostra Isola dove, oltre che assalire e depredare le nostre navi mercantili, aveva più volte osato assalire, nel corso della notte, diversi nostri abitati costieri per depredarli e per rapire donne, ragazzi e bambini per destinarli ad una brutta fine, ciò perchè gli Ausoni, diversamente da noi Sardi, praticano non solo la schiavitù ma anche sacrifici umani in onore dei loro defunti.
Lo avevano catturato alcune nostre navi militari, dopo avere intercettato ed affondato tutte le sue navi presso il mare settentrionale dell’Isola, e le autorità militari avevano stabilito di tenerlo prigioniero a Tathari sino a quando il padre avesse pagato un riscatto equivalente ai danni che il figlio aveva causato alla nostra gente.
Lo trovammo sdraiato sul suo giaciglio in una cella chiusa da una robusta porta di legno munita di finestrella che permetteva di controllarlo dall’esterno e di passargli acqua e cibo; ci venne ordinato di sorvegliarlo per otto ore consecutive, sino al cambio di guardia, raccomandandoci di non allontanarci dal luogo di guardia e di non aprire la porta della cella per nessuna ragione possibile.
Ci fecero queste ed altre raccomandazioni dicendoci che Bruzzo era un uomo molto pericoloso anche se non appariva tale, perchè molto spesso gli Ausoni sanno nascondere bene la loro pericolosità o il loro pensiero perchè, diversamente da noi Sardi, che solitamente abbiamo una faccia sola per il bene o per il male, essi ne hanno cento e più per assumere, a seconda delle circostanze, quella che a loro è più conveniente.
Ci raccomandarono anche di non fidarci mai di lui poichè pur fingendosi un grande bonaccione, era invece, un uomo malvagio e privo di scrupoli capace di uccidere un essere umano con la stessa facilità con cui beveva una tazza d’acqua.
Ci dissero che per rimanere svegli durante quel lungo turno di guardia notturno, potevamo fare un gioco con sassolini colorati che rafforzava la memoria e lo spirito d’osservazione, purché non cessassimo di controllare continuamente il prigioniero.
Nella prima notte di guardia tutto si svolse tranquillamente, senza nessun fatto particolare, eccetto che quando il prigioniero si svegliò si avvicinò alla finestrella della cella e, dopo averci rivolto un saluto al quale rispose solo Bakeu, col pretesto di guardare il nostro giuoco, ci studiava attentamente per scoprire i lati deboli della nostra personalità; scoprì sicuramente che, per i suoi propositi, poteva più facilmente fare leva su Bakeu che era un giovane semplice, buono ed ingenuo, anzichè su di me perchè aveva notato la mia diffidenza quando non avevo risposto al suo saluto, sia perchè, mentre giocavo, rivolgevo continuamente uno sguardo attento e diffidente verso di lui per tenerlo sotto una continua sorveglianza..
Durante il turno di guardia della notte successiva, egli, infatti, rivolse tutta la sua attenzione a Bakeu e, mentre questi lo stava ad ascoltare tutto divertito, come se fossero vecchi amici, gli raccontò episodi comici della sua vita; gli parlò molto della sua vita sentimentale dicendogli che le donne nella sua terra erano molto più belle, facili, meno scontrose e più appassionate di quelle sarde; gli raccontò queste e tante altre cose gesticolando continuamente con le mani e ridendo rumorosamente come fanno gli abitanti dell’Ausonia centrale, al solo fine di incantare Bakeu.
Io, naturalmente, ero molto contrariato dalla disponibilità che mostrava Bakeu, non solo stando ad ascoltarlo, ma anche a parlare col prigioniero e benchè lo rimproverassi ripetutamente, non riuscii a fargli cambiare atteggiamento perchè non vi vedeva nè alcun pericolo, nè nulla di male.
Continuò, pertanto, imperterrito a comportarsi con Bruzzo allo stesso modo senza che io potessi farci nulla perchè, per la grande amicizia che mi legava a lui, non potevo riferire quel fatto agli ufficiali superiori.
Nacque così in Bakeu una vera e propria simpatia che, talvolta, pareva sconfinare in una di fiduciosa amicizia anche perchè quest’ultimo, trattandolo fraternamente, gli aveva promesso che, appena liberato, lo avrebbe condotto con se in terra d’Ausonia per fargli conoscere tante fanciulle meravigliose. Compresi che Bruzzo, a furia di chiacchiere, aveva incantato Bakeu come una serpe incanta la sua preda prima di stritolarla fra sue spire, ma non feci nulla perché mi fidavo della mia diffidente vigilanza e perchè non sapevo quanto grande fosse la perfida astuzia di quell’uomo.
Quella serpe velenosa rivelò la sua vera natura, pochi giorni dopo, quando una notte, qualche ora prima della fine del turno di guardia, mentre molto allegramente discuteva con Bakeu,, improvvisamente, spalancando gli occhi in modo innaturale, si portò le mani alla gola e, come se stesse soffocando, con voce rantolosa, chiese dell’acqua.
Bakeu immediatamente gli porse, attraverso la finestrella, il piccolo recipiente d’acqua, ma lui non riuscì a reggerlo perchè gli scivolò dalle mani per infrangersi in tanti pezzi sui quali, quasi allo stesso tempo, cadeva Bruzzo, che, continuando a stringersi la gola chiedeva dell’acqua. " Guardalo, Jolao! Il suo volto è diventato blu; questo sta morendo! Chiama qualcuno che ci porti dell’acqua perché, se muore, potremmo avere dei guai per la perdita del suo riscatto. "
Dopo aver dato uno sguardo dentro la cella per constatare che Bakeu stava dicendo la verità, mi affacciai fuori per chiamare qualcuno che ci portasse dell’acqua,ama; nessuno mi rispose; poichè il pozzo era di fronte, a pochi passi di distanza, decisi stoltamente di attingervi l’acqua da me stesso.
Feci tutto in gran fretta e quando di corsa feci ritorno nella guardiola della prigione con un secchio mezzo pieno d’acqua, mi trovai al buio e ricevetti un colpo forte in testa che mi fece perdere i sensi.
Venni svegliato con un secchio d’acqua sul volto, quando arrivò il cambio di guardia e, anche se ero tutto intontito ed avevo il volto coperto dal sangue uscito da una larga ferita che mi era stata inferta sulla fronte, quando volsi lo sguardo intorno a me, mi gelò il sangue perchè vidi che la cella era vuota e accanto alla sua porta spalancata, c’era il corpo privo di vita di Bakeu, sgozzato da Bruzzo prima di fuggire .
" C osa è successo ? " chiesi con un filo di voce.
" Lo chiediamo a te che cosa è successo perchè qui c’eri tu e non noi . " mi rispose con tono duro l’ufficiale che accompagnava il nuovo turno di guardia.
Allora lentamente mi ricordai di quanto era successo e quando finii di raccontarlo all’ufficiale egli scrollando le spalle mi disse:
" Mi dispiace per te, ma tu, allontanandoti dal posto di guardia anche per pochi istanti, ti sei reso responsabile della fuga del prigioniero, della morte del tuo compagno e di altre due sentinelle uccise da lui con la spada presa al tuo compagno. " quindi, dopo avermi fatto medicare la ferita, mi fece prima disarmare e poi rinchiudere nella stessa cella lasciata libera da Bruzzo.
Rimasi chiuso in quella cella per cinque lunghi giorni senza poter parlare con nessuno, perchè ai miei sorveglianti era stato proibito di parlare con me; non facevo altro che piangere sulla mia dabbenaggine e sulla mia sfortuna, perchè avevo capito che la mia colpa era molto grave e, pertanto, mi appariva certo che se avessi scampato la condanna a morte, sicuramente sarei stato espulso dalla classe dei guerrieri ed avrei così dato una grande delusione ad Ardei.
Pensavo con tristezza anche all’uccisione di quell’ingenuo bonaccione di Bakeu e sentivo una grande rabbia per non poterlo vendicare.
Ero triste ed abbattuto e pensavo al mio sstato quando il mattino del sesto giorno della mia detenzione, venne un ufficiale che ai due sorveglianti di legarmi le braccia e di condurmi fuori dalla prigione.
Credevo che mi stessero conducendo fuori nel cortile per la mia esecuzione, perchè vi erano schierati tutti i reparti, compreso quello a cui appartenevo; mi condussero, invece, nella spaziosa cella terrena della fortezza dove, dietro un tavolo allungato, erano seduti cinque alti ufficiali graduati anziani che costituivano il tribunale militare che mi doveva giudicare. Appena fui innanzi a loro, il più anziano di essi che sedeva al centro, si alzò in piedi e con tono severo mi disse:
" Jolao di Asun, abbiamo pesato e giudicato la tua colpa e ti abbiamo risparmiato la pena di morte perchè tu hai trasgredito gli ordini che ti erano stati dati per non farci perdere il riscatto richiesto al padre del prigioniero; tuttavia, poichè per causa tua sono morti tre giovani guerrieri, tu potrai essere libero soltanto se riuscirai a vendicarli. "
" Come posso vendicarli ? " chiesi perplesso, sapendo che il loro uccisore era fuggito.
" Battendoti lealmente ad armi pari con quest’uomo! " esclamò quel giudice militare e con un battito di mani fece subito apparire in quel luogo del giudizio due armati che si tiravano dietro un uomo incatenato.
Quell’uomo era Bruzzo; era stato ripreso quattro giorni dopo la sua fuga, mentre, in un non lontano porto isolano, tentava d’imbarcarsi clandestinamente su una nave carica di sale in partenza per l’Ausonia.
" Ti batterai con lui con il solo pugnale, perchè se è vero che per le nostre leggi aveva il diritto di fuggire anche uccidendo, è anche vero che per le medesime ragioni tu hai il diritto di vendicare l’uccisione del tuo compagno. Vi batterete ora, innanzi a noi, all’ultimo sangue perchè a noi interessa più il nostro onore di Sardi che il suo riscatto; pertanto, se riuscirà ad ucciderti sarà libero di ritornare alla sua terra. "
Dette queste parole il giudice, prima fece togliere a Bruzzo le catene ed a me i lacci che mi legavano le braccia, poi, fece consegnare a ognuno un affilato pugnale gammato e ci ordinò di batterci.
Appena Bruzzo ebbe quell’arma fra le mani per intimorirmi se la face passare ripetutamente da una mano all’altra e con una grande risata mi disse:
" Ehi stronzo, ti è piaciuto come vi ho fatto fessi fregandomi il viso con le mani un po’ sporche di del succo dei gigli. Ti ho fregato prima anche se eri molto diffidente, ti fregherò anche questa volta e poichè, visto che non sei morto per il colpo che ti ho dato in testa, questa volta ti colpirò in una parte più molle: ti spaccherò il cuore. " mi diceva queste parole per impaurirmi e distrarmi, per colpirmi improvvisamente col pugnale puntato.
Io attendevo la sua prima mossa per cui lo schivai rapidamente quando lui si lanciò contro di me.
Imprecando come un ossesso, ripetè invano i suoi attacchi diverse volte colpendo soltanto l’aria con il suo pugnale perchè prontamente schivavo i suoi colpi saltando, ora a destra ed ora sinistra, sino a quando riuscì a ferirmi di striscio sul petto; ma poichè, nello stesso tempo, io allungai il mio braccio armato contro il suo ventre, lui per evitarlo fece un piccolo balzo indietro, mentre io allungando la mia gamba gli misi uno sgambetto facendolo cadere pesantemente con le spalle in terra.
In un attimo, prima ancora che tentasse di rialzarsi, mi lanciai su di lui e mentre con la mano sinistra afferrai il suo polso per fermare la sua mano armata, con la destra lo pugnalai con forza sul petto in direzione del cuore.
Rivedo in questo momento la smorfia di dolore che contrasse il suo volto e l’espressione di incredulità con cui lui guardò i miei occhi mentre il suo corpo si immobilizzava nella morte.
Mi sollevai, estraendo dal suo petto il pugnale insanguinato; era il secondo uomo a cui avevo tolto la vita, ma questa volta, contrariamente all’uccisione di Gidili, non ebbi nessun rimorso; anzi ebbi un senso di soddisfazione, perchè ero riuscito a vendicare Bakeu e le altre due sentinelle. d’Ausonia.
L’applauso dei giudici interruppe nello stesso istante questi pensieri.
Un infermiere accorse subito a medicarmi la ferita riportata sul petto e, dopo che due inservienti portarono via il corpo di Bruzzo, l’anziano giudice, alzatosi in piedi mi disse:
" Bravo! Veramente bravo! Hai vinto un avversario superiore a te, dimostrando che potrai diventare un abile guerriero. Pertanto, la tua colpa ti è stata perdonata. "
Quando uscii fuori nel piazzale trovai, oltre che tutti i compagni della mia baracca, anche numerosi allievi delle altre baracche, i quali, avendo visto portare via il corpo di Bruzzo, avevano capito che io avevo vinto e, pertanto, assieme ai loro capisquadra e ad altri graduati minori, mi acclamarono appena mi videro; provai, quindi, una grande gioia che mi ripagò di tutti i giorni di grande ansia e preoccupazione per la mia vita.
Due mesi dopo questo avvenimento, poichè l’addestramento era finito, partimmo tutti da Tathari, ma ognuno con una propria destinazione.
Con Kerei, Arrexi e Arixi abbiamo lasciato quella fortezza sui tre carri di Kirru trainati da cavalli diretti a Barumini per caricarvi cereali.
Avevo ripetutamente richiesto di essere assegnato alla grande fortezza di Barumini per essere vicino alla mia Arula, ma poichè quella guarnigione era al completo, Crighine, per accontentarmi mi assunse come elemento di collegamento fra il sistema difensivo sotto il suo controllo ed i sistemi difensivi dei territori confinanti che in lungo e in largo si estendevano a settentrione, oltre la Jara, dal centro di Geroi sino ai confini delle regioni dell’Olisai e del Sarkidanu.
Pertanto, ancora prima di partire da Tathari,, sapevo che avrei dovuto iniziare la mia carriera svolgendo la funzione di un vero e proprio porta-ordini che doveva portare da una fortezza all’altra quelle comunicazioni di grande importanza che, per ragioni di segretezza, non potevano essere trasmesse né mediante i nuraghi e, tanto meno, per mezzo dei colombi viaggiatori.
Con grande rammarico, dopo che avevamo lasciato Tathari dirigendoci verso il meridione isolano, oltre metà strada, Kerei, Arixi e Arrexi si erano separati da me perchè essi proseguivano a piedi verso il grande abitato costiero di Karalitzu per essere assunti nel locale reparto militare navale.
Arrivato a Barumini, trovai Dinira e la figlia nell’orto dietro la casa, intenta a cogliere pere da un albero; facendo cenno alla madre di stare zitta, arrivai silenziosamente alle spalle di Arula e coprendole gli occhi con le mani; lei subito elencò, uno dopo l’altro, i nomi di diverse amiche e quando le liberai la vista non mi riconobbe subito a causa dell’uniforme che indossavo e della corta acconciatura dei capelli; prima mi guardò perplessa e spalancando gli occhi per la sorpresa, scoppiò in lacrime per l’intensa gioia e mi baciò così a lungo nella bocca da farmi mancare il respiro, mentre la madre e Kirru ci guardavano sorridendo.
E’ stato quello il più bel giorno della mia vita, perchè la gioia nel riabbracciare e baciare la mia Arula veniva raddoppiata nel vedere nei suoi occhi tanta felicità.
Dinira e Kirru ci lasciarono soli con il nostro grande amore e con tante cose da dirci dopo due lunghi anni di lontananza.
Seduti sull’erba all’ombra del fogliame del pero, intercalando dolci baci con soavi carezze, le raccontai quanto mi era accaduto a Tathari. "
***************
Trascorsi nove mesi dal mio ritorno da Tathari giunse il giorno delle mie nozze e con esso da Asun, sin dal primo mattino arrivarono nella casa di Dinira i miei parenti più stretti e gli amici più cari.
Neana, Urteu e Nugreo arrivarono per primi su una carro trainato da due buoi carico di ogni sorta di doni; un’ora più tardi preceduta da Ardei a cavallo, arrivarono da Asun anche Dillira con altri parenti ed amici.
Arrivarono anche i parenti che Arula aveva nei paesi vicini e, dopo di essi, da ben più lontano arrivarono anche Arrexi, Kerei e Arixi che avevano ottenuto un permesso speciale per essere presenti al mio matrimonio.
Mia madre, scese per prima dal carro a buoi e corse ad abbracciarmi e aveva gli occhi pieni di lacrime per la grande commozione perchè da oltre tre anni non mi vedeva; le presentai subito Arula più splendida che mai nella sua aggraziata e semplice acconciatura da sposa costituita da una candida veste di lino decorata sobriamente con fini ricami colorati.
Abbracciò e baciò affettuosamente Arula quando gliela presentai e, meravigliata da tanta bellezza e semplicità, abbracciandoci entrambi esclamò:
" Sia lodato Maimone che vi ha fatto incontrare; siete fatti l’uno per l’altra e sono sicura, Arula, che tu gli darai tutto l’amore che io non ho potuto dargli. "
Anche tutti gli altri parenti apprezzarono Arula per le sue notevoli doti naturali; l’apprezzò anche la stessa Dillira , venuta al mio matrimonio, anche se per ovvie ragioni non era stata invitata, poichè ad un certo punto, quando in mezzo a tutta quella gente, mi trovai per un attimo isolato, si avvicinò a me e, dopo avermi dato un timido bacio sulla guancia, mi disse:
" Complimenti, Jolao, ho lasciato un ragazzo e mi ritrovo un uomo. Complimenti per la tua Arula perchè è di gran lunga migliore di Addara ed è senz’altro la donna che ci voleva per te. "
Quando tutte le presentazioni fra parenti e amici dell’uno e dell’altra furono fatte, io ed Arula, precedendo la lunga processione e tenendo ciascuno una bianca colomba fra le mani, preceduti dal mio comandante Grighine, ci recammo nella Casa di Maimone per essere uniti nel sacro vincolo del matrimonio per la vita e oltre la vita.
La cerimonia, benchè eseguita con parole semplici, fu molto suggestiva per i suoi contenuti simbolici di alto valore spirituale; venne officiata da Asea, la Grande Sacerdotessa della Casa di Maimone di Barumini, davanti ad un altare rudimentale di pietra su cui erano despote una ciotola di acqua sacra ed una ciotola contenente i verdi germogli di grano.
Dopo la cerimonia ci fu naturalmente un grande pranzo nuziale all’aperto con abbondanza di cibo e di bevande per tutti che, contornato da canti e balli, durò sino a notte tarda.
Io ed Arula non restammo con amici e parenti sino a tardi perchè quando stava per calare l’oscurità e si accendevano le torce che dovevano illuminare i balli, presi Arula per mano e, approfittando della confusione, nascostamente ci allontanammo dalla festa.
La condussi nella casa che i miei commilitoni, come dono di nozze avevano edificato per noi, dopo che, secondo l’usanza della nostra gente, ognuno di essi aveva portato nel sito tre grosse pietre sbozzate a colpi di mazza per essere utilizzate nella costruzione.
Appena entrammo nella nostra casa, io sbarrai la porta affinchè nessuno venisse a disturbarci ed Arula accese una piccola lampada ad olio per illuminare l’ambiente; poi con gli occhi che le brillavano di felicità, si accostò a me per accarezzarmi il viso ed io, allora, trepidante d’amore andai incontro al momento più bello della mia vita nella completa oscurità perchè, dopo avere spento il lume appena acceso, l’abbracciai stringendola fortemente al mio cuore in un amplesso amoroso che fu non solo la premessa dell’unione dei nostri corpi ma anche sigillò l’unione eterna delle nostre anime, anche se la nostra felicità terrena durò solo pochi anni.
Rivedo in questo preciso istante la mia dolce Arula come la vidi per l’ultima volta e sento dentro di me tutto il grande rammarico per non avere saputo salvare la nostra grande felicità; per non aver saputo proteggere il dono più bello e più grande che avevo ricevuto nella vita, anche se per esso ero disposto a sacrificare la vita medesima.
A questo infelice ricordo un velo struggente di profonda tristezza e dolore avvolge tutta la mia anima e mi sembra di essere ancora una volta travolto dalla grande infelicità che in quei lontani anni mi rese la vita amara e quasi insopportabile.
Vedo il volto tanto amato di Arula con i suoi lunghi capelli neri e il suo dolce sorriso ed odo il canto soave della sua ninna nanna, mentre seduta presso il focolare, fa dondolare la culla di legno per fare addormentare il nostro bambino, il nostro piccolo Ardeo che da due anni quale, frutto del nostro amore, era arrivato nella nostra casa per diventare la ragione più importante della stessa nostra vita.
Risento il tiepido calore della sua pelle, quando le diedi un bacio sul collo e le accarezzai i capelli, dopo essermi avvicinato a lei; la rivedo, a quel bacio chiudere gli occhi trasognata per dirmi:.
" Finalmente sei arrivato. Ti attendevo con ansia perchè mi sei mancato molto. Scusami se non ti sono venuta incontro quando il rumore degli zoccoli del tuo c vallo mi ha fatto capire che eri arrivato, perchè stavo addormentando questo discolo. " dicendo queste parole poichè vide che il nostro bambino si era addormentato, si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca con amore infinito come se fossi il bene più prezioso che aveva nella vita.
" Vedo che sei stanco e sicuramente vorrai riposare, ma prima ti preparo qualcosa da mangiare. "
" Amor mio, non disturbarti perchè non posso, nè riposare, nè mangiare per sono venuto per salutarti; devo ripartire subito per non viaggiare nell’oscurità della notte, per recarmi nel Barigadu dove devo svolgere una breve missione importante richiesta dal mio comandante per ordine dei suoi superiori . "
Nell’udire queste parole, Arula si rattristò ed, abbassando il capo, con voce quasi lamentosa esclamò:
" Vorrei tanto che tu questa volta restassi con me perchè sono mesi che tu arrivi e parti subito, ora qua e ora là, come se non avessi una moglie ed un figlio che hanno bisogno della tua presenza. Vorrei tanto che, almeno questa volta, tu non partissi. Vorrei che, almeno per questa volta, tu restassi con me perchè ho un brutto presentimento di non doverti rivedere mai più. "
" Lo sai che non è possibile; sono un militare e devo obbedire all’ordine che mi è stato dato. Non posso andare dal mio comandante a chiedergli di fare partire qualcun altro al posto mio, perchè mia moglie ha un brutto presentimento; riderebbe sicuramente di me e tutta la mia carriera sarebbe rovinata. Poi questa storia del brutto presentimento è solo qualcosa dettata dalla grande apprensione che tu hai per me. Vedrai che anche questa volta non mi capiterà nulla e, dopotutto, sarà un’assenza più breve delle altre perché fra tre giorni sarò da te. "
Le dissi queste ed altre parole e, dopo averla tranquillizzata, la strinsi affettuosamente fra le mie braccia; dopo aver salutato con un bacio lei e il mio bambino addormentato, uscii di casa e, mentre scendevo nel breve sentiero che conduceva alla strada maestra, udii provenire dalla casa la musica del pipiolu con cui Arula era solita intrattenere il nostro bambino; udii questa volta, diversamente dalle altre volte, che intonava un motivo tanto melanconico che mi strinse il cuore perchè, anche se allora non potevo saperlo, era il preavviso dei giorni più tristi della mia vita.
Quando sono arrivato innanzi al mio cavallo, ho indugiato nel montargli in groppa perchè per pochi minuti ero rimasto pensando che potevo andare da Crighine per chiedergli, con una scusa o l’alta, di esentarmi da quella missione; ero sicuro che l’avrebbe fatto, ma, poi, non lo feci, ed è stata questa la grave colpa di cui per anni ed anni ho sentito il rimorso; conclusi che non dovevo farmi condizionare dai timori di una donna; pertanto montai a cavallo e tirando le briglia lo feci dirigere verso settentrione per arrivare cinque ore dopo nel luogo dove dovevo svolgere la mia missione.
Quella stessa sera il tempo si era guastato e la pioggia che prima era leggera, nel corso della notte scrosciò sempre più forte, accompagnata da forti raffiche di vento e dai boati di tuoni seguiti da fulmini che sembravano spaccare il cielo; la pioggia cadde intensa in tutta l’Isola per tutto il corso della notte e, poi, dopo una breve sosta, riprese più intensa di prima, trasformando tutti i campi in fangosi acquitrini impraticabili non solo dagli esseri umani, ma anche dagli animali, arrecando danni che diventarono ancora più ingenti quando un ulteriore persistere della pioggia diede luogo ovunque a estesi smottamenti e allo straripamento dei fiumi e all’ingrossamento dei fiumiciattoli in grossi e travolgenti torrenti.
Pioveva ancora a dirotto dopo due giorni e poichè il lavoro da fare era ormai finito, andai a riposare in attesa che il maltempo cessasse prima di mettermi in cammino per fare ritorno a casa, andai a riposare per qualche ora nel tardo pomeriggio; mi addormentai quasi subito per risvegliarmi, non so quanto tempo dopo, tutto agitato ed in preda ad una sconvolgente angoscia a causa di un sogno dal significato terribile: avevo sognato un bellissimo cielo azzurro in cui volavano insieme i due colombi che io e Arula avevamo lanciato in aria nel corso della cerimonia nuziale, poi all’improvviso quel bellissimo cielo si oscurò per essere riacceso cupamente da un fulmine che aveva colpito in pieno la colomba lanciata da Arula facendola precipitare in un vuoto senza fine.
Sconvolto da questo sogno, poco dopo, anche se era notte fonda montai a cavallo e, come se fossi impazzito, corsi sotto la pioggia per fare ritorno a casa col cuore colmo di un’angoscia spaventosa.
Galoppai senza sosta per tutto il resto della notte nell’oscurità lungo una strada resa fangosa che a mala pena riuscivo a seguire grazie alla luce dei lampi che di tanto in tanto illuminavano il cielo e la terra gli assordanti tuoni che coprivano il rumore della pioggia.
Poi, poco prima della fine della notte, la tempesta che prima aveva rallentato la sua furia si calmò del tutto e, mentre cessava di piovere, i tuoni ed i lampi si fecero sempre più lontani dalla mia vista e dal mio udito. Arrivò l’alba sotto il cielo ancora coperto da una spessa coltre di nuvole scure e, mentre mi avvicinavo sempre più a casa, in una fosca luce nebulosa, intorno a me non vedevo altro che desolazione e rovina in una natura completamente sconvolta dalle furie scatenate dal cielo:alberi abbattuti, case scoperchiate dalla forza del vento e campi completamente allagati cosparsi di piante da frutto sradicate dalla furia delle acque dei torrenti, assieme a carogne di animali d’allevamento annegati, erano la nota caratteristica che aveva lasciato ovunque quella tempesta dalla lunga durata.
Quando arrivai in vista della mia casa, notai subito che sembrava non aver subito alcun danno perchè le sue mura erano in piedi e la copertura era ancora al suo posto; pertanto tirando un sospiro di sollievo rallentai il galoppo del cavallo perchè era quasi sfinito dalla fatica. Solo quando arrivai di fronte alla costruzione notai che il piccolo giardino che la circondava era stato coperto da fango e sassi e che erano scomparsi gli alberi da frutto che avevo piantato due anni prima.
Allora fui colto da una grande agitazione e chiamai ripetutamente ad alta voce Arula, ma nessuno mi rispose per cui, mentre la mia apprensione aumentava sempre più, con un balzo scesi giù da cavallo e corsi verso la casa e vi entrai dentro attraverso il suo uscio lasciato aperto per scoprire che non c’era nessuno; tutto era bagnato e il pavimento era completamente coperto da un grosso strato umido di fango che aveva imbrattato tutto; solo il pipiolu di Arula era rimasto all’asciutto perchè l’aveva riposto in un’alta nicchia della parete.
Subito corsi verso la casa di Dinnira credendo di trovarvi mia moglie con mio figlio perchè ella era solita recarsi dalle madre quando scoppiavano i temporali; però quando lungo la strada vidi Dinira e Kirru che pallidi in volto accorrevano verso di me gridai.
" Dove sono Arula e mio figlio? Sono in casa tua ? "
Allora essi si fermarono senza darmi alcuna risposta; solo quando fui innanzi a loro Dinira, dopo avermi fissato per alcuni istanti con gli occhi pieni di una tristezza infinita mi disse:
"Arula non è a casa mia perchè è andata via per sempre con tuo figlio e non tornerà mai più da te. "
" Cosa mi stai dicendo ? " le gridai disperato, scuotendo Dinira per le spalle perchè non potevo capire il significato delle sue parole e non potevo credere che Arula fosse fuggita da me.
Allora la donna, scoppiando in lacrime, mi abbracciò e singhiozzando aggiunse:
" Non torneranno mai più perchè li ha travolti e portati via una valanga d’acqua e di fango mentre con tuo figlio in braccio correva a casa mia sotto la pioggia. Se fosse rimasta a casa sua si sarebbe salvata. "
A queste parole, rimasi impietrito, perchè mi sembrò che tutto il mondo mi fosse crollato addosso; non scoppiai in lacrime e non mi disperai battendomi i pugni sul viso perchè, come ad ogni guerriero, mi era stato insegnato a contenere disperazione e dolore dentro il mio cuore; mentre Dinira continuava a singhiozzare tenendomi stretto fra le sue braccia, mi apparvero solo due lacrime negli occhi e nella disperazione che stringeva il mio cuore, incolpando me stesso di quella terribile disgrazia, dissi:
" Se non fossi partito sarebbero ancora vivi entrambi, perchè non sarebbero usciti da casa, o saremmo morti tutti e tre insieme. "
Allora Kirru, che era un uomo fatalista, battendomi una mano sulla spalla per consolarmi mi disse:
" Non darti delle colpe: era arrivata la loro ora perchè Maimone, secondo i suoi disegni, dona e toglie quando vuole; pertanto, questa perdita era parte del tuo destino e devi affrontarla con grande forza d’animo. "
Più tardi, assieme ad altri volontari, esplorai instancabilmente per giorni, dall’alba al tramonto, tutta la vasta scia di fango e detriti che l’alluvione aveva lasciato lungo il suo cammino, tentando di recuperare i corpi di mia moglie e di mio figlio per dare loro una onorata sepoltura e per avere un luogo dove andare a piangere e pregare per loro, ma trovammo i corpi di altre persone, donne, uomini e bambini, ma non i loro.
Quando compresi che era inutile continuare le ricerche, stanco, deluso e in preda a uno sconforto distruttivo solo come un cane pieno di rogna, tornai nella mia casa e vi trovai Dinira e Kirru che la stavano pulendo dal fango per rimetterla a posto per me, ma io li convinsi a non fare più nulla perchè era tutto inutile e, quando essi andarono via, mi sedetti e guardai intorno tanta rovina; allora mi resi conto che l’anima mia era distrutta, era rimasta vuota come quella casa perchè avevo perso Arula e mio figlio che erano i beni più preziosi dell’anima mia; allora pensando che ormai la mia vita non aveva più alcun senso, non ressi più a tanta sofferenza e sfogai in un disperato ed interminabile pianto il grande dolore che per tutti quei giorni avevo relegato nel più profondo del mio cuore.
Piansi a lungo, chiuso fra le fredde mura della mia casa desolata, battendomi i pugni contro la fronte e sfogando il mio inconsolabile dolore gridando invettive contro me stesso e contro l’ avversa sorte; avevo capito che per l’anima mia si era spenta la luce della felicità per precipitare in una lunga e dolente oscurità di un’opprimente infelicità che smorzava ogni mio minimo anelito spirituale.
Quindi, dopo essermi asciugato le ultime lacrime col dorso della mano, presi il pipiolu di Arula, me lo misi in tasca e montai a cavallo per non fare mai più ritorno in quella casa in cui i giorni più felici e sereni della mia vita si erano conclusi con il più grande dolore che avrebbe condizionato il resto della mia esistenza terrena.
Infatti, volli allontanarmi per sempre dai luoghi in cui avevo conosciuto e vissuto con la mia Arula e pertanto, quel giorno stesso, chiesi a Crighine di farmi trasferire altrove; dieci giorni dopo, salutati Dinira e Kirru in un commiato pieno di lacrime, montai a cavallo verso Karalitzu, per essere assunto in una guarnigione navale locale di cui facevano già parte i miei amici Arrexi ed Kerei.
Sono arrivato a Karalitzu con la morte nel cuore,non potei godere della sua grande bellezza naturale perchè per me in quei tristi giorni ogni luogo era grigio anche se vi splendeva il sole; tutto era grigio perchè si era spenta in me la gioia di vivere; non facevo altro che rimpiangere i giorni felici trascorsi con Arula per cui la sua perdita mi rendeva la vita ogni giorno sempre più pesante ed amara.
I miei due vecchi amici Arrexi e Kerei capirono subito la gravità della mia situazione e temendo che io compissi qualche atto inconsulto mi rimasero il più possibile vicini tentando di distrarmi in mille modi.
Sei mesi dopo, il mio dolore sminuì un poco, non perchè il trascorrere del tempo cura le ferite dell’anima come quelle del corpo, perchè non fu di certo questo il caso mio; si verificò un fatto meraviglioso che mi diede la forza di tornare a sorridere alla vita.
Venni assegnato alla guarnigione di Arrexi e di Kerei che era addetta alla sorveglianza della base navale ubicata nell’estremità della bianca e lunga spiaggia riparata dall’alto promontorio a forma di sella.
Su questo promontorio in cui ero solito salire nelle ore libere per restare solo con i miei tristi pensieri guardando i monti ed il lontano orizzonte che contornano l’ampio golfo di Karalitzu, capitò un giorno come tanti altri che, mentre stavo sdraiato sull’erba intento a suonare il pipiolu di Arula mi addormentai senza rendermene conto per fare un sogno meravigli oso di cui ho conservato il ricordo per tutto il resto della mia vita: mi apparve Arula, più bella e soave di quand’era in vita, e si accostò a me per darmi un bacio e per dirmi:
" Amore mio non piangere per me perchè se tu piangi, piango e soffro anch’io. Non piangere per me perchè tu non mi hai persa; io sono e sarò sempre al tuo fianco anche se tu non mi vedi perchè ci siamo sposati per la vita e oltre la vita; io ti amerò per tutta l’eternità. Io mi sono dovuta allontanare da tè per non essere d’ostacolo al tuo destino terreno, ma un giorno saremo nuovamente insieme per tutta l’eternità. "
Mi disse queste parole e mi dette un secondo bacio e, dopo avermi accarezzato il volto, si allontanò da me mentre io tentavo invano di trattenerla.
Mi svegliai con gli occhi umidi di lacrime dovute, non al dolore, ma alla gioia che mi dette la certezza che Arula sarebbe stata sempre accanto a me; certezza che mi venne confermata dall’arrivo di una bianca colomba che si posò tubando accanto a me per riprendendo il volo dopo esser si lasciata carezzare.
Seguendo il consiglio degli amici, per distrarmi facendo qualcosa di nuovo, seguii un corso di addestramento marinaro per imparare a navigare e a conoscere il mare.
Venni assegnato ad una squadra di combattimento navale che doveva essere sottoposta ad un intenso addestramento per imparare a combattere sulla propria nave, per andare all’arrembaggio delle navi nemiche.
Facevo parte di una squadra di cento guerrieri e tutti venimmo assegnati ad un graduato che si chiamava Sileo e ad un istruttore trentacinquenne di nome Liturru; quest’ultimo aveva una grande esperienza marinara perchè per oltre quindici anni era stato imbarcato nelle nostre navi che si avventuravano, per ragioni commerciali o esplorative, lungo le lontane rotte del grande oceano ad occidente, oltre la Terra dei Libu e l’Iberia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo V
 
 
Nel mio ventiquattresimo anno di vita, un anno dopo il mio arrivo a Karalitzu, come ripetutamente avevano, già da tempo, profetizzato le pizie più anziane ed esperte leggendo il futuro nell’acqua dei pozzi sacri, come già era avvenuto negli anni prima della mia nascita, ritornò in terra sarda un lungo periodo di grande fame simile se non peggiore di quello che si era verificato ai tempi di Brauro qualche anno prima della mia nascita .
La nuova scomparsa del benessere e dell’abbondanza dei frutti del lavoro umano e della terra che io avevo conosciuto sin da quando ero un bambino, fu annunciata anche da insoliti fenomeni e disastri naturali che impaurirono molto la gente un pò dappertutto in Sardinia.
Il tutto ebbe inizio nel giorno in cui alcuni pescatori che si erano avventurati in quello che chiamiamo mare vivo, cioè al largo della costa sud occidentale, fecero ritorno con le imbarcazioni stracariche di pesce già cotto che dissero di avere pescato in quelle condizioni in un punto dove il mare si era messo a bollire improvvisamente emanando una grande quantità di fumo bianco.
Due giorni dopo questo strano ed insolito avvenimento, capitò anche che la terra si mise a tremare improvvisamente, proprio nelle zone sud occidentali isolane lesionando, oltre che molti abitati anche alcuni grossi nuraghi e, dopo meno di mezz’ora, dal mare si riversò su queste una gigantesca ondata che spazzò via case, abitanti ed animali, distruggendo tutti i terreni coltivati.
Come se tutto ciò non bastasse, la terra successivamente tremò ancora ripetutamente anche in tante altre località dell’Isola dal meridione a settentrione, mentre nel cielo sereno si ebbero numerosi fulmini e si udì un cupo, lungo e lontano boato proveniente dal mare nella direzione in cui si trova la lunga terra d’Ausonia; boato che venne accompagnato da un nuovo tremare della nostra terra che, però, causò pochi danni.
Tuttavia, dopo qualche ora, dalla stessa direzione in cui si era udito il boato, arrivò in tutta la nostra terra, con una velocità uguale a quella del vento, una gigantesca nuvola di cenere calda che rimase nell’aria per oscurare il sole per alcuni giorni rendendo la luce del giorno uguale a quella del crepuscolo.
E come se tutto ciò non bastasse a terrorizzare la gente, quando il sole stava per ricomparire perchè quella fuliggine era stata in gran parte portata via dal vento o si era depositata su tutta l’intera isola, incominciò a cadere una densa pioggia gialla che fece rinsecchire le coltivazioni ed i pascoli con risultati disastrosi per l’allevamento del bestiame e per i raccolti.
Anche se la conseguenza di tutto ciò fu una certa penuria di cibo, non arrivò subito la fame perchè la gente in attesa del successivo raccolto andò avanti per molti mesi con le provviste di tutto ciò di mangiabile che si aveva; infatti, i veri e propri guai si ebbero quando queste furono esaurite e si ebbe un raccolto scarsissimo perchè quella pioggia gialla aveva quasi inaridito le terre coltivabili ed i pascoli ed era arrivata una persistente siccità.
Per porre riparo alle sofferenze della gente per la terribile carestia i nostri governanti mandarono a cercare grano e altri cereali, nelle non lontane terre dell’Ausonia centrale.
Tuttavia non ne trovarono perchè anche in quei luoghi si erano verificati gli stessi fenomeni distruttivi che avevano colpito la terra di Sardinia con l’aggiunta che si era verificato il grande disastro dello scoppio di un grande vulcano locale, ubicato a non grande distanza dal mare, il quale, a vasto raggio, aveva bruciato tutto ciò che c’era di vivo in quel territorio.
Allora i Sardi, dopo avere chiesto invano derrate alimentari alle genti dell’Ausonia meridionale e settentrionale, andarono a cercarle, prima, nella lontana terra continentale degli Iberi e, poi, in quella più vicina dei Libu.
Gli Iberi, non diversamente dalle genti che vivono nelle zone settentrionali, centrali e meridionali dell’Ausonia, anche se in passato in occasione di grandi calamità, avevano ricevuto il nostro aiuto, ci negarono anche il carico di una sola nave; come gli Ausoni ci mandarono a dire che non erano così pazzi da inviare il loro cibo a noi Sardi, perchè era appena sufficiente per loro ancora per un anno e non potevano prevedere i raccolti futuri.
Solo i Libu che con noi Sardi hanno un antica amicizia, malgrado avessero subito gli stessi nostri disastri, cercarono subito d’aiutarci.
Al seguito delle nostre navi cariche di datteri e di carne salata, arrivarono nel porto di Karalitzu altre due navi da cui sbarcarono rispettivamente gli emissari dei Tema Lenu e quelli dei Mashvasa che sono le tribù più e potenti dei Libu dai lunghi capelli e dalle lunghe barbe bionde .
Erano arrivati da noi per conferire con i nostri governanti; infatti, appena sbarcarono, furono condotti nell’alta e possente rocca fortificata che domina tutto l’abitato dove ha sede il Supremo Consiglio innanzi al quale, parlando a nome dei loro capi, dopo essersi scusati per non averci potuto inviare del grano che scarseggiava, a causa della siccità, anche nel loro paese, proposero di fare, ancora una volta, come venticinque anni prima, ai tempi del nostro grande duru Brauro, un’alleanza fra Libu e Sardi affinchè, per la comune salvezza, andassero a portare via con le armi il grano a coloro che di questo, pur avendone in grande abbondanza, si rifiutavano di venderne anche un solo moggio alle genti che stavano morendo dalla fame.
Proposero a noi Sardi di assalire, ancora una volta dal mare, l’Egitto, mentre i Libu l’avrebbero assalito contemporaneamente da quel vasto deserto che costituisce i suoi confini occidentali.
Dissero che se noi Sardi avessimo messo a disposizione la nostra potente flotta militare, avrebbero aderito a quella alleanza i Danai, che popolano la parte più meridionale della lunga Terra di Ausonia di fronte all’isola degli intemperanti e focosi Sicani , gli Achei dell’Argolide e dell’Isola di Karata, i Tirreni, i Filistei che insieme al nostro Gran Duru Brauro si erano già impadroniti di una larga parte della terra di Canaan ed altri popoli secondari che spinti dalla fame stavano calando da occidente e da settentrione contro l’Egitto ed i suoi alleati.
Si proponeva di ricostituire la stessa confederazione politica e militare che già venticinque anni prima aveva assalito prima i territori e le isole del Medio Oriente e, poi, l’Egitto; confederazione politico-militare che gli Egizi avevano chiamato Unione dei Popoli del Mare.
I nostri governanti ascoltarono attentamente gli emissari dei Libu e poi dissero che avrebbero dovuto attendere almeno dieci giorni per avere una risposta alla proposta dei loro capi; in terra sarda, infatti, diversamente da altre terre lontane e vicine dove i popoli per il bene e per il male vengono governati da un capo o da un re, i Sardi si governano da se stessi; perchè impongono a coloro che li governano che qualunque decisione d’importanza vitale deve essere presa solo con l’autorizzazione del popolo.
Per questa ragione, infatti, ogni legge che governa i Sardi, prima di essere applicata deve avere il consenso del popolo; pertanto, anche in quel caso solo il popolo, dopo averne valutato il pro ed il contro, doveva decidere se mandare o no i suoi figli a morire in guerra.
Dopo un dibattito durato diversi giorni, con una maggioranza di pochi voti rispetto all’opposizione, venne accettata la proposta dei Libu; infatti, non pochi erano i membri del Supremo Consiglio convinti che se i Sardi partendo per la guerra, avessero lasciato i loro territorio militarmente sguarnito, ne avrebbero potuto approfittare, oltre che i Kabilli, anche quelle genti dell’Ausonia e dell’Iberia che da secoli miravano ad impadronirsi dall’Isola per la sua notevole abbondanza di sale, minerali e legname.
Tuttavia, poiché l’approvazione del Supremo Consiglio alla proposta dei Libu non era sufficiente per dare una risposta definitiva, venne ulteriormente sottoposta alla decisione finale di tutto il nostro popolo mediante la rete di comunicazioni dei nuraghi, attraverso la quale in pochi giorni a Karalitzu si seppe che i Sardi l’avevano approvata a grande maggioranza, perchè la situazione nell’Isola era diventata insostenibile e dovunque la gente stava morendo dalla fame.
Pertanto, alcuni esponenti del nostro governo si recarono nella terra dei Libu per stipulare i termini dell’alleanza con i capi dei Tema Lenu, dei Maschavasa, dei Danai, dei Sicani, dei Tirreni, dei Filistei e degli Achei.
Nello stesso tempo, in terra sarda ebbero inizio i preparativi per organizzare una potente flotta militare che avrebbe dovuto trasportare un esercito di svariate decine di migliaia di guerrieri il cui comando supremo venne affidato al Gran Duru che si chiamava Tiareu.
Tiareu, quando venne nominato capo supremo dell’armata sarda, mandò degli emissari dai Kabilli per invitarli a partecipare alla spedizione, ma questi, anche se la situazione nel loro territorio era grave come nel nostro, come già avevano fatto ai tempi di Brauro, declinarono l’invito perchè in quel frattempo si erano dati alla pirateria da cui traevano i mezzi indispensabili alla loro sopravvivenza, assalendo e depredando le coste occidentali dell’Ausonia.
Io stesso ero uno dei numerosi guerrieri dell’esercito di Tiareu poiché, benchè fossi stato destinato alla guarnigione militare di Karalitzu, avevo chiesto insistentemente di partire per la guerra perché, dopo la morte di Arula e di mio figlio, nulla mi legava più alla vita e alla mia terra e, quindi, desideravo ardentemente morire in battaglia per poterli raggiungere nel mondo rovescio.
Avevo deciso di partire per la guerra, non in cerca di gloria, di fama e ricchezze, ma della morte perchè, malgrado Arula mi fosse apparsa in sogno, la vita e tutto ciò che mi accadeva e che era intorno a me era per me insignificante.
Intorno a me c’era solo un grande senso di vuoto perchè la mancanza della sua voce e dell’indimenticabile dolcezza dei suoi sorrisi e dei suoi baci pieni d’amore rendevano arida la mia esistenza e non facevo altro che rimpiangere la perduta felicità.
Fu per fuggire a tanto sconforto che divenni preda dell’intenso desiderio di andare in guerra lontano dalla mia terra e da tutto ciò che mi ricordava la perduta felicità poichè tutti i miei parenti, compresa mia madre, per me non contavano più nulla.
Esercito e navi furono pronti in meno di due mesi, ma la partenza avvenne dopo che tutte le navi si radunarono nell’ampio golfo di Karalitzu per costituire una numerosa e potente flotta, quando Tiareu ebbe concordato con i capi militari gli alleati un piano d’attacco generale.
La partenza ebbe luogo, dopo lunghi giorni di bonaccia, in una calda mattinata estiva quando sul mare spirò un vento favorevole che gonfiò le vele per fare volgere le prue delle navi verso oriente.
In quell’occasione ho lasciato la mia terra credendo che mai più vi avrei fatto ritorno perchè ero convinto che sarei morto combattendo, ma mi sbagliavo, allora per la mia giovane età, ancora non sapevo che il destino dell’essere umano raramente è conforme ai suoi desideri essendo quasi sempre determinato da forze e circostanze che sfuggono al suo controllo e alla sua volontà.
Mi sbagliavo; allora non potevo immaginare che il mio destino aveva stabilito che, dopo una lunghissima assenza, completamente cambiato avrei fatto ritorno alla mia terra per donare il resto della mia vita, a lei ed al mio popolo lo stesso intenso amore che non avevo potuto donare alla mia Arula.
Sono partito per la guerra senza andare prima a dire addio a mia madre, a Nugreo e ad Ardei per timore che potessero dissuadermi dalle mie intenzioni; egoisticamente pensavo solo a compiangermi; li ho fatti informare che ero partito per la guerra solo dopo la mia partenza, senza preoccuparmi delle apprensioni e del dispiacere che quel mio comportamento avrebbe procurato ai miei cari e senza pensare che non avrei mai più potuti rivederli per tutto il resto della mia vita come, poi, si verificò realmente e di ciò sento ancora in questo istante quel dolente rimorso che mi ha accompagnato per molti anni della mia vita.
Dopo tre lunghi giorni di navigazione in un mare quasi agitato, la flotta giunse in vista delle coste dell’Ausonia proprio di fronte alla terra dei Danai dove Tiareu fece approdare diverse navi per caricare le vettovaglie promesse da questi per sostenere la spedizione, quando era stato stipulato il patto di alleanza; queste navi, però, rimasero vuote perché i Danai, come molti Ausoni, non fanno corrispondere ai fatti ciò che dicono con le parole; addussero mille scuse per non consegnarcele e quando Tiareu mandò a dire loro che senza quelle vettovaglie sarebbe fallita la spedizione, essi gli risposero che poteva procurarsele razziandole nel suo cammino in uno dei tanti paesi alleati con gli Egizi.
Quando il nostro Gran Duru ebbe questa risposta, poichè era un uomo tutto di un pezzo col quale non si poteva tergiversare molto, esclamò:
" Bene! Essi stessi mi hanno detto che cosa devo fare per insegnare loro a mantenere la parola. " per cui, senza perdere altro tempo, fece sbarcare cinquemila uomini con l’ordine di razziare a vasto raggio la terra dei Danai.
Questi, con le armi in pugno e trucidando chi si opponeva, razziarono, non solo granaglie e bestiame, ma anche tanti altri generi alimentari per cui si ebbero derrate alimentari per le necessità della spedizione militare e per inviarne diverse navi a Karalitzu per gli urgenti bisogni dei Sardi. Nei giorni successivi, poichè la notizia di ciò che avevamo fatto ai Danai ci aveva preceduto nell’isola dei Sicani, questi, quando arrivammo nelle coste meridionali della loro terra, ci accolsero con un grande timore riverenziale e per evitare che noi facessimo loro quello che avevamo fatto ai Danai, vantandosi di essere gente d’onore, fecero per la nostra spedizione militare molto di più di quanto era previsto dal patto d’alleanza.
Tiareu con tutta la sua grande armata sostò innanzi ala grande ‘isola dei Sicani in attesa del re dei Tama Lenu e di Marmajolu, capo militare del loro esercito, con il quale doveva stabilire le modalità definitive dell’attacco alla potenza dei faraoni.
Marmajolu, al suo arrivo, chiese a Tiareu di rinviare e modificare l’attacco all’Egitto a causa di un sospetto tradimento che gli Achei stavano operando contro l’alleanza dei Popoli del Mare poichè il grande esercito che avevano arruolato, anzichè contro gli Egizi, lo stavano utilizzando contro i Teucri per impadronirsi di una vasta regione costiera, che questi ultimi avevano precedentemente portato via agli Hittiti.
Infatti, il capo dei Tama Lenu, Marmajolu, aveva informato Tiareu che attraverso le sue spie aveva appreso che gli Achei, pur facendo parte della Lega dei Popoli del Mare avevano stipulato un preciso accordo segreto con il faraone Ramses III, col quale si erano impegnati ad assalire dall’Ausonia la terra dei Sardi per stornare l’attenzione di Tiareu dall’Egitto.
Pertanto, mutando completamente il piano d’attacco, venne deciso che i Sardi, anzichè attaccare l’Egitto direttamente dall’Isola dei Sicani, si sarebbero mossi, prima contro l’Argolide e poi contro l’isola di Karata che costituiscono la patria degli Achei, per puntare, poi, verso la Terra di Canaan da dove, unitamente con i Filistei, avrebbero assalito l’Egitto.
Così, dopo appena una settimana, la nostra potente armata, come una gigantesca ondata del mare in tempesta, si riversò in Argolide per portare morte e distruzione fra tutti gli Achei:
Abbiamo, pertanto, sventato i preparativi di un attacco contro la nostra terra, frantumando una grande parte della loro potenza militare.
Nell’occasione abbiamo conquistato le loro grandi e splendide città, malgrado fossero protette da alte robuste mura, quali Micene, Argo e Tirinto.
Solo Tirinto ha opposto una grande resistenza ai nostri attacchi per la presenza di un’alta rocca fortificata che comunque riuscimmo a conquistare per mio merito, quando i suoi difensori, dopo averci respinto, ci dileggiarono beffardamente gridando che noi Sardi eravamo guerrieri di merda.
Nell’udire questi insulti, benchè il nostro comandante Sileo avesse impartito l’ordine di ritirata, fui preso da una tale ira per cui con accese parole trascinai nuovamente all’attacco, oltre che i miei compagni d’armi, anche le altre nostre formazioni, con un tale acceso fervore ed irruenza che ci permisero di entrare nella rocca di Tirinto, dopo avere scalato le sue mura e infranto la resistenza degli Achei.
Tutti i miei compagni d’armi rimasero colpiti dal grande coraggio e disprezzo del pericolo da me dimostrato in quello ed altri combattimenti contro gli Achei perchè non sapevano che nella parte più recondita del mio cuore alloggiava il desiderio di incontrare la morte per riunirmi con la mia indimenticabile Arula.
Due giorni dopo la conquista di Tirinto, il Gran Duru Tiareu, il capo supremo di tutta la grande armata dei Sardi, colui che aveva potere di vita o di morte su ognuno di noi, avendo sentito parlare di me, mi aveva mandato a chiamare perché tutto ciò che aveva sentito dire su di me lo aveva molto incuriosito e voleva conoscermi; lo stesso Sileo, con l’anticipo di alcune ore, mi comunicò l’ordine di comparire in impeccabile uniforme innanzi al nostro capo supremo, prima che tramontasse il sole, non senza avermi raccomandato per la seconda volta di curare al massimo la mia tenuta.
Anche se ero stato calmo e quasi indifferente quando avevo appreso che dovevo comparire innanzi ad un così potente e famoso personaggio, giunta l’ora di uscire dalla mia tenda per recarmi a quell’incontro fui colto da una grande eccitazione mista ad apprensione, forse perché ero in fondo anche impaurito; mi ero reso chiaramente conto che nella battaglia di Tirinto, con il mio comportamento, benchè avessi capovolto l’esito a nostro favore, trasformando quella che era una ritirata umiliante in una solenne vittoria, avevo disubbidito all’ordine di un mio superiore, commettendo un atto che nel nostro esercito comportava spesso la pena di morte.
Quando, dopo essere stato annunciato, mi fecero entrare nella tenda, alla luce della viva fiamma di un torciere che illuminava quell’ambiente, vidi un uomo di età già matura che mi parve di avere già conosciuto in passato; egli pensoso fissava la mappa delle fortificazioni delle città nemiche che era stata disegnata su un largo spesso telo di lino teso verticalmente su due lance infisse sul terreno.
Alla sua vista, naturalmente, mi irrigidì sull’attenti e, sollevando militarmente il braccio destro mostrando il palmo della mano esclamai:
"Ai tuoi ordini Gran Duru! " ma egli, come se io non fossi presente, continuò a fissare quel telo, mentre io, sempre irrigidito nel saluto militare, lo fissavo cercando di ricordarmi dove e quando lo avevo già visto.
Era un uomo dall’aspetto asciutto e robusto il quale, come denotavano i suoi capelli grigi e la sua abbondante stempiatura, doveva essere sulla sessantina e la sua fisionomia era quella di un uomo inflessibile e di poche parole che esigeva obbedienza senza alcuna discussione.
Egli, udendo il mio saluto, non proferì alcuna parola e, dopo avermi guardato con la coda dell’occhio, come se io non ci fossi, continuò a guardare il disegno che era riportato sul telo di lino, quasi con un’espressione di perplessità; lo guardò ancora per un tempo così lungo che mi parve un’eternità mentre io continuavo a rimanere irrigidito nella posizione di saluto militare con il braccio alzato e con il palmo della mano ben aperto.
Poi, all’improvviso distolse il suo sguardo dalla mappa per puntare i suoi occhi su di me e abbozzando un sorriso ironico esclamò:
" Stupido! Che fai con quel braccio ancora alzato? Mi hai già salutato; quindi, lo puoi abbassare. "
Mentre io abbassavo il braccio per irrigidirmi sull’attenti, egli con passo lento fece un giro intorno alla mia persona scrutandomi attentamente da capo a piedi; poi alla fine, puntando il suo sguardo severo sul mio in modo così intenso da farmelo abbassare aggiunse:
" Vedo che sei un guerriero molto coraggioso perché quasi sfrontatamente non hai piegato il tuo sguardo davanti al mio e ciò non mi piace. Ti ho chiamato qui per chiederti perché hai disubbidito all’ordine di ritirata del tuo comandante. "
" Ti sei reso conto di ciò che hai fatto e di ciò che ti aspetta? Parla ! "
" Mio Gran Duru l’ho fatto perché non riuscivo a sopportare lo scherno del nemico mentre ci accingevamo a ritirarci. L’ho anche fatto perché ero sicuro che noi eravamo in grado di vincere e perché ho giurato a me stesso che mai mi sarei ritirato davanti al nemico. So che cosa mi aspetta e comunque sarei pronto a rifarlo perché una nostra vittoria vale ben più della mia vita. "
" Visto che pensi così, farò ciò che deve essere fatto. Voltati indietro. " mi rispose Tiareu e, dette queste parole, si affacciò fuori della tenda per impartire ad una sentinella un ordine che io non riuscii a capire.
Voltato in quella posizione con il volto quasi a contatto con la pareti della tenda, rimasi per un tempo che se pure breve mi parve un’eternità, mentre nel più profondo del mio essere si destava un’agitazione che scatenò un turbine di pensieri pieni di timore per la mia sorte.
In quel frattempo Tiareu rimase silenzioso e immobile alle mie spalle sino a quando all’esterno risuonò la voce di uno degli uomini di guardia che chiedeva il permesso di entrare per consegnare qualcosa nelle sue mani che io non riuscii a vedere e al quale egli, subito dopo, ordinò di togliermi i gradi, cosa che egli fece immediatamente strappando di colpo le due gialle bande frangiate che pendevano dalle mie spalle.
Allora rattristato già incominciavo a pensare che era giunta la mia ultima ora perchè, dopo la degradazione di certo Tiareu avrebbe ordinato alle guardie di condurmi fuori dalla tenda per farmi trapassare dalle loro armi, ma con mia grande sorpresa lo udii ordinare all’uomo : Adesso metti questi gradi al posto di quelli che gli hai tolto. "
Appena l’uomo ebbe compiuto l’operazione, mi ordinò, prima di voltarmi di fronte a lui, poi, di guardare i nuovi gradi che mi erano stati appuntati sulle spalle.
Allora portando la mia mano destra dietro il rispettivo fianco per prendere un lembo di una delle due nuove strisce frangiate che avevano sostituite quelle che avevo prima e quando vidi che era di un vivo colore azzurro, il mio cuore si colmò di una grande contentezza .
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La nostra grande armata, dopo appena un giorno di navigazione, era arrivata nella piccola insenatura dell’isola di Tera, ma non potè sostarvi per quanto era stato previsto perchè la terra non faceva altro che tremare.
L’isola era quasi del tutto disabitata e vi erano ancora presenti ovunque i segni del cataclisma spaventoso che l’aveva distrutta alcuni secoli prima facendola in larga parte esplodere e sprofondate in mare, ancora presenti in cielo, in mare ed in terra.
Tiareu, dopo avervi fatto sostare la flotta fare per breve tempo, diede l’ordine di farla di spostdre nella non lontana piccola isola di Cetera perchè anche questa si trovava in una posizione idonea per attaccare Karata.
Erano trascorsi appena ventisette giorni da quando il Gran Duru mi aveva promosso capo del mio reparto ed io ero intento a far fare a tutti i miei uomini delle faticose esercitazioni, quando di corsa e tutto trafelato arrivò presso di me un porta-ordini che mi comunicò di presentarmi immediatamente nella grande tenda del Consiglio di Guerra ubicata a breve distanza da quella del Gran Duru.
Fattomi sostituire da Sileo nel controllo delle esercitazioni di guerra che stavo facendo eseguire ai miei cento uomini, con passo svelto mi diressi verso la tenda del Consiglio di Guerra dove, innanzi al suo ingresso, trovai altri due capi-reparto che attendevano fuori in attesa di essere chiamati.
Naturalmente anch’io attesi con loro discutendo delle capacità degli uomini che erano sotto il nostro comando, sino a quando un armato ci condusse innanzi al Consiglio di Guerra riunito da Tiareu in seduta straordinaria per decidere come e quando sferrare l’attacco contro l’isola di Karata.
Vi erano presenti anche i rappresentanti dei Filistei che erano appositamente arrivati nell’isola di Cetera, per concordare con noi Sardi l’attacco contro l’Egitto; nell’occasione essi confermarono a Tiareu che avrebbero messo a disposizione della sua armata i principali porti della Terra di Canaan, che essi avevano conquistato ventisette anni prima con l’aiuto dell’armata di Brauro; i Filistei nell’occasione informarono Tiareu che il faraone Ramses III aveva inviato un grosso contingente di armati in difesa di Karata.
Prima di sferrare il nostro attacco contro Karata, Tiareu prudentemente volle mandare alcune navi ad esplorare la natura delle coste di quell’isola e per accertare la reale consistenza della flotta militare degli Achei e delle altre loro forze difensive; per compiere questa missione pericolosissima chiese dei volontari fra tutti i comandanti delle sue navi e poichè fra questi si era offerto anche suo figlio Altaro, non potè fare a meno di affidargli il comando di tutta l’operazione per cui io ed i comandanti di altre due navi dovemmo sottostare ad ogni sua decisione.
Altaro era un giovane comandante di circa trent’anni ed era alto e con gli occhi colore del mare come suo padre; era un abile comandante di navi ed aveva una buona esperienza militare, ma aveva il grande difetto di essere troppo azzardato nelle sue decisioni perchè ci teneva ad esibire il suo grande coraggio senza valutare le possibili conseguenze delle sue decisioni.
Contrariamente a quanto avevo suggerito, anzichè di notte, per sua decisione, le nostre quattro navi, ciascuna con cento guerrieri, partirono da Cetera e, dopo non molte ore di navigazione, arrivammo in vista delle coste di Karata quando il sole era già alto nel cielo.
Era questa un’isola molto meno grande della nostra Sardinia e ci apparve subito come una terra molto montagnosa, ricca di boschi, con coste frastagliate in maggior parte alte e munite di un retroterra che era pianeggiante per limitate estensioni.
Ognuna delle quattro navi esplorò, separatamente dalle altre, un versante della costa di quell’isola facendone un disegno in cui vennero segnati i punti in cui si poteva sbarcare senza molte difficoltà, le foci dei fiumi, le città che si affacciavano sul mare con le loro fortificazioni.
Stabilimmo di darci, poi, appuntamento al largo della città costiera più grande che si chiama Knosso dove stanziava la flotta militare nemica.
Knosso era distinguibile sul mare anche a grande distanza perchè all’imboccatura del suo porto si affacciava sul mare la gigantesca statua in bronzo di Talo, alta oltre ottanta braccia, rinomata fra tutti i naviganti perchè era il più bello e grande faro del mondo.
Infatti, questa statua permetteva a tutti i naviganti di stabilire la giusta rotta, sia alla luce del giorno che nell’oscurità perchè era sempre visibile a notevoli distanze nel mare aperto, non tanto per la sua notevole grandezza, ma per la sua lucida superficie metallica che risplendendo sotto il sole, la faceva apparire come un lontano punto luminoso visibile anche di notte, quando funzionava come faro accendendo il grande braciere, colmo di materiale infiammabile, che reggeva alto fra le braccia.
Quella statua era famosa fra tutti i naviganti e si sapeva che al suo interno era vuota perchè conteneva le robuste strutture in legno che sostenevano le placche metalliche da cui era costituita.
Poichè le nostre esplorazioni furono eseguite alla luce del giorno, venimmo facilmente avvistati e le navi degli Achei, passando fra le gambe di Talo, corsero subito ad inseguirci ma non ci poterono raggiungere perchè le nostre navi erano molto più veloci; quando fummo fuori pericolo, Altaro segnalò alla mia e alle altre navi di accostarsi alla sua, perchè aveva da farci un’importante comunicazione.
Infatti, dopo aver ordinato ai comandanti delle altre due navi di seguirlo perchè lui voleva tentare di distruggere la statua di Talo, mi consegnò i tre disegni delle coste di Karata e mi ordinò di portarli al padre assieme al mio.
Invano tentai di dissuaderlo dicendogli che ciò che voleva fare era pura follia, ma lui non volle darmi retta perchè era sicuro che il suo nome sarebbe passato ai posteri come distruttore di Talo; pertanto, a malincuore, non mi restò altro da fare che tornare a Cetera col triste presentimento che Altaro con i suoi guerrieri non avrebbero mai più fatto ritorno nella nostra terra.
Infatti, dopo che Tiareu seppe da me tutto ciò, con viva preoccupazione, per due giorni consecutivi non fece altro che scrutare il mare attendendo il ritorno del figlio; solo all’alba del terzo giorno, una piccola barca a vela si accostò a Cetera per riportarvi uno solo dei guerrieri che avevano dovuto seguire Altaro nella sua folle impresa.
Egli raccontò che Altaro con tutti gli altri guerrieri erano stati catturati dagli Achei, durante la notte, quando erano entrati con le armi in pugno dentro la statua di Talo per distruggerla col fuoco.
Raccontò pure che, la mattina , Altaro e tutti i suoi guerrieri erano stati portati in piazza per essere giudicati da Atreris, il basilius di Karata. che quale uomo crudele e molto sbrigativo nelle sue decisioni, assieme al suo consiglio di dieci anziani, dopo aver dato una rapida occhiata ai prigionieri, senza perdere molto tempo, sentenziò:
" Poichè col fuoco hanno danneggiato Talo, col fuoco di Talo siano arsi vivi uno alla volta. "
Diede il via alla sentenza appena in alto alla statua venne riacceso il braciere che reggeva fra le mani; ma poichè i guerrieri sardi si gettavano sulle fiamme con una grande risata, Atreris, indispettito dal coraggio mostrato dai Sardi, destando le risate dei suoi consiglieri, sentenziò ulteriormente:
" Se tutto ciò che da dolore fa ridere questi pazzi Sardi, vediamo se ciò che da piacere li farà piangere. "
Così per umiliare i Sardi la sentenza di morte continuò ad essere eseguita con la variante che ogni prigioniero sardo, prima di essere gettato nel fuoco, veniva sodomizzato.
Così a quella vergognosa morte venne sottoposto Altaro con tutti gli altri, eccetto l’ultimo che dopo aver subito quel vergognoso ed umiliante trattamento, non venne gettato nel fuoco per ordine di Atreris che gli disse:
" Torna dal tuo capo e digli che se oserà mettere piede su questa terra farò fare a lui e a ogni suo guerriero ciò che ho fatto fare a te e a suo figlio. "
Non so come si chiamava quel superstite; so solo che dopo che rivelò tutto ciò a Tiareu, non reggendo la vergogna per il trattamento umiliante subito, si ritirò in un luogo appartato per togliersi la vita col suo pugnale.
Il colpo ricevuto da Tiareu per la morte vergognosa subita dal figlio fu tanto duro che, per tre giorni consecutivi si ritirò nella sua tenda senza voler vedere nessuno e senza prendere acqua e cibo; solo il quarto giorno uscì fuori dalla tenda per ordinare la partenza dell’armata e per dirigere le prore delle navi e la terribile vendetta dei Sardi verso l’isola di Karata.
Abbiamo attaccato la grande isola di Karata e gli Achei che la possedevano con l’intento di distruggere per sempre la loro potenza prima nel mare e poi in terra per fare pagare a carissimo prezzo l’offesa infame fatta alla dignità e all’orgoglio di noi Sardi.
Pertanto, in primo luogo, abbiamo distrutto quasi per intero la loro potente e numerosa flotta che era accorsa per fermarci incendiando ed affondando a centinaia le navi e così, come si semina un campo di legumi, abbiano seminato il mare di quell’isola con alcune centinaia di navi incendiate ed affondate e con numerose migliaia di cadaveri dei guerrieri achei che abbiamo ucciso nel corso della battaglia navale.
Solo poche decine di navi nemiche, guidate da comandanti pavidi, si sono salvate dalla distruzione perchè nel mezzo della battaglia navale, quando videro la mala parata, invertirono la rotta volgendo precipitosamente in fuga per portare nell’isola di Karata, con la notizia del nostro imminente arrivo, un grande terrore fra tutta la sua popolazione.
I ricchi presero tutto ciò che avevano di valore unitamente ai propri familiari e si imbarcarono nelle poche navi ancora disponibili nei porti dell’isola e affrontarono il mare per fuggire lontano alla ricerca di un qualche sicuro rifugio fra genti dove pensavano che i Sardi non sarebbero mai arrivati.
Molti erano fuggiti nella terra degli Hittiti; ma ancora più numerosi erano quelli che avevano fatto vela verso il Paese di Canaan o la Terra di Kem.
Molti erano anche coloro che, non avendo i mezzi per fuggire, avevano abbandonato le città per trovare rifugio nei luoghi meno accessibili fra i dirupi montagnosi dell’Isola.
La maggior parte della popolazione di Karata si era, però, asserragliata nelle grandi città fortificate perchè si era convinta che mai i Sardi avrebbero potuto espugnare le loro imprendibili mura; non sapevano quanto era successo nelle città dell’Argolide, come Argo e Tirinto.
Dopo aver diviso la nostra armata in quattro forze d’attacco, come falchi che si gettano sulla preda, nella concordata prima notte di novilunio, siamo sbarcati da occidente, settentrione, meridione ed oriente nelle coste dell’Isola.
Siamo sbarcati in punti diversi delle coste di Karata per disorientare e confondere l’esercito acheo che era addetto alla sua difesa e, così, in poche decisive battaglie abbiamo messo in rotta tutte le forze militari accorse per sbarrarci il passo.
Abbiamo sterminato anche il piccolo esercito egizio che era stato inviato dalla Terra di Kem per la difesa di Karata e così con gli Achei abbiamo umiliato anche il grande faraone Ramses III.
Abbiamo annientato chiunque tentava di sbarrarci il passo e dopo noi Sardi, come una spaventosa marea impetuosa che tutto travolge e distrugge e che nessuna forza umana era in grado di arrestare, siamo dilagati per tutto il territorio di Karata, portando ovunque terrore, morte e distruzione.
Così i prodi e temuti guerrieri achei, sinora ritenuti invincibili, impallidivano e fuggivano terrorizzati solo alla nostra vista perché la parola sardo per essi era diventa sinonimo di demone vendicatore.
Così, ben presto, portando morte e distruzione in tutta Karata, ad una ad una abbiamo espugnato e ridotto in cenere ogni sua città fortificata.
In pochi mesi di combattimento le opulente città di Festo, Pilo, Gurnia, Haghia Pelaghia, Haghia Triada sono da noi state trasformate in grandi ammassi di rovine fumanti dai quali si eleva verso il cielo il lezzo insopportabile di migliaia e migliaia di cadaveri in putrefazione; ciò perché per un preciso ordine del nostro Consiglio di Guerra abbiamo massacrato belligeranti e non belligeranti senza alcun riguardo per il sesso e per l’età delle nostre vittime.
Abbiamo scannato come agnelli anche vecchi, donne e bambini immolandoli nell’altare della nostra vendetta perché ciò che la gente achea di Karata aveva fatto ai Sardi era così grave da non poter assolutamente essere perdonato e, pertanto, doveva essere punito con una tale severità da servire da monito a chiunque altro avesse la minima intenzione di tradire ed offendere i Sardi come avevano fatto gli Achei di Karata.
Knosso la splendida capitale di Karata, per volontà di Tiareu, venne lasciata per ultima e venne facilmente conquistata benchè difesa da mura alte più di 60 cubiti e spesse 12 cubiti, dentro le quali si erano asserragliate le ultime forze degli Achei ed i superstiti dell’esercito egizio prima disperso da noi.
Lo stesso Tiareu ansioso di vendicare l’immondo oltraggio commesso in quella città contro Altaro e i suoi guerrieri, aveva voluto dirigere personalmente tutte le operazioni necessarie allo scopo ed aveva, pertanto, elaborato un ingegnoso piano di conquista che l’avrebbe fatta cadere nelle nostre mani in un tempo molto breve.
Conquistammo, infatti, quella città, appena in un mese d’assedio, cioè nel tempo richiesto dallo scavo ed il puntellamento di una galleria sotto un tratto delle sue mura al fine di farlo crollare al momento opportuno ed aprire così un varco che avrebbe permesso ai nostri armati di entrare nella città.
Quando tutto fu pronto, Tiareu, prima di fare un’azione diversiva fingendo di voler sferrare l’attacco contro le mura nella direzione opposta a quella in cui era stata scavata la larga galleria sotterranea, nel pieno della notte mi fece urgentemente chiamare nella sua tenda e mi ordinò:
" Prendi i tuoi uomini e va a nasconderti con essi, assieme alle altre truppe, nelle trincee scavate di fronte al tratto delle mura che dobbiamo fare crollare e appena si apre il varco entra nella città e cattura vivo Atreris con la sua famiglia per condurlo innanzi al mio giudizio."
L’attesa nelle trinceenon fu molto lunga; gli uomini della mia squadra le avevamo raggiunte per prendervi posizione strisciando carponi sul terreno cercando di non fare il minimo rumore in modo da non mettere in allarme il nemico.
La trincea che occupammo era la più avanzate; distava dalle mura appena qualche centinaia di cubiti, e da essa si vedevano illuminate dalle torce degli alti camminamenti le sentinelle nemiche che vigilavano, andando avanti ed indietro.
Intorno a noi, invece, per la grande oscurità, non si poteva vedere a pochi passi di distanza; sommessi bisbigli, di tanto in tanto, interrompevano il silenzio assoluto, ci rivelavano che a breve distanza vi erano numerosi altri nostri guerrieri.
Poi, dalla parte opposta della città si levò all’improvviso il grande clamore del nostro attacco diversivo, facendo accorrere in quella direzione la maggior parte dei guerrieri achei che erano disposti sugli spalti delle mura di fronte a noi.
Nel vicino ingresso della galleria sotterranea scavata dai nostri genieri, si udì, allora, un acuto squillo di corno a cui fecero subito seguito i muggiti dei numerosi buoi che venivano incitati con grida e con pungoli a tirare le funi legate ai grossi pali con i quali erano state puntellate le fondazioni del tratto delle mura nemiche che si doveva fare crollare.
Subito dagli spalti delle mura venne lanciato contro l’oscurità notturna un nugolo di dardi di cui alcuni caddero nelle trincee ferendo alcuni dei nostri guerrieri; ma allo stesso tempo i lamenti di chi era stato ferito, assieme ai muggiti dei buoi e le grida di coloro che li incitavano, furono coperti dal sordo boato generato dal crollo di una parte delle mura che sprofondò su se stessa facendo cadere e rotolare in tutte le direzioni un’enorme quantità di grosso pietrame.
Io ed i miei uomini, per primi, uscimmo dalle trincee con le spade in pugno correndo verso la densa nuvola di polvere, generata dal crollo e all’istante numerose centinaia di altri nostri commilitoni, con un urlo sovrumano di guerra, balzarono fuori dalle trincee per correre all’attacco verso il varco che era stato aperto nella fortificazione nemica.
Altri nugoli di frecce vennero lanciati, quasi alla cieca, senza colpire nessuno, dai guerrieri nemici che non erano stati travolti dal crollo delle mura; allora udimmo riecheggiare gli squilli delle trombe nemiche che, lanciando l’allarme per il nuovo attacco, chiamavano rinforzi per arrestare il nostro ingresso nella città.
Ormai era troppo tardi perché, oltrepassato il varco aperto nelle mura, incominciavamo a dilagare dentro la città occupandone le posizioni più strategiche per respingere ogni contrattacco nemico.
Dietro di noi erano, infatti, subito arrivate delle folte schiere dei nostri arcieri i quali, dopo avere sfondato le porte delle abitazioni ed aver trucidato tutti gli occupanti, si erano piazzati sui tetti scagliando frecce incendiarie, non solo contro i rinforzi nemici in arrivo, ma anche sulle altre abitazioni.
Seguivano numerose altre torme dei nostri guerrieri muniti di torce che si inoltrarono nell’interno di Knosso lungo le mura incendiando tutto ciò che c’era da incendiare, mentre correvano ad aprire le porte della città al grosso delle truppe di Tiareu.
Ben presto tutta la fascia perimetrale di Knosso divenne un inferno di fumo e di fuoco da cui si elevava il clamore assordante di una sanguinosa battaglia condotta senza alcuna pietà nè per i combattenti nemici, nè per la popolazione civile che veniva massacrata senza alcuna pietà per volere di Tiareu, poichè aveva ordinato che ogni abitante di Knosso doveva essere punito con la morte per avere permesso l’immondo ed oltraggioso scempio fatto al figlio e agli altri guerrieri sardi.
Io ed i miei uomini, varcata la breccia aperta nelle mura, correndo a perdifiato, impugnando le armi, ci dirigemmo verso la grande piazza centrale della città dove sorgeva la reggia di Atreris.
Attraversammo numerose vie immerse nell’oscurità dove alle finestre delle case, la gente destata dal grande clamore dei combattimenti che si erano accesi nelle zone periferiche, guardava impaurita i bagliori dei primi incendi.
" I Sardi hanno preso la città! Si salvi chi può! " gridò qualcuno che alla luce di una fiaccola ci vide correre con le spade in pugno.
Alla nostra vista vennero sprangate porte e finestre, mentre dall’interno delle case si udirono i pianti e le grida disperate di donne e bambini.
Altri guerrieri sardi, sfondate le porte, penetrarono nelle case per appiccarvi il fuoco dopo aver passato a filo di spada chiunque vi avevano trovato.
Nessuno ebbe il coraggio di uscire dalle case per affrontarci; solo da qualche finestra vennero lanciati contro di noi dei grossi orci di terracotta e altri pesanti oggetti casalinghi che fortunatamente non colpirono alcuno dei miei uomini.
Continuando a correre senza fermarci, imboccammo una larga e lunga strada alla fine della quale si intravedeva la piazza del palazzo di Atreris.
Rallentando la corsa ordinai ai miei uomini di disporsi ai due lati delle strada per procedere, quindi, cautamente e silenziosamente lungo gli edifici.
Quando raggiungemmo la grande piazza debolmente illuminata da torce disposte sui parapetti dei balconi della facciata principale del palazzo di Atreris, notai subito la presenza di uno squadrone di lancieri nemici a cavallo schierato a sua guardia e difesa .
Fortunatamente eravamo arrivati ai margini della piazza senza fare alcun rumore e senza essere visti dai nemici e, constatato che essi si trovavano a distanza di tiro dei nostri archi, bisbigliando dissi a Sileo che era al mio fianco, che facesse passare l’ordine agli uomini di impugnare archi e frecce e di disporsi frontalmente al nemico in modo che ognuno potesse mirare un determinato nemico, per non sprecare alcun colpo.
Il mio ordine venne eseguito rapidamente, senza fare alcun rumore, e subito dopo, appena io diedi il via con un fischio, le nostre frecce sibilando si abbatterono sui cavalieri achei disarcionando la maggiore parte di essi che caddero a terra fra il nitrire e lo scalpitare dei cavalli.
Quell’attacco di sorpresa destò nel nemico grande confusione per cui quelli non colpiti dalle frecce, come ci videro uscire dall’oscurità con le spade in pugno e urlando il grido di guerra dei Sardi Haiò !Haiò, presi dal terrore, non trovarono altro da fare che spronare in fretta i loro cavalli per darsi precipitosamente alla fuga.
Anche se all’esterno non era rimasto più nessuno a difendere la reggia di Atreris, non potemmo penetrarvi perché, nel frattempo, dall’interno le guardie avevano chiuso il pesante portone rivestito di bronzo, per cui non ci restò altro da fare che entrarvi attraverso i balconi arrampicandoci con delle funi che riuscimmo ad agganciare ad essi.
I primi di noi che riuscirono, così, ad entrare dentro l’edificio, scesero subito al piano terreno dove, dopo aver eliminato le guardie achee con il lancio di pugnali, poterono aprirci il portone per cui non fu difficile impadronirci, in breve tempo, di tutto l’edificio abbattendo i pochi armati rimasti a difenderlo.
Preso il palazzo, andammo subito alla ricerca di Atrreris e dei suoi familiari, abbattendo senza pietà chiunque tentasse di sbarrarci il passo.
Per non perdere tempo ad ispezionare i suoi numerosi ambienti, feci catturare dai miei uomini uno dei numerosi inservienti che fuggivano in ogni dove in preda al terrore e, puntandogli la spada alla gola, gli intimai, pena la vita, di guidarci negli appartamenti del suo basilius, cosa che fece immediatamente piangendo e implorandoci affinchè non lo uccidessimo.
Quando, poco dopo, constatammo che le stanze di Atreris erano completamente vuote, uno dei miei uomini mi chiese se doveva trafiggerlo con la spada, al che egli, piangendo come un bambino, si gettò ai miei piedi ed abbracciandomi le gambe mi implorò di risparmiargli la vita per cui gli dissi che ciò sarebbe stato possibile solo se mi avesse aiutato a catturare il suo basilius.
Egli, allora, ci condusse, prima nel sotterraneo del palazzo, dove indicandoci varie categorie di alti e larghi orci destinati a contenere le riserve alimentari del palazzo, ci disse di controllarne il contenuto.
La maggior parte di questi orci contenevano effettivamente olio, vino, grano ed altre derrate alimentari ma in circa una trentina di essi trovammo nascoste diverse persone che erano i dignitari della corte di Atreris con alcuni loro familiari, che furono fatti tutti prigionieri.
Poichè fra essi non vi era Atreris, lo schiavo ci condusse nella sala del trono che trovammo completamente immersa nel buio e vuota.
Guardai incantato l’ambiente perché era stupendo: era un a,pio salone con un piano rialzato, raggiungibile mediante una breve scalinata, dove era presente un bellissimo trono di candido marmo decorato con bassorilievi raffiguranti animali sacri e sequenze di segni simbolici.
Tutte le pareti del salone erano decorate con bellissimi colori fra cui primeggiava uno sfondo azzurro simile a quello del cielo su cui risaltavano incorniciati da sequenze di gigli, scene animate di vita marinara e religiosa.
Dopo aver scrutato pieno d’ammirazione tanta bellezza e avere constatato che in quel luogo non vi era nessuno, feci cenno ai miei uomini di andar via per continuare la nostra ricerca, ma subito lo schiavo ci disse di fermarci e facendoci cenno di fare silenzio, si avvicinò alla parete dietro il trono, appoggiò l’orecchio e udì dei rumori quasi impercettibili:
" Dietro la parete c’è nascosto qualcuno in una camera segreta. "
Rovistando in ogni angolo di quella parete non tardammo a scoprire sotto una mattonella, il meccanismo che comandava l’apertura della camera segreta; appena fu azionato, un tratto della parete ruotò innanzi a noi rivelando un buio ambiente basso ed angusto entro il quale stavano nascoste alcune persone che alle nostre intimazioni uscirono subito fuori: erano tre donne impaurite e pallide come cadaveri, dall’aspetto molto dignitoso e dall’abbigliamento sfarzoso; quando furono innanzi a me non proferirono parola poichè il grande pallore del volto denunciava che erano quasi annichilite dal terrore di essere uccise.
" Sono la moglie e le figlie del basilius Atreris. " esclamò prontamente lo schiavo appena le vide.
" Dov’è Atreris ? "
chiesi loro alzando la voce per impaurirle maggiormente, ma loro abbassarono il capo senza proferire parola; al che io ordinando ai miei uomini di legare loro le mani e di condurle nella stanza dove avevamo rinchiuso le altre prigioniere separatamente dai prigionieri.
Stavo già per ordinare a tutti di uscire dalla sala, quando all’improvviso, colto da un dubbio, mi feci dare una torcia da uno dei miei uomini e impugnando la spada, chinandomi entrai nella stanzetta segreta da cui erano uscite le tre donne.
Essa mi apparve apparentemente vuota, ma aguzzando la vista, in fondo notai una buca sul pavimento e quando mi accostai ad essa per vederla meglio, notai che nascondeva un uomo tutto rannicchiato su se stesso.
" Esci subito da lì, se non vuoi che io ti trafigga! " esclamai con voce dura, puntandogli la spada sulla schiena, al che egli lentamente si alzò in piedi per uscire fuori del suo nascondiglio ed allora, appena la luce della torcia gli illuminò il volto, lo schiavo che aveva scoperto quella camera segreta, sopraggiunto al mio fianco, additandolo tutto contento perchè sapeva che la cattura di quell’uomo gli avrebbe salvato la vita, esclamò:
" E’ Atreris! E’ Atreris ! "
" Si sono Atreris! Gli dei non mi sono favorevoli. Se hai l’ordine di uccidermi, fallo subito, ma non innanzi a mia moglie e mie figlie. "
" Non devo uccidere nessuno, perchè se ciò deve essere fatto, lo farà qualcun’altro al posto mio; io ho solo ricevuto l’ordine di catturarvi e di condurvi innanzi al nostro Consiglio di Guerra dove sarete giudicati e puniti per gli oltraggi fatti ai Sardi. "
Udendo queste parole, l’uomo divenne bianco in volto quasi come un panno di lino e con voce triste rispose:
" Affronterò il mio destino e saprò morire come un basilius quale sono. "
al che, senza rispondergli ulteriormente, lo feci sedere sul suo trono dove i miei uomini lo legarono strettamente ad esso con diversi giri di fune, per lasciarlo lì sotto la stretta sorveglianza di alcuni armati; dovevo andare a controllare e disporre i miei uomini in modo da respingere ogni eventuale attacco nemico per riconquistare il palazzo e per liberare coloro che avevamo fatto prigionieri.
Tuttavia non successe nulla, eccetto che udivamo l’eco dei combattimenti avvicinarsi sempre più per rivelarci che le nostre forze stavano via via conquistano la città annientando con la loro irruenza la resistenza degli Achei.
Poi, tutto ad un tratto, mentre le fiamme degli incendi si avvicinavano sempre più alla grande Agorà, accompagnato dal grande clamore dei combattimenti, si udì un sordo rumore di zoccoli di cavalli in corsa insieme ai passi di armati che correvano a perdifiato ed affacciandomi al balcone vidi la grande piazza attraversata dai soldati e dalla cavalleria achea che volgevano in fuga sotto l’incalzare delle truppe sarde comandate da Tiareu.
Venne a chiamarmi Xenteu, uno degli uomini che avevo lasciato a guardia delle prigioniere perché una di esse voleva parlarmi; subito lo seguì.
Quando entrai nella camera dove erano custodite le prigioniere, tutte congiunte di coloro, assieme ad Atreris, avevano governato l’isola di Kerata, una sola, appena mi vide, anche se come tutte le altre era seduta sul pavimento, con le braccia legate dietro la schiena, si alzò in piedi e, mentre le altre la seguivano con lo sguardo, si alzò in piedi per venirmi incontro.
Era la moglie di Atreris la quale, come seppi dopo, si chiamava Kalia ed era ritenuta la donna più bella e più buona di tutta l’isola di Karata.
Seppi che, benchè di umili origini era nata a Micene da dove Atreris l’aveva condotta a Knosso dopo averla costretta a sposarlo contro la sua volontà, quando aveva ottenuto dal proprio zio il governo di Karata ed il titolo di basilius.
L’aspetto di Kalia era quello di una donna di quarant’anni, ma malgrado ciò il suo volto era ancora bellissimo; era velato da una profonda tristezza e da una viva preoccupazione per la sorte sua e delle figlie.
Appena fu al mio cospetto, fissandomi con i suoi occhi grigi che conservavano ancora una certa dolcezza malgrado la tristezza che li velava, a voce bassa, per non farsi udire dalle altre prigioniere, mi disse:
" Voglio parlarti perchè ho capito che tu comandi tutti questi Sardi così come ho capito dalla luce dei tuoi occhi che non hai il cuore colmo di crudeltà, voglio chiederti un pò di pietà per me e per le mie figlie, almeno perchè, come tu potrai appurare, ci siamo opposte con tutte le nostre forze al vergognoso delitto che Artreris ha compiuto contro i prigionieri sardi; pertanto, sarebbe oltremodo ingiusto che noi dovessimo pagare con lui le sue gravissime colpe.Ti dico ciò perchè ho intuito che voi Sardi, per punire duramente Atreris, avete deciso di farci morire nella vergogna come lui ha fatto con i vostri compagni d’armi. "
" Non posso perdere tempo: Dimmi in fretta ciò che tu vuoi da me. "
" Voglio chiederti che tu ci dia subito la morte perchè sono sicura che, per quanto è stato fatto ai voi Sardi da mio marito, dai tuoi capi riceveremo, prima di essere uccise, qualcosa che sarà ben peggiore della stessa morte e non voglio che ciò accada a mie figli. "
Nel dire queste ultime parole, gli occhi della donna si inumidirono di pianto e poichè io mosso a pietà, non ebbi il coraggio di dirle che per lei e le figlie non potevo fare nulla, le voltai le spalle ed andai via.
Quando Tiareu entrò nel palazzo di Atreris con tutto la sua guardia del corpo, era visibilmente affaticato dal lungo ed estenuante combattimento che aveva sostenuto per infrangere tutte le forze difensive di Knosso.
Il suo volto stanco appariva illuminato dalla contentezza perchè ormai la città era caduta nelle sue mani anche se gli Achei avevano combattuto sino all’ultimo uomo pur sapendo che tutto ormai era perduto; infatti, mai sarebbero riusciti ad arrestare la forza travolgeente dei Sardi.
Stringeva ancora la spada in pugno, quasi che avesse ancora voglia di combattere e quando gli comunicai che nel palazzo ogni resistenza era stata piegata già da diverse ore egli, quasi a malincuore, la ripose nel fodero che portava sul dorso.
La sua fronte era alla bene meglio fasciata con una benda macchiata di sangue che gli tamponava malamente una ferita di striscio infertagli da un dardo nemico; appena mi vide andargli incontro, mentre saliva per la scalinata del palazzo, prima che io mi irrigidissi nel saluto militare, mi disse:
" Non perdere tempo in preamboli, dimmi se hai catturato Atreris ? "
" Si mio Duru! Ho portato a termine la missione senza perdite, catturando il basilius con moglie, figlie e numerosi suoi consiglieri che ho fatto rinchiudere in varie stanze del palazzo che sotto sorveglianza dei miei uomini "
" Bravo Jolao! Ancora una volta non mi hai deluso e domani proporrò una tua nuova promozione al Consiglio di Guerra. "
Adesso, prima di trasmettere l’ordine di completare bene il nostro lavoro, conducimi da Atreris per vedere che razza di cane rabbioso è colui che ha avuto la vile impudenza di uccidere mio figlio e gli altri nostri guerrieri in modo tanto sporco e oltraggioso, poi andrò a riposare sino all’alba perchè domani dovrò essere bene in forma quando arriverà il momento di gustare tutta la nostra vendetta. "
Quando Tiareu entrò nel grande salone, vedendo Atreris assopito sul suo trono anche se era scomodamente legato ad esso, lo scrutò a lungo con sguardo truce di odio e disprezzo, poi all’improvviso, colto da una irrefrenabile ira, si avventò su di lui svegliandolo con una terribile scarica di pugni in ogni parte del volto.
Allora Atreris tutto intontito con il sangue che sgorgava abbondantemente dalle labbra spaccate e dal naso, aprì gli occhi tumefatti e con voce implorante disse:
" Fammi morire di spada e non di pugni. "
" No Atreris tu non morrai, nè di spada, nè di pugni. T u avevi il diritto di uccidere mio figlio e i suoi uomini ma non quello di oltraggiarli vergognosamente. Tu, pertanto, morrai alla stessa immonda maniera con la quale, in modo immondo, hai fatto morire mio figlio e tutti gli altri guerrieri sardi. Tu domani mieterai ciò che hai seminato; tu domani morrai nell’oltraggio, ma prima vedrai oltraggiate in pubblico tua moglie e tue figlie; la stessa sorte sarà riservata a tutti coloro che hanno ubbidito ai tuoi nefandi ordini. "
Tiareu disse queste parole con il volto completamente congestionato dall’ira ed allora compresi tutto il sordo rancore che lui nutriva per Karata e perchè aveva voluto espugnare personalmente Knosso.
Poichè dalle parole di Tiareu avevo intuito quale triste e vergognosa fine egli aveva riservato anche a Kalia e alle figlie, sapendo che non avrei potuto cambiare le sue decisioni, volli comunque fargli osservare che esse erano tutt’altro che responsabili delle colpe di Atreris, ma ciò servi solo ad irritarlo tanto che con voce molto aspra mi apostrofò:
" Non intercedere per nessuno di coloro che hai catturato, perchè perderesti tutta la stima. Nessuno di costoro, uomo o donna, anche se non è stato direttamente responsabile, merita la nostra pietà perchè la punizione che ho riservato per loro deve servire come esempio affinché ogni popolo che ci conosce tema noi Sardi più della stessa morte, ciò affinché il nostro nome incuta nei nostri nemici un terrore così grande da fare volgere i nostri nemici in fuga al solo sentirlo pronunciare. "
Udendo quelle parole tacqui pensieroso; esse mi avevano fatto capire che per Kalia e per le sue figlie non c’era più nulla da fare dato che Tiareu aveva già deciso ingiustamente poichè per la sua grande sete di vendetta aveva perso ogni briciola di bontà e di umanità.
Conseguentemente, in me la grande ammirazione che nutrivo per lui incominciò a vacillare e decisi di evitare per altra via la triste sorte riservata a quelle donne.
Pertanto, con astuzia, prima che lui mi congedasse, gli feci notare che sarebbe stato meglio separare la moglie e le figlie di Atreris dalle altre prigioniere, al che lui annuendo mi ordinò di pensarci io stesso, mentre allo stesso tempo avrebbe provveduto a far dare il cambio a tutti gli uomini che avevo messo di guardia ai prigionieri.
Tiareu, nell’allontanarsi da Atreris, che a capo chino si era messo a piangere come un bambino, continuando ad inveire contro di lui, alla fine, gli disse:
" Guarda Atreris dove ti ha condotto il tuo tradimento e la tua vile azione perché tu con essa non hai segnato soltanto la distruzione di te e della tua famiglia, ma anche di tutto il tuo popolo. Tutta Knosso è ornai nelle nostre mani e, fra poco, con tre squilli di corno, darò l’ordine ai miei guerrieri di trucidare la sua popolazione; essa è colpevole quanto te, perchè ha accolto l’esercito egizio come esercito amico ed è corsa ad assistere al vile scempio che tu hai fatto di mio figlio e degli altri guerrieri sardi. "
Dette queste parole, ordinando ai suoi uomini di seguirlo, si allontanò dalla sala del trono lasciando Atreris solo con la sua disperazione.
Egli, però, prima di andare a riposare, chiamò il suo luogotenente Iresu e gli ordinò di fare segnalare con tre squilli dei corni l inizio del massacro della popolazione di Knosso; poi, rivolgendosi a me disse.
" Jolao, fra un’ora cambia gli uomini di guardia ai prigionieri e controlla che tutto sia a posto; poi vai anche tu a riposare per qualche ora perchè domani ci sarà ancora molto da fare prima di abbandonare questo posto.."
Poco dopo, prima che le mie guardie venissero sostituite dagli uomini di Tiareu, feci condurre Kalia e le figlie in una camera separata dove sarebbero state rinchiuse sotto la nuova sorveglianza .
Eseguita la consegna di tutti i prigionieri agli uomini di Tiareu, secondo gli ordini ricevuti, lasciai la dimora regale di Atrers per fare ritorno all’accampamento fuori delle mura della città per godere del meritato riposo.
Attraversammo le vie di Knosso, quando era in corso il massacro indiscriminato della sua popolazione ordinato dalla crudele ed assurda furia vendicatrice di Tiareu ed esso non era di certo qualcosa di bello da vedere.
La maggior parte dei nostri guerrieri si era trasformata in belve feroci assetate di sangue, forse per l’abbondante razione di acquavite ricevuta prima che venisse dato il via al massacro; erano stati colti da una frenesia assassina e pertanto, dopo avere saccheggiato ed incendiato ogni abitazione, avevano iniziato a trucidare scoloro che le occupavano senza alcun riguardo per donne, vecchi e bambini.
Infastidito dall’immagine macabra che Knosso dava di se stessa, quasi per fuggire il più rapidamente da essa, ordinai ai miei uomini di accelerare il passo per uscire il più rapidamente possibile fuori dalla città.
Il massacro durò tutta la notte e cessò solo dopo l’alba, quando non era rimasto più nessuno da uccidere; si era esteso fuori delle mura della città, dove, sempre per ordine di Tiareu, piccoli reparti di nostri guerrieri, si erano dati all’inseguimento di coloro che erano riusciti a fuggire da quell’inferno della città.
Ci accorgemmo che era cessata la carneficina quando eravamo già da molte ore rientrati nell’accampamento perchè cessò progressivamente il clamore delle invocazioni di pietà delle donne, degli accorati pianti dei bambini e dei gemiti dei moribondi per lasciare, poi, posto ad una calma opprimente che non era altro che il silenzio della morte.
Quando alle prime luci dell’alba lasciai l’accampamento per recarmi nel porto dove, appena approdata la flotta, ogni reparto doveva fare ritorno nella propria nave, l’immagine che la città offrìva di sè era spaventosamente orribile; la maggior parte dei suoi edifici era stata incendiata e le fiamme in molti casi continuavano ancora a crepitare dopo il sorgere del sole, mentre una densa colonna di fumo si elevava verso il cielo e uno stomachevole odore di carne bruciata si espandeva nell’aria; numerosi erano gli abitanti di Knosso che erano stati bruciati vivi assieme alle loro case.
Tutte le vie della città erano ricoperte di macerie, cenere e cadaveri e fra questi ultimi quelli che facevano più impressione erano quelli dei bambini sgozzati e delle donne molte delle quali erano state orribilmente sventrate dopo essere state violentate e gli uni e le altre avevano spesso gli occhi sbarrati con un’espressione di indicibile sofferenza e terrore.
Quel massacro non mi era piaciuto per niente perchè anche se avevo, sino allora, partecipato a numerose battaglie cruente, non avevo mai visto nulla di più spaventoso e nauseante:
Quel massacro non era piaciuto nemmeno a chi lo aveva eseguito; quando esso fu finito molti guerrieri ancora ansanti e tutti ricoperti del proprio sudore misto al sangue delle loro vittime, guardavano costernati lo scempio che avevano compiuto.
Molti erano rattristati e avevano nei volti un’espressione che era un misto di disgusto e di pentimento per la carneficina compiuta.
Non pochi erano quelli che guardando le loro stesse vittime agonizzanti avevano provato una nausea tanto intensa da vomitare; fra costoro avevo notato un giovane guerriero quasi ancora imberbe che se ne stava appartato dai suoi compagni seduto su un muretto, mentre con gli occhi umidi di pianto, fissava ora la sua spada ancora intrisa di sangue, ora i cadaveri di una donna e dei suoi tre bambini riversi in una grande pozza di sangue a pochi passi da lui e che sicuramente poco prima lui stesso aveva trucidato.
Quando egli si vide osservato da me, prima abbassò il capo come se avesse un grande vergogna di se stesso e, poi, all’improvviso si alzò in piedi e, prima che io ed i suoi compagni avessimo potuto impedirglielo, gettando un urlo pazzesco prese la sua spada con due mani e si trafisse mortalmente il ventre.
Quasi tutta la città era stata distrutta lasciando in piedi, oltre che il palazzo di Atreris, alcuni edifici che erano stati per i nostri comandi militari.
Era rimasta in piedi anche la gigantesca statua di Talo nella grande piazza del porto; piazza che era stata ripulita dalle rovine e dai cadaveri per svolgervi davanti a tutto il nostro esercito, il criente spettacolo della punizione di Atreris e dei suoi consiglieri.
Questo ebbe luogo nel primo pomeriggio di quella giornata afosa, quando, richiamati da sequenze di squilli di corno e dai cadenzati battiti dei tamburi, vi arrivarono tutti i nostri reparti per schierarsi innanzi a un palco eretto al piedi dalla statua di Talo.
Infatti, appena tale palco fu occupato dal Consiglio di Guerra, vennero fatti condurre al centro della piazza coloro che dovevano essere giudicati e puniti per il grande misfatto che nello stesso luogo era stato compiuto contro noi Sardi, per essere accolti dai nostri armati con un coro di invettive nostri guerrieri.
Quei disgraziati furono tutti giudicati colpevoli con un breve e sbrigativo processo sommario eseguito dallo stesso Tiareu; li condannò in massa ad essere, prima ripetutamente stuprati, e, poi, ad essere impalati.
La loro condanna fu, però, ancora più crudele di quella subita da Altaro e dai suoi uomini, perchè ognuno di essi, prima di subire la propria pena, dovette assistere allo stupro ed al successivo scannamento di ogni donna della propria famiglia caduta viva nelle nostre mani.
Appena Tiareu inflessibilmente pronunciò la condanna, ognuno di quei malcapitati venne legato col petto e ventre appoggiati ad un palo in modo da poter vedere le proprie congiunte legate nude ad altri pali vicini.
L’esecuzione di quella pena fu per me e sicuramente per altri guerrieri sardi, lo spettacolo peggiore a cui ho assistito nel corso della mia vita perchè, anche se eravamo abituati a ferire e ad uccidere altri esseri umani, avevamo tutti una rigida morale che prescindeva da tutte quelle feroci azioni indirizzate a ferire ed a umiliare oltremodo la dignità dell’essere umano.
Quello spettacolo mi scosse nel più profondo del mio io; per natura aborrivo dal portare sofferenza fisica ad ogni essere vivente; pertanto, quando era necessario infliggere la morte ad un animale o ad un essere umano, lo facevo sempre nel modo più rapido possibile per abbreviare ogni dolore.
Volsi, pertanto, lo sguardo altrove per non vedere quelle donne dibattersi, piangere ed urlare mentre venivano stuprate da uomini che ritenevo non molto diversi dalle bestie che si erano offerti volontari e che appartenevano ai ranghi più bassi delle nostre truppe.
Tale spettacolo fu per me tanto nauseante e sconvolgente da darmi un grande disagio specie quando quelle donne achee, dopo aver subito lo stupro, vennero sgozzate frettolosamente in malo modo per cui esse andarono incontro ad una lenta e dolorosa agonia, invece che ad una rapida morte.
Il mio disagio crebbe a dismisura quando, poi, venne il turno degli uomini i quali furono violentati ripetutamente, non da nostri volontari, perchè per ogni sardo è altamente infamante ogni rapporto contro natura, ma da schiavi in larga parte negri che Tiareu aveva fatto catturare vivi nella stessa Knosso ed in altre vicine località.
Atreris fu l’ultimo a subire la pena per volontà di Tiareu perchè egli volle così allungare la sua disperazione ed il suo terrore, facendogli assistere a tutto quel terribile spettacolo che coinvolse i consiglieri e i loro familiari.
Quando arrivò il suo turno egli era come uno straccio; aveva lo sguardo assente ed il volto privo di espressione; era totalmente annientato dal terrore, pur non avendo assistito allo stupro e alla morte della moglie e delle figlie perchè; queste, grazie al mio pietoso aiuto, si erano potute avvelenare quando le feci trasferire nel proprio appartamento dove tenevano il veleno.
Comunque, Tiareu nella sua inflessibilità aveva fatto esporre i loro cadaveri ben in vista, a breve distanza dal palo a cui venne legato Atreris.
Quando questi venne violentato, non pianse e non gridò; chiuse gli occhi ed abbassò il capo come se fosse già morto; come se il suo spirito, anche se non si era ancora disgiunto dalla carne e dalla mente, si fosse ripiegato su se stesso staccandosi dall’uno e dall’altra al fine di rigettare ogni dolore ed ogni umiliazione che stava subendo.
Subì, quindi, la sua pena come se fosse assente per cui, quando venne slegato dal palo per essere sollevato ed infilato sulla sua punta, anche l’espressione del suo volto venne sconvolta da orribili contrazioni che più nulla avevano di umano, diversamente dai suoi compagni di sventura, rimase silenzioso per tutta la sua lunga e spaventosa agonia sinchè tutto il suo corpo fu colto da un tremito spasmodico per poi afflosciarsi totalmente nella morte.
Così, alla fine di quel giorno afoso, si attuò la grande ed atroce vendetta dei Sardi e di Tiareu contro gli Achei di Karata; così da quel giorno in poi, la fama già terribile di noi Sardi, dall’isola di Karata, si sparse attraverso il mare in tutte le direzioni per portare un grandissimo terrore fra i nostri nemici; terrore che spianò la strada a tutte le nostre future conquiste.
Il giorno dopo Tiareu, ormai sazio di vendetta, in memoria di suo figlio Altaro fece abbattere la statua di Talo e, dopo aver lasciato nel porto di Knosso tutte le navi necessarie per inviare in terra sarda, con le riserve alimentari trovate a Karata, l’ingente bottino di guerra e le lastre di bronzo di Talo, ordinò i preparativi per la partenza per il Paese di Canaan.
Una settimana dopo, quando la nostra flotta con tutta l’armata salpò da Karata, man mano che la mia nave si allontanava dalla costa, diretta a Oriente, ho visto l’orribile desolazione delle rovine ancora fumanti di Knosso fuggire dai miei occhi ma non dalla mia mente; forse perchè un vento proveniente da terra era ancora intriso del fetore dei cadaveri in decomposizione, non riuscivo a liberarmi del ricordo dei drammatici episodi accaduti durante la conquista di quella città perché essi si erano fissati nella mia mente rattristando tutta la mia anima.
Mi hanno tanto rattristato per cui dopo vent’anni da quei terribili fatti, odo ancora l’assordante fragore dei combattimenti contro gli Achei e con esso i gemiti dei feriti ed i rantoli dei moribondi.
Rivivo la distruzione di quella città e riodo l’eco delle urla strazianti piene di terrore dei suoi abitanti quando venivano massacrati fra il crepitare delle fiamme; rivedo le dense colonne di fumo che salivano in cielo e tutte le scene più cruente a cui avevo assistito.
Mi riappaiono ad una ad una le orrende scene dei massacri compiuti, mi riappare, in particolare, l’immagine della ragazza dal volto tumefatto, sanguinante e con gli occhi che le stavano sprizzando fuori dalle orbita per il terrore, la quale, dopo essere stata appena violentata da altri guerrieri, alla mia vista, per non essere nuovamente picchiata, si stese sul pavimento allargando le gambe, e quando vide che io non la toccai piangendo mi implorò di ucciderla con la mia spada per pietà.
Mi riappare nella mente anche la donna che con le due giovani figlie preferì gettarsi nel rogo della sua casa per non cadere viva nelle nostre mani.
Rivivo queste ed altre più terribili scene alle quali ho assistito e per le quali ho avuto vergogna di essere sardo.
Nel riesumare tutte queste immagini del passato solo ora mi rendo conto quanto terribile sia stata la vendetta di Tiareu per la morte umiliante subita del figlio; noi Sardi siamo stati troppo crudeli e malvagi con gli abitanti di Knosso perché, anche se essi, avevano assistito alla vergognosa uccisione dei nostri guerrieri non avevamo il diritto di sterminare un intero popolo e di cancellare dalla faccia della terra una grande civiltà.
Pertanto, solo ota mi rendo conto che forse noi Sardi a Karata abbiamo contratto un grande debito con la storia che i nostri discendenti in un lontano futuro avrebbero pagato subendo massacri e molti secoli di asservanti umiliazioni.
Con la mente turbata da questi pensieri, volsi lo sguardo sui miei uomini e, allora, notai che anch’essi guardavano la città distrutta mentre si allontanava da noi per confondersi lontano nel grigiore di un orizzonte che si stava facendo sempre più nebuloso; allora notai che i loro volti erano velati di tristezza perchè un pesante senso di colpa oscurava la gioia per la nostra grande vittoria e per il ricco bottino di guerra.
Poi, la nave, allontanandosi dalla costa e dall’aria ammorbata che sovrastava le rovine ancora fumanti di Knosso, incominciò a solcare il mare aperto e noi finalmente potemmo respirare l’aria pulita del mare a pieni polmoni.
Mi voltai verso poppa a guardare per l’ultima volta quella terra e allora mi resi conto che, anche allontanandomi da essa, non mi sarei mai liberato del ricordo della terribile tragedia che aveva colpito la sua gente perché esso dalla mia mente si era impresso nella mia anima.
 
 
 
 
Capitolo VI
 
 
Resi impotenti gli Achei con la distruzione delle città dell’Argolide e di Karata, secondo gli accordi presi a suo tempo con Marmajolu, tutta la nostra flotta fece rotta verso le coste del grande Paese di Canaan dove era attesa dai Filistei.
In quei giorni di lunga navigazione, fummo molto fortunati perchè trovammo un mare quasi tranquillo per cui arrivammo nel porto di Gaza un giorno prima del previsto; il re filisteo di quella città che si chiamava Sukor, nell’occasione, invitò il nostro Consiglio di Guerra ad un ricco e suntuoso banchetto al quale per volontà di Tiareu dovetti partecipare anch’io perchè lui, dopo la morte di Altaro, si era morbosamente attaccato a me e cercava continuamente, con un pretesto o l’altro, la mia compagnia quasi che volesse colmare con essa il vuoto lasciato nella sua anima dalla morte del figlio.
In quel banchetto, oltre che un grande assortimento di pietanze prelibate e di ottimi vini, secondo le usanze cananee, ci vennero offerte anche delle stupende giovani donne per dilettarci con la loro compagnia, con una delle quali, con una certa riluttanza dovetti unirmi carnalmente per non essere dileggiato da tutti gli altri convitati e per non offendere Sukor; ciò mi lasciò un certo rimorso perchè credetti di avere tradito la memoria di Arula.
Quella notte, dopo tanto tempo, lei mi riapparve in sogno per dirmi che era signora della mia anima e non del mio corpo, per cui non dovevo sentirmi colpevole dopo essere giaciuto con altre donne.
Lo scopo di quel banchetto non era quello di farci divertire ma, piuttosto, quello di abbonirci perchè verso la sua fine, quando eravamo tutti un pò storditi per aver bevuto qualche coppa di vino in più, Sukor, assieme ai suoi ufficiali, ci disse che dovevamo rinviare di diversi mesi l’attacco all’Egitto, perchè nei loro cantieri navali, a causa di sabotaggi subiti, non era ancora stata terminata la costruzione della loro flotta.
Il giorno successivo, quando ormai erano svaniti i fumi del vino e Tiareu riprese in discussione l’argomento, io gli feci notare che sarebbe stato meglio attaccare subito da soli gli Egizi senza i Filistei perchè avevamo a nostro vantaggio il fattore sorpresa e perchè la presenza della nostra armata a Gaza sarebbe stata, prima o poi, risaputa dagli Egizi ed essi avrebbero avuto il tempo per prendere gli opportuni provvedimenti contro il nostro attacco.
Tiareu, anche se riconobbe la validità della mia osservazione, rispose che doveva attendere che i Filistei fossero pronti perchè aveva dato la sua parola ai Libu di attenersi in ogni caso al comune piano di guerra concordato.
Conseguentemente la nostra armata rimase ferma nel porto di Gaza per molti mesi nel corso dei quali io, per non rimanere inoperoso, mi dedicai, oltre che alla conoscenza degli usi e dei costumi dei Cananei e dei Filistei, anche all’apprendimento della loro lingua e di quella egizia.
Fu in questa occasione che riuscii a comprendere quanto fossero grandi i valori di noi Sardi poichè, quando confrontai il nostro modo di sentire, di vivere e di operare con quello di quelle genti, mi resi conto che, mentre noi Sardi solitamente ci mostriamo per ciò che siamo nel bene come nel male, essi solitamente mutano continuamente il loro comportamento, a seconda delle circostanze, e, pertanto, con ogni mezzo astutamente fingono di essere quel che non sono celando i loro reali pensieri e sentimenti per cui non puoi mai fidarti di loro tenendo presente il nostro antico proverbio secondo cui, le parole vengono sempre portate via dal vento, per cui le vanno giudicate secondo il loro operato.
Frequentando questi ed altri popoli, compresi anche che mentre noi Sardi viviamo per essere, essi vivevano per apparire; pertanto, per gente si fatta l’apparenza contava più della verità.
Le donne, ad esempio, erano prive di pudore e anzichè mostrarsi agli uomini per quelle che erano in realtà, nascondevano le loro vere sembianze trasformandole in mille modi, credendo di farsi più belle.
Erano, infatti, solite tingersi le labbra e la pelle con creme colorate e profumate e alteravano i loro lineamenti con tanti altri espedienti per cui capitava, talvolta, che esse con tali trucchi apparivano meno belle e attraenti di quello che erano realmente.
Inoltre, fra i Cananei, come fra tutti i popoli orientali , diversamente da quanto accade fra i Sardi, la donna conta poco o niente fuori e dentro la famiglia perchè l’uomo è padrone assoluto e la considera solo per il piacere che può dare e per il lavoro che può fare.
Pertanto era usanza comune quella che i padri fossero pagati per cedere le figlie come spose come se fossero schiave o animali che si potevano vendete o comprare.
Inoltre alle donne si concedeva poca libertà ed erano escluse dal tutte le attività pubbliche per cui contavano molto meno degli uomini anche in campo religioso per cui nei luoghi sacri .diversamente da quel che accade in terra sarda comandavano i sacerdoti anzichè le sacerdotesse.
In fatto di religione le cose erano ancora molto più complicate perchè, mentre noi Sardi adoriamo solo il dio Maimone, i Cananei, gli Assiri e gli Egizi adoravano un grande numero di divinità molte delle quali erano rappresentate con sembianze animalesche, talvolta orride e terrificanti, che servivano solo a spaventare la gente per farle fare ciò che volevano i sacerdoti secondo gli interessi della loro casta e secondo quelli di coloro che regnavano solo per sfruttare il popolo.
Era, insomma, gente molto diversa da noi rispetto alla quale non eravamo di certo inferiori nè umanamente nè spiritualmente anche se, diversamente siamo stati sempre ben lungi dall’improntare la nostra esistenza nell’ostentazione dello sfarzo e nella ricerca dei piaceri, perchè l’una e l’altra sono incompatibili con l’alto senso di giustizia e dignitosa austerità innato in noi Sardi e che lo porta a manifestare più il suo vero essere che un menzognero apparire.
Tiareu, quando vide che io ero in grado di comunicare con i Cananei come se fossi uno di loro, mi diede l’incarico di recarmi in Egitto, camuffato da mercante cananeo, per esplorare, oltre il delta del Nilo il percorso del fiume che avrebbe dovuto seguire la nostra flotta assieme a quella filistea.
Preparandomi per tale missione imparai ad invocare gli dei venerati nella città di Biblo e ad imprecare come gli scaricatori di porto di Tiro.
Per giunta avevo imparato a conoscere bene le caratteristiche delle mercanzie che più comunemente vendono e acquistano i mercanti, compreso il loro prezzo corrente.
Per questa missione mi venne assegnata una nave da trasporto requisita nel porto di Tiro ed un equipaggio cananeo di pochi uomini fidati; per giunta, ci portavamo appresso anche dei cammelli che avevano appestato con il loro pesante odore tutta la nave perché, una volta sbarcati in Egitto, dovevamo fingere di esservi giunti con una carovana giunta in quella terra attraverso il Deserto di Sur.
Navigammo lentamente lungo la costa, prima di arrivare nelle acque egizie perché trovammo il mare agitato e venti sfavorevoli.
In questa pericolosa esplorazione in territorio nemico mi accompagnavano Kaleb e Natam, i due ebrei che il capo dell’armata filistea Padì aveva messo a disposizione per farmi da guida fingendo di essere gli inservienti che mi aiutavano a trasportare e a vendere le mercanzie che avevo portato con me.
Era una missione di spionaggio pericolosissima da eseguirsi in pieno territorio egizio travestito da mercante e gli Egizi ci avrebbero di certo ucciso senza pietà se avessero scoperto che ero un sardo.
Pertanto, dovevamo essere molto attenti a non commettere alcun errore che potesse tradire la nostra vera identità; conseguentemente avevamo curato l’abbigliamento ed ogni particolare per ingannare gli Egizi, ed in particolare, oltre all’aspetto, lo stesso modo di esprimerci in lingua cananea o egizia imparando a pronunciare bene parole, frasi e persino le imprecazioni egizie di uso più corrente.
Così, ad esempio, mi ero fatto crescere barba e capelli e con l’aiuto di alcuni sacerdoti cananei avevo arricchito la mia conoscenza della parlata Cananea sia nella pronuncia che nel numero di parole.
Avevo soprattutto imparato benissimo a invocare gli dei adorati nella città di Biblo e ad imprecare come i suoi scaricatori di porto.
L’esperto del luogo in cui dovevo svolgere la mia missione era Kaleb: un uomo sempre sudicio e volgare, ma molto astuto che aveva superato abbondantemente i cinquantacinque anni, perché sino ai venticinque anni, cioè prima che la sua famiglia fuggisse dall’Egitto con tutti i figli d’Israele. Kaleb era un uomo che mi piaceva veramente poco e non sono mai riuscito a capire come abbia potuto accattivarsi la fiducia, prima di Padi e poi dello stesso Tiareu, malgrado la grande prudenza e diffidenza innate nell’uno e nell’altro; non mi ha ispirato nessuna fiducia sin dal primo giorno che l’ho conosciuto, sia per il suo aspetto che per il suo modo di fare; era un uomo maturo di statura media, magro e dall’aspetto poco curato, mezzo calvo e barbuto; aveva il volto contrassegnato da due grossa sopracciglia unite che sormontavano due occhi piccoli e dallo sguardo ambiguo,da un naso arcuato all’insù come lo hanno molti uomini della sua razza.
Aveva la bocca leggermente obliqua e le labbra molto sottili che gli impartivano un strana espressione propria delle persone crudeli e irascibili.
Kaleb, era inoltre un uomo poco portato al dialogo poiché parlava poco e lo faceva solo quando era interrogato pesando attentamente ogni parola, quasi che temesse di fare trapelare i suoi pensieri ed i suoi sentimenti; inoltre, quando parlava con qualcuno distoglieva i suoi occhi dallo sguardo del suo interlocutore per fissarli altrove quasi a voler celare la reale natura del suo essere.
Tutto ciò denotava che Kaleb era una persona poco franca e spontanea e, pertanto, anche se ero stato rassicurato sul suo conto da Tiareu, diffidavo di lui e lo tenevo attentamente sotto controllo..
Poichè era un uomo tutt’altro che stupido, aveva capito che mi era poco simpatico e, pertanto, dal primo giorno che era salito a bordo, dopo avermi fatto un piccolo cenno di saluto, si era quasi rintanato in un angolo della poppa dove, da allora in poi, trascorse la maggior parte del suo tempo, quasi in solitudine
Si muoveva da quel posto solo quando lo mandavo a chiamare per chiedergli qualche informazione sulla rotta da seguire; quindi, in pratica, si era rifiutato di avere rapporti con tutti quelli che erano a bordo, per cui essi, senza dare alcun peso a ciò, non facevano altro che ignorarlo.
Non aveva legato nemmeno con Natam il quale era un uomo più giovane di lui di una decina di anni il quale aveva un carattere gioviale, franco ed espansivo e, sin da quando era salito a bordo, non faceva altro che starmi dietro perché voleva continuamente parlare con me di questo e di quell’altro argomento, anche se il dialogo fra noi due era poco scorrevole perché usavamo la lingua cananea di cui lui aveva una conoscenza limitata.
Inizialmente non diedi molta confidenza a Natam perché diffidavo anche di lui, ma alla fine, lo accettai come amico perché avevo capito che, diversamente da Kaleb, era un uomo sincero.
Lo ascoltavo per le battute intelligenti e divertenti, e perché gli piaceva scherzare e ironizzare su tutto ed anche su se stesso.
Pertanto, discutendo spesso con lui, avevo vinto la noia che spesso accompagna il viaggio per mare, specie quando la navigazione si svolgeva in maniera tranquilla e non si aveva nulla da fare.
Da lui avevo appreso delle informazioni molto interessanti relative, oltre che agli Egizi, anche al popolo a cui apparteneva assieme a Kaleb; ossia quello dei Figli d’Israele che, secondo i Cananei discendevano da quei predoni e pastori nomadi chiamati Abiru i quali erano arrivati nel Paese di Canaan fuggendo dalla città di Ur nella lontana terra dei Caldei.
Mi aveva raccontato che era nato nella città egizia chiamata Piri-Ramses ubicata vicino al mare e ai luoghi in cui dovevo svolgere la mia missione.
In questa località, infatti, tutti i Figli di Israele erano stati confinati in semi-schiavitù dal grande faraone Tuthnutosi quando egli liberò l’Egitto dagli invasori Iksos perchè essi, sin dai tempi di un loro capostipite chiamato Giuseppe, dopo essere stati accolti ed ospitati in Egitto durante una lunga carestia, irriconoscenti del bene ricevuto, avevano poi, per alcuni secoli, collaborato con gli invasori a danno degli Egizi, privandoli prima delle loro denaro e poi delle loro case e degli stessi terreni coltivabili.
" Che i Figli d’Israele, da oggi in poi, paghino con il loro lavoro tutti i danni e le pene che hanno causato al mio popolo. "
Così aveva sentenziato quel faraone e da allora in poi sino a quando non erano riusciti a fuggire dall’Egitto.
I Figli d’Israele erano stati costretti ai più umili lavori e poi nei tempi del faraone Ramses il Grande erano stati portati a Piri-Ramses per impastare con i piedi fango e paglia per fabbricare i mattoni necessari per costruire le case e gli edifici di questa nuova città egizia.
Mi aveva raccontato che i Figli d’Israele erano riusciti a fuggire dall’Egitto proprio grazie ai Sardi quando questi ventisei anni prima, ai tempi del faraone Meremptha, sotto il comando di Brauro, avevano tentato, per la prima volta, di invadere l’Egitto dal mare.
Chiarì che in quell’occasione la fuga dall’Egitto della sua gente era riuscita perchè nella città di Piri-Ramses non vi era più sorveglianza poichè tutti gli Egizi validi alle armi erano stati arruolati per fermare e ricacciare in mare i Sardi a Piri-Rou che è una località non lontana dalle coste.
Natam mi aveva anche raccontano che questa fuga era avvenuta quando lui era ancora ragazzo e assieme a suo padre che si chiamava Ebraim ed ai suoi fratelli maggiori, come ogni altro ebreo, aveva saccheggiato le case degli Egizi sia a Piri-Ramses che nelle città vicine per portarsi via, assieme all’oro, all’argento e a il loro grano, anche tutto il loro bestiame.
La fuga in massa dei Figli d’Israele era stata organizzata e guidata da un principe egizio che si chiamava Mosè.
Questo Mosè era uomo di grande importanza ancor prima di diventare il capo dei Figli d’Israele perchè come loro adorava un solo Dio.
Praticava segretamente una religione che in Egitto era ancora severamente proibita e condannata con la pena di morte, pertchè era stata creata da un faraone mezzo pazzo di nome Akenaton che era stato ucciso con la maggior parte dei suoi seguaci perchè aveva tentato di abbattere gli antichi dei egizi e con essi la potenza dei loro sacerdoti.
Natam entusiasmandosi mi raccontava che questo Mosé era un uomo eccezionale capace anche di fare grandi miracoli e di parlare con Dio dal quale aveva ricevuto le leggi che aveva imposto ai Figli d’Israele medesimi.
Sono fuggiti nelle montagne del Sinai dove, ancora in quegli anni, vivevano fra molti stenti errando da un punto all’altro di una regione desertica in attesa di potersi impadronire con la forza di una terra ben più vivibile, cacciandone o uccidendone tutti gli abitanti col pretesto che questa era stata promessa molti secoli prima dal loro dio al loro capostipite Abramo.
Natam mi aveva raccontato tutto ciò con ricchezza di particolari e con un entusiasmo per Mosè e per il suo dio che rasentava il fanatismo poichè per l’uno e per l’altro avrebbe, non solo ucciso chiunque, ma anche donato la sua vita ad occhi chiusi.
" Se tu ami tanto il tuo Mosè spiegami perchè sei con noi, invece di rimanere con lui errando nel Deserto del Sinai? Spiegami anche che cosa ha guadagnato la tua gente a fuggire dall’Egitto dove aveva sicuramente un tetto ed un pasto, per andare a finire mezzo morta di fame e di sete nell’arsura del deserto ? "
Natam restò molto imbarazzato a queste domande e, dopo avere taciuto per qualche istante esclamò:
" Ora non posso dare una esauriente risposta a queste tue domande. Per ora posso solo dirti che sono qui in questa nave come prima ero con i Filistei perchè odio a morte gli Egizi; il resto te lo dirò alla fine della tua missione. "
La navigazione continuò in alto mare sinchè in lontananza ci apparve il territorio del Deserto di Sur e allora Kaleb, appena riconobbe quella costa, si mise al fianco del nocchiero per guidare la nave verso due larghe strisce di terra contrapposte tra le quali vi era un non ampio passaggio marino che conduceva ad una profonda ed ampia insenatura quasi simile ad un lago dove le acque del mare apparivano scure e sporche poichè vi si riversavano le acque limacciose di due rami del Nilo, il grande fiume che attraversa in lungo tutto il territorio dell’Egitto.
I luoghi da esplorare si trovano oltre la città di Piri-Ramses che appunto si affaccia sul mare dentro questa insenatura la quale di giorno è sempre affollata dalle barche dei pescatori e, pertanto, sarebbe opportuno, per non fare scoprire la nostra identità, attraversarla esvarcare solo dopo il tramonto.
Così, in una notte fonda senza luna, la nave è accostata in una larga striscia di terra che delimita l’ insenatura dove io, Natam e Kaleb siamo sbarcati con quattro cammelli carichi di mercanzie, dopo avere ordinato al comandante della nave di venirci a riprendere dopo venti giorni.
Sbarcati in Egitto senza difficoltà e, senza aver trovato alcun controllo ci siamo inoltrati lungo una strada tutta dissestata che collega la costa con l’entroterra dove l’indomani, quando è ritornata la luce del sole, abbiamo trovato una grande sorveglianza nella regione del delta del Nilo.
In quel luogo erano accampati numerosi reparti militari egizi che sembravano attendere l’arrivo e lo sbarco di un esercito nemico; ciò mi fece capire che gli Egizi si attendevano un attacco da parte di nemici provenienti dal mare da un momento all’altro.
Siamo giunti in Piri-Ramses, il luogo da cui erano fuggiti i Figli di Israele, una città molto antica che appariva ricca di nuove costruzioni perchè era stata rinnovata in onore del faraone Ramses il Grande.
In Piri-Ramses vivevano ancora molti Figli di Israele che non avevano voluto o potuto seguire Mosè perchè ritenevano non saggio abbandonare un pasto ed un tetto sicuri in cambio di una terra promessa.
Nella sua periferia, in una casetta tutta dipinta di bianco abitavano la giovane sorella e la madre di Natam, che erano rimaste in Egitto perchè, l’una neonata e l’altra per ragioni di salute, non avevano potuto seguire il resto della famiglia che aveva seguito Mosè.
La sorella di Natam si chiamava Semira ed era una donna molto bella sui ventisette anni dallo sguardo vivace e sincero. A queste virtù univa anche il pregio di essere molto intelligente; era una donna molto attraente che non si era mai voluta sposare per il grande attaccamento per la madre e perchè nè fra la sua gente; nè fra gli Egizi aveva trovato l’uomo fatto per lei.
Dopo aver presentato me e Kaleb alla sorella, Natam le chiese dove era e come stava la loro madre e lei gli rispose che era andata al mercato a vendere le oche che allevavano e la verdura che coltivavano nel loro orto, poichè campavano di quei pochi sicli di rame che riuscivano ad incassare.
Natam le disse che avrebbero guadagnato molto di più se mi avessero ospitato per una ventina di giorni in quella casa, perchè io ero un mercante per il quale lui e Kaleb lavoravano, a cui non piaceva andare a mangiare e dormire nelle taverne perchè erano luoghi non tranquilli frequentati da ladri.
Allora Semira si avvicinò a me e, dopo avere scrutato attentamente il mio volto, puntando i suoi bellissimi occhi neri sui miei con un sorriso chiese:
" Non ti farò pagare per Natam perchè è mio fratello; pertanto, dimmi quanto mi daresti al giorno se io ospitassi te e l’altro tuo servitore ? "
" Dimmelo tu quanto vuoi ? "
" Ti chiedo cinque sicli di rame per te e due per il tuo servo perchè qui per lui non c’e posto e lo alloggerò nel pagliaio. "
" Bene! Io, invece, ti darò il doppio perchè credo che tu abbia chiesto troppo poco. Anzi te li do subito tutti insieme; così tua madre non avrà bisogno per un pò di tempo di andare al mercato a vendere oche e verdure ". Dette queste parole presi la borsa che avevo in una larga tasca della mia veste e ne tolsi quattordici sicli d’argento che equivalevano ai duecentottanta sicli di rame e glieli diedi.
Così avendo come base la casa di Semira, nei primi sette giorni della mia permanenza in terra d’Egitto andando a vendere la mia mercanzia nei numerosi villaggi sparsi in tutta quella vasta zona, ho potuto esplorare tutti i rami del delta del Nilo per scegliere quello che ritenevo più idoneo per essere attraversato dalla nostra flotta non solo per la sua larghezza, ma soprattutto per la sua profondità che valutai in base alla stazza del naviglio che lo attraversava.
In quei giorni per una reciproca simpatia sorse fra me e Semira una calda amicizia che non sfociò in un rapporto amoroso a causa della mia riluttanza perchè, anche se erano trascorsi oltre quattro anni dalla sua morte, il mio cuore era ancora occupato dall’amore che avevo nutrito per Arula.
Il grande dolore patito per la sua scomparsa si era molto attenuato col trascorrere del tempo; tuttavia anche se apparentemente vivevo normalmente, il ricordo che avevo di lei era tanto intenso da darmi la sensazione che lei fosse ancora vicina a me per cui nel mio cuore non c’era posto per l’amore per alcun’altra donna.
Semira mi rivelò che si era profondamente invaghita di me quando nel cuore della notte, mentre la madre ed il fratello dormivano, silenziosamente si introdusse nella mia camera per infilarsi nel mio giaciglio; mi svegliò accarezzando delicatamente il mio capo e bisbigliandomi in un orecchio delle parole che non riuscii a capire; pertanto, quando mi resi conto che lei era accanto a me, parlando a bassa voce le chiesi perchè era venuta da me, anche se la risposta era più che ovvia; le feci questa stupida domanda, mentre con forza di volontà mi sforzavo di resistere alla grande attrazione che il calore del suo corpo esercitava sul mio.
Lei allora mi sussurrò:
" E’ la seconda notte che non dormo pensando a te perchè voglio sapere come ti chiami e chi sei realmente; sento attrazione per te; credo che tu sia l’uomo fatto per me che ho cercato invano da quando ero adolescente. "
Poichè compresi che mi parlava con il cuore e con grande sincerità le risposi alla stessa maniera dicendole tutta la verità non solo sulla mia identità e sulla mia missione ma anche i miei sentimenti; pertanto le parlai di Arula e dello sconvolgimento che la sua scomparsa aveva portato nella mia vita e quando io, alla fine tacqui, ella con un filo di voce mi disse:
" Non voglio perderti adesso che ti ho appena trovato; pertanto, aspetterò che il tempo guarisca la ferita che hai nell’anima perchè non puoi vivere il resto della tua vita nella tristezza e nel rimpianto; anche se stanotte non vuoi che io sia carnalmente tua, permettimi almeno di stare per un poco accanto a te. "
Allora io commosso le diedi un bacio sulla guancia e mi accorsi che i suoi occhi erano pieni di lacrime e così ella accanto a me si addormentò stringendomi fra le sue braccia come se fossimo ancora bambini.
In quei giorni ascoltando ciò che diceva la gente nei mercati seppi che molte truppe egizie che erano stanziate nel delta del Nilo si erano messe in marcia verso la direzione in cui tramonta il sole per accorrere verso il deserto dove era stato avvistato l’imminente arrivo dei Libu; appresi anche che nei cantieri della non lontana città di Menfis gli Egizi stavano già da molti mesi allestendo una numerosa flotta con legname proveniente da un grande foresta che si trova lontanissimo in direzione di mezzogiorno oltre la Nubia.
Poichè avevo deciso di recarmi anche in quella città, per controllare come stavano le cose e per esplorare il primo tratto del corso principale del Nilo, diedi una grande somma di danaro a Semira pregandola di recarsi in quella città per acquistare a nome proprio una casa perchè volevo metterla in salvo facendo trasferire lei e la madre in un luogo più sicuro di Piri-Ramses; sapevo che questa città sarebbe stata completamente devastata quando Sardi e Filistei avrebbero attaccato l’Egitto.
Quando io con Natam e Kaleb, dopo alcuni giorni, volli raggiungere Semira e la madre nella casa acquistata in Menfis, dagli uomini di guardia venni fermato assieme a Natan e Kaleb, e condotto nella caserma per essere meglio controllato; dopo che gli Egizi perquisirono la mia merce e la mia persona per vedere se possedevo armi o qualche altra cosa di compromettente.
Separatamente venimmo sottoposti ad un lungo interrogatorio nel corso del quale io dichiarai di chiamarmi Meker e di essere un mercante di Biblo; confermai tutto ciò che aveva detto Natam come avevamo già stabilito prima del nostro arrivo in Egitto; mi chiesero anche se, passando per Gaza, lungo la strada che conduce in Egitto, io avessi notato la presenza dell’armata sarda ed io gli risposi affermativamente mentendo, però, sulla sua reale consistenza; in fine, mi chiese dove avevo messo il permesso di commerciare in Egitto che avrebbero dovuto rilasciarmi le guardie di confine e, quando io gli risposi che l’avevo perso, egli si insospettì e mi disse che doveva trattenermi per ulteriori accertamenti per cui pensai che era arrivata l’ora della mia fine.
Allorchè fu la volta dell’interrogatorio di Kaleb, dopo pochi minuti il comandante egizio chiamò un armato il quale dietro suo ordinò uscì di corsa dalla caserma per ritornarvi, dopo un’ora, per comunicargli qualcosa che io non riuscì ad udire.
Subito dopo ricomparve Kaleb per dirmi che, in cambio di un pò di sicli d’argento, il comandante egizio ci avrebbe lasciati liberi.
Pagai, naturalmente, la somma all’egizio ma da quel momento sorvegliai e studiai ogni mossa di Kaleb perchè avevo giustamente intuito che nel suo cuore albergava solo l’inganno ed il tradimento.
Dopo essere stato rilasciato dagli Egizi, per arrivare nella nuova casa acquistata da Semira, attraversando Menfis; nel suo splendore ho visto il vero volto del mondo dei faraoni ed anche se mi ha incantato per la sua magnificenza, non mi è piaciuto perchè rivelava l’arroganza e la superbia con cui una potente casta di sacerdoti che dicono di essere servi del dio Ammon, asserviscono, nel nome di questa divinità, tutto un popolo, non solo per la vita, ma anche per la morte.
Non mi piacque quel mondo perchè compresi subito che il grande benessere e la vita lussuosa di pochi era fondata sullo sfruttamento di un intero popolo in cui ogni essere umano non contava per quello che era realmente, ma per quello che possedeva e per quello che appariva.
Istintivamente detestavo quel mondo; pertanto, facevo del mio meglio lavorando alacremente per portare a termine la mia missione pensando che così avrei dato il mio migliore contributo per la sua distruzione.
Partendo ogni giorno dalla casa di Semira ho fatto nella zona di Menfis le stesse cose che avevo fatto nella zona di Piri-Ramses; ho, cioè, osservato attentamente ciò che c’era da osservare, contando quello che c’era da contare ed, in particolare, il numero delle truppe e delle navi da guerra. memorizzando tutto per non avere addosso disegni o appunti compromettenti nel caso che venissi fermato e perquisito ancora dagli Egizi.
In quei giorni trascorsi a Menfis, in una sua vicina vasta pianura, ho visto delle costruzioni di eccezionale grandezza chiamate piramidi e ritenute le tombe dei primi faraoni.
Pochi giorni dopo aver visto le piramidi, quando portai a termine tutto il mio lavoro, sono partito da Menfis lasciando Semira in lacrime, anche se le avevo promesso che un giorno sarei ritornato.
Così sono ritornato, con Natam e Kaleb nella casa di Semira a Piri-Ramses dove, in attesa che calasse la notte per andare nella striscia di terra costiera dove avevo l’appuntamento con la nave che doveva riportarci a Gaza.
Per ingannare l’attesa mi misi a trascrivere in alcune strisce di papiro tutto ciò che avevo memorizzato e che poteva essere utile a Tiareu per attaccare l’Egitto.
Trascrissi tutto con scrittura sarda credendo erroneamente che non fosse nota agli Egizi e poi piegai le strisce di papiro e le misi, sotto la veste, nel piccolo borsello in cui tenevo il resto del mio denaro.
Alcune ore prima che lasciassimo quella casa, Kaleb, dopo essersi assentato per andare a comprare qualcosa da mangiare, vi fece ritorno con del pane, pesce salato e un’anfora di birra che consumammo soltanto io e Natam, perchè lui volle digiunare dicendo che non stava molto bene.
Quel pesce salato ci fece bere tanta di quella birra da farci cadere addormentati; fortunatamente ci svegliammo appena in tempo, all’appuntamento con la nave, però, vi arrivai solo con Natam perchè Kaleb era misteriosamente sparito anche se tutto sembrava a posto; inizialmente mi sembrarono a posto anche le strisce di papiro in cui avevo trascritto tutte le mie osservazioni; poi dopo un più attento esame constatai che erano piegate in un modo diverso da come le avevo conservate.
Quella notte non feci molto caso a tutto ciò perchè quella birra mi aveva stordito e, in un primo tempo, credetti che Kaleb fosse andato via a causa del suo malessere, ma poi, quando la mia mente fu più sveglia, arrivai alla conclusione che dietro tutta la storia doveva esserci qualcosa di molto grave; arrivai cioè alla conclusione che io ero andato a spiare senza rendermi conto di essere spiato; per cui se ciò fosse stato vero tutto l’esito dell’ attacco contro l’Egitto sarebbe stato molto a rischio.
Tornato a Gaza nel fare a Tiareu il resoconto della missione, gli confidai anche questi sospetti ma egli non li volle prendere in considerazione perchè, secondo lui e Padi, Kaleb era un uomo più che fidato.
Poichè nel frattempo nei cantieri delle loro città costiere i Filistei avevano completato tutti i lavori per allestire la loro flotta, Tiareu e Padi, riuniti in consiglio di guerra, elaborarono un comune piano d’invasione dell’Egitto fondato su tutte le informazioni da me riportate.
Secondo tale piano, la flotta sarda e quella filistea, dovevano penetrate nel Nilo attraverso un ramo secondario del suo delta, per attaccare e conquistare la città di Menfis per poi procedere direttamente contro la capitale Tebe.
Per la nostra armata l’ordine di partire arrivò nella notte; era partito dalla nave del Gran Duru quando la luce scintillante dai riflessi rossi, accesa sul suo albero maestro fu immediatamente seguita dagli squilli dei corni che riecheggiarono di nave in nave per predisporre le manovre per salpare.
Quell’ordine non colse nessuno di sorpresa; tutto era già stato allestito per la partenza già da alcuni giorni poiché a bordo delle navi, oltre che acqua e vettovaglie, già dal giorno precedente erano stati imbarcati anche tutti i guerrieri e poiché era stato tassativamente ordinato di non scendere a terra per qualsiasi ragione, erano state tolte le passerelle.
Mollati gli ormeggi e sollevata la grossa ancora di pietra, diedi l’ordine di innalzare la velatura e di salpare .
Allora i miei uomini, quasi ammassati l’uno a fianco dell’altro, seduti sulle panche trasversali della nave stanchi pr la lunga attesa, dopo aver emesso un respiro di sollievo, incominciarono per primi a intonare in coro il nostro canto di guerra: Haiò! Haiò! Eia eia Illorè Illorei a cui quasi immediatamente si aggiunsero i cori dello stesso canto provenienti da tutte le altre navi.
La nostra flotta in piena notte lasciò Gaza, accompagnata dal canto dei guerrieri imbarcati sulle navi, mentre la luna piena rischiarava un mare appena increspato da quel propizio vento.
Si diresse verso sud, seguendo la rotta che ci avrebbe portati nel luogo dove avremmo incontrato la flotta dei Filistei per muovere insieme contro la potenza dei faraoni.
Appena arrivammo in alto mare, secondo le disposizioni precedentemente ricevute, con un’abile manovra superai tutte le navi che mi precedevano per affiancare la nave del Gran Duru e farle così da scorta con le altre nove navi prescelte per lo stesso compito.
Nel frattempo il canto dei guerrieri era cessato del tutto e l’intera flotta navigava celermente sotto il chiarore lunare accompagnata solo dal sommesso rumore delle prore che infrangevano le onde con mille spruzzi che alla luce della luna parevano mille riflessi d’argento.
Così quella notte navigammo in grande tranquillità; tutto era calmo anche a bordo della mia nave, perchè la maggior parte dei miei uomini si erano messi a dormire sistemandosi alla bene meglio come potevano negli stretti e scomodi spazi a loro disposizione.
La navigazione fu tranquilla anche sino al pomeriggio del giorno successivo per cui la nostra flotta con grande puntualità raggiunse il golfo di Baal Belof dove si unì alla flotta filistea comandata da Padi, per procedere insieme sul calare della notte in direzione delle acque nemiche.
Subito dopo la partenza, come bene avevano previsto i pescatori di quella costa, si era levata sul mare una forte brezza che aumentò di intensità col trascorrere delle ore, gonfiando le vele in modo ottimale e ciò lasciava desumere che avremo raggiunto la meta prestabilita prima del previsto.
Poichè le nostre navi erano molto più veloci di quelle dei Filistei, caratterizzate da una prua a becco d’oca, le avevano staccate di un lungo tratto dietro la spinta di quella brezza propizia e, pertanto, Tiareu ad un certo punto, fece segnalare a tutte le nostre navi di ridurre la velocità in modo che esse potessero raggiungerci affinchè le due flotte procedessero unite contro l’Egitto.
Così le due flotte e breve distanza l’una dall’altra procedettero sicure nelle acque nemiche come se fossero già sotto il nostro completo controllo.
A bordo tutto era tranquillo; regnava un grande silenzio e si udiva solo il sommesso rumore delle onde infrante dall’avanzare dello scafo.
I miei armati erano tutti addormentati perchè avevo loro ordinato di riposare bene; infatti, sapevo che il giorno in arrivo sarebbe stato quello decisivo per tutta la guerra e quindi li volevo ben riposati in modo da essere molto efficienti e, quindi con gli occhi ben aperti, quando sarebbe arrivato il momento di combattere.
Io, però, non ero tranquillo ed avevo un triste presentimento, malgrado un indovino caldeo che avevo incontrato nel deserto, mi avesse assicurato che non sarei morto in terra d’Oriente e che avrei fatto ritorno alla mia terra per riscuotere grandi onori; ero convinto che Tiareu era stato molto imprudente quando non aveva dato alcun peso ai miei dubbi e timori sulla scomparsa di Kaleb perchè sentivo che era scomparso di proposito.
Ricordavo quando comparve con l’anfora di birra probabilmente drogata e quando, dopo averla bevuta, io e Natam venimmo colti da uno strano e profondo sonno nel corso del quale mi parve che qualcuno avesse frugato nella piccolo borsello di pelle di che tenevo appeso al collo sotto la veste, dove custodivo le strisce di papiro in cui avevo scritto le informazioni necessarie per programmare il nostro piano d’attacco.
Pertanto, tutto ciò mi aveva fatto sospettare che Kaleb ci avesse ubriacati a bella posta con della birra drogata per copiarne il contenuto delle strisce di papiro in base al quale gli Egizi avrebbero potuto desumere, oltre che il luogo in cui dovevamo sferrare l’attacco, anche altre preziose informazioni.
Se ciò fosse stato vero stavamo rischiando pericolosamente di fare fallire anche questo secondo attacco di noi Sardi contro la Terra di Kem, analogamente a quanto era accaduto a Brauro quando, ventisei anni prima, era stato sconfitto da Mdfempthà a Piri-Rou; pertanto, anch’io, come mio padre Irgoi, con decine di migliaia di altri guerrieri Sardi, non avrei mai più fatto ritorno in terra sarda.
Allora colto da una improvvisa decisione andai presso il nocchiero per ordinargli di accostare la nave a quella del Gran Duru, poiché dovevo urgentemente conferire con lui, il che venne immediatamente eseguito con una rapida manovra.
Tiareu mi ricevette nel suo alloggio che era stato allestito presso l’albero della sua nave ed era alquanto irritato per essere stato svegliato nel mezzo del sonno e appena mi vide alzandosi dal suo giaciglio esclamò:
" Ancora tu! Sei ben sfrontato se hai l’impudenza di svegliarmi a quest’ora in questa notte che precede una giornata così cruciale come quella di domani perchè chi non dorme, male combatte. Dimmi cosa c’è di così urgente e togliti subito dai piedi perchè ho bisogno di dormire ancora alcune ore! "
" C’è mio Duru che non mi sento tranquillo per l’attacco di domani perchè, se i miei sospetti sono fondati, gli Egizi potrebbero conoscere tutto il nostro piano di attacco e quindi domani potremo trovare qualche brutta sorpresa. Pertanto, ti chiedo l’autorizzazione di poter partire in avanguardia prima dell’attacco per controllare che tutto sia a posto. "
" Ho capito! Ancora la solita storia di Kaleb! Anche se i tuoi sospetti fossero fondati non credo che Ramses in appena sette giorni abbia potuto togliere fuori una flotta tanto grande da potere affrontare contemporaneamente la nostra flotta e quella dei Filistei. Pertanto, a questo punto, non posso perdere tempo dietro i tuoi timori; un ritardando nell’attacco, potrebbe fare fallire la stessa sorpresa perchè daremmo al nemico più tempo per poterci avvistare. In ogni modo accontenterò lo stesso la tua richiesta a condizione che quando giungeremo nel delta del Nilo tu sia lì pronto ad unirti al resto della flotta per partecipare alla battaglia; in caso contrario ne subirai tutte le conseguenze. Adesso togliti dai piedi perhè ho bisogno di dormire un paio d’ore almeno; è risaputo da tutti che chi non dorme combatte male. "
Dopo aver rassicurato Tiareu sulla mia presenza alla battaglia, lo pregai di non entrare con la flotta nel delta del Nilo prima che gli comunicassi l’esito della mia ispezione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo VII
 
 
Precedendo di alcune ore la flotta dei Sardi e quella dei Filistei che, una dietro l’altra, navigavano lungo l’arida costa che delimita il Deserto di Sur, naturale confine che separa il Paese di Canaan dall’Egitto, seguendo una rotta meno lunga sono arrivato nel delta del Nilo deciso a controllare il percorso fluviale che la nostra flotta avrebbe dovuto seguire per attaccare gli Egizi nel cuore della loro terra; lo stesso percorso da me già esplorato con Natam e Kaleb uni mese prima e poi, suggerito al nostro Consiglio di Guerra per elaborare il piano d’attacco.
Mi sono inoltrato nel delta del Nilo quando nel cielo brillavano più fulgide che mai le stelle e nel fiume tutto era avvolto dall’oscurità; pertanto, dopo avere ordinato di spegnere ogni lume a bordo per non rivelare la nostra presenza agli Egizi, con la mia nave, quasi alla cieca e facendo ricorso alla mia memoria, silenziosamente sono avanzato nel fiume per quasi due ore senza notare niente di particolare.
Poi, però, proprio quando lentamente l’oscurità si faceva meno intensa e un vago ed impreciso barlume di visibilità annunciava l’imminente arrivo dell’alba, dietro di noi, proveniente da un tratto del fiume già superato, si udì un confuso eco di voci e di sordi rumori generato da una grande moltitudine di uomini intenti ad una intensa attività lavorativa.
Insospettito da quel chiasso e dal fatto che non avevamo incontrato nessuna delle numerose imbarcazioni solitamente addette alla pesca e al trasporto delle mercanzie in quel ramo del delta del Nilo, feci un’inversione di rotta per avvicinarmi con mille precauzioni a quel chiasso, prima che sorgesse l’alba; navigando, non più in mezzo al fiume, rasentando la riva, a ridosso della folta vegetazione in modo da non fare notare la presenza della nave.
Arrivammo in breve nei pressi del chiasso, poiché la visibilità stava lentamente aumentando, ritenni opportuno dirigere la nave dietro la in mezzo alla alta vegetazione fluviale attraversando un stretto canale dove dall’alto dell’albero della vela era possibile vedere tutto senza essere visti.
Liturru, poichè aveva una vista più acuta di tutti, dalla cima dell’albero della nave scrutando la riva opposta nella ne tutto agitato e con voce concitata mi segnalò la presenza di una numerosa flotta egizia carica di armati nascosta in un’ampia e centinaia di uomini erano intenti a tagliare alte canne e piante palustri per mimetizzare le navi in modo che non potessero essere viste da chi navigava lungo quel largo ramo principale del delta del Nilo.
Sicuramente gli Egizi erano stati informati, probabilmente da Kaleb, sul tragitto che faceva parte del nostro attacco e ci stavano tendendo una trappola mortale; compresi subito che la nostra flotta, assieme a quella filistea stavano correndo incontro ad una vera e propria catastrofe; si affacciò subito alla mia mente destando nel mio animo un profondo stato di angoscia che per alcuni istanti, quasi paralizzò la mia stessa mente ed ogni mio spirito di iniziativa.
Fortunatamente mi ripresi subito e ordinai di portare la nave fuori del nascondiglio per correre a vela spiegata per mettere in guardia Tiareu e Padi anche a costo della mia vita; il mio ordine, però, non potè essere eseguito perché l’uomo di vedetta mi avvisò che l’uscita del nostro nascondiglio era stata bloccata da quattro navi egizie mimetizzate.
Pertanto, immobilizzato in quel nascondiglio palustre con le navi nemiche distanti da noi meno di mezzo stadio non mi restò altro da fare che attendere gli eventi in assoluto silenzio, sperando che Tiareu attendesse il mio ritorno, come gli avevo raccomandato, prima di inoltrarsi nel delta del Nilo.
Sfortunatamente le mie speranze andarono deluse perché dopo mezz’ora di snervante e silenziosa attesa nel fitto di quel canneto l’uomo di vedetta mi comunicò che la flotta sardo-filistea era apparsa in lontananza e avanzava a vele spiegate proprio nella direzione dove era nascosta la flotta egizia, mentre io non sapevo come avvertirla del pericolo imminente poiché se dalle vicine navi egizie avessero avvertito la nostra presenza, ci avrebbero rapidamente sterminati.
Dopo meno di mezz’ora di navigazione la nostra flotta sfilò innanzi al nascondiglio delle navi egizie senza avvertirne la presenza e senza che queste ultime ne uscisse fuori per attaccarla di sorpresa, perché il piano di battaglia elaborato dal faraone Ramses III per distruggere i suoi più pericolosi nemici quali eravamo noi Sardi ed i Filistei era molto più astuto ed ingegnoso di quanto appariva.
Tutte le navi egizie, comprese quelle nascoste a breve distanza dalla mia nave, uscirono allo scoperto quando la flotta sardo-filistea era scomparsa dalla vista dietro l’ansa del fiume.
All’estremità della folta vegetazione delimitante la laguna; infatti, incominciammo a vedere un grande movimento e quella che sembrava una folta ed estesa vegetazione scomparve rapida mente quando le navi egizie, una dopo l’altra, uscirono allo scoperto mentre veniva gettato in acqua il materiale palustre mimetizzante:
Oltre seicento navi fecero la loro comparsa disponendosi con rapide manovre in due schieramenti da combattimento prestabiliti per darsi poi all’inseguimento delle nostre navi.
Allora comprendendo che ormai la trappola egizia era scattata e che non vi era più nulla da fare per evitare un nostro disastro militare, tentando di salvare il salvabile inviai a Tiareu dei colombi viaggiatori sperando che almeno uno potesse raggiungere in tempo la sua nave.
Così, mentre la nostra nave rimaneva ben nascosta nel folto della vegetazione palustre, svariate decine di migliaia di Sardi stavano tutti correndo incontro alla morte.
Mezz’ora dopo che uscirono allo scoperto anche le quattro navi che bloccavano l’uscita del nascondiglio della mia nave per seguire tutta la flotta egizia, feci muovere la mia nave con l’intento d inseguire il nemico tenendomi fuori dalla sua vista per potere intervenire in aiuto di Tiareu nel momento opportuno.
La flotta egizia comprendeva oltre trecento navi che, anche se più grandi e robuste di quelle sarde, erano di gran lunga meno agili e veloci; su di esse erano imbarcati non meno di trentamila combattenti per la maggior parte armati di archi, lance e mazze.
I due schieramenti delle navi egizie procedevano, ad una certa distanza uno dietro l’altro, occupando tutta la larghezza del fiume con la chiara intenzione di attaccare la nostra flotta alle spalle e di sbarrare, nello stesso tempo, ad essa ogni via di fuga.
Il primo di questi comprendeva la maggior parte delle navi disposte in modo da formare un grande cuneo; nel secondo schieramento, invece, le restanti navi erano ordinate secondo tre linee frontali consecutivi, estesi quasi quanto la stessa larghezza del fiume e procedevano uno dietro l’altro a distanza ravvicinata.
In mezzo al fronte centrale di questo schieramento si distingueva una nave più grande delle altre per la vela rossa sulla quale spiccava il disegno dotato raffigurante un grande sole alato indicando così la presenza del faraone nell’imminente battaglia navale.
Vedendo tutto ciò sentivo il cuore attanagliato dall’angosciosa disperazione; gli occhi mi si inumidirono di lacrime e mentre incominciai a maledire Tiareu perchè stoltamente non mi aveva voluto dare retta e perchè ancora più stoltamente non aveva atteso il mio ritorno prima di inoltrarsi nel delta del Nilo.
Non so se fu la forza della disperazione o qualche altra forza che alberga nel cuore degli uomini quella che all’improvviso mi fece cessare di piangere e scendere dall’albero della nave per ordinare che venissero lanciati in volo tutti i piccioni viaggiatori che avevamo a bordo dopo aver legato alle loro zampe un nastrino rosso che significava pericolo; speravo che qualcuno di essi sarebbe arrivato nella nave di Tiareu prima che la nostra flotta venisse attaccata alle spalle da quella egizia.
Poiché non potevo restare con le mani in mano a guardare quanto stava accadendo, ordinai ai miei guerrieri di disporsi nei posti di combattimento tenendo pronte torce e frecce incendiarie.
Così la mia nave uscì dal nascondiglio per dirigersi verso quello stesso ramo del delta del Nilo nel quale, seguendo a grande distanza la flotta sardo-filistea, stavano inoltrandosi le navi egizie come le belve che seguono a distanza la preda in attesa del giusto momento per piombare su di essa.
La flotta egizia era scomparsa dalla vista da un bel pezzo dentro quel ramo del Nilo e la mia nave procedeva cautamente navigando molto vicina alla riva in mezzo alla vegetazione per non essere vista dalle navi nemiche della retroguardia della flotta nemica quando dall’ansa ansa del fiume che era innanzi alla prua, si levò un fragore che andava aumentando col procedere in quella direzione ed allora compresi che la trappola tesa dal nemico era scattata e che quindi la battaglia navale stava già iniziando.
Infatti, la maggior parte delle navi egizie, aumentata la velocità per scomparire dalla mia vista dietro quell’ansa del Nilo, per raggiunger il nemico nella zona denominata Magdil.
Pertanto le navi di Tiareu e di Padi vennero attaccate alle spalle e di sorpresa dalla formazione a cuneo dalle navi nemiche mentre le restanti navi egizie si disponevano lungo la larghezza del fiume per impedire ogni possibilità di ritirata
Ancora prima che la mia nave raggiungesse l’ansa del fiume il fragore andò sempre più crescendo in modo assordante e ciò chiaramente indicava che era in corso una grande battaglia; al risuonare dei colpi delle spade di bronzo ed all’intenso sibilare dei nugoli di frecce si aggiungevano il clamore degli ordini concitatamente gridati dai comandanti sardi, filistei ed egizi, le esaltanti grida di guerra dei combattenti, le strazianti urla di dolore dei feriti, i rantoli dei morenti e il sordo rumore delle navi che cozzavano le une contro le altre facendo scricchiolare o schiantare il loro fasciame.
Io, nel frattempo, impartite a Liturru le disposizioni sul ciò da farsi, ero salito in cima all’albero della nave per guidare meglio il nocchiero secondo il piano di intervento da me escogitato per tentare di salvare almeno qualche nostra nave dalla morsa del nemico.
Quando la mia nave svoltò in quell’ansa del ramo del Nilo, il fragore della battaglia più assordante che mai, arrivò alle mie orecchie, mentre innanzi ai miei occhi appariva lo sconvolgente ed imponente spettacolo della grande e quanto mai sanguinosa battaglia navale in corso.
Come avevo bene intuito, la nostra flotta e quella dei Filistei erano cadute in un mortale agguato e non avevano più via di scampo perchè erano completamente circondate dal nemico in una mortale morsa e non potevano nè procede innanzi, nè tornare indietro.
Non potevano più procedere innanzi perchè il fiume era stato sbarrato per tutta la sua notevole larghezza con grosse gomene munite, sotto il pelo dell’acqua, di grossi e appuntiti pali contro i quali cozzarono le nostre prime navi per affondare rapidamente o per rimanervi incastrate senza libertà alcuna di manovra.
Quando la nostra flotta non poté più procedere oltre Magdil, a causa di questo sbarramento reso maggiormente insormontabile dalle navi affondate ad opera dei pali, lungo l’una e l’altra sponda del Nilo, come dal nulla erano comparse numerose migliaia di arcieri egizi lanciando senza interruzione contro le nostre navi e contro quelle dei Filistei una fitta pioggia di dardi incendiari per appiccarvi il fuoco e per i falciare i nostri guerrieri.
Nello stesso tempo in tutto lo schieramento navale sardo si era creata una grande confusione perchè molte navi, non potendo più procedere avanti, tentarono di sfuggire all’attacco nemico invertendo la rotta per finire con lo scontrarsi con quelle che le seguivano.
Alcune navi per salvarsi avevano preso terra a Magdil ma i guerrieri che erano riusciti a sbarcare erano stati rapidamente circondati dai reparti nemici per essere uccisi uno dopo l’altro in un feroce combattimento o travolti dai potenti carri da guerra degli Egizi.
La situazione della flotta sardo-filistea divenne tragicamente più confusa per il sopraggiungere della flotta egizia che sferrando il suo attacco di sorpresa alle spalle s’incuneò nel nostro schieramento navale dividendolo in due parti per cui la flotta filistea venne separata da quella sarda.
Conseguentemente a tale divisione, molte navi sarde e filistee, da una parte e dall’altra del fiume, furono costrette a navigare più vicino alla riva per diventare facile bersagli per gli arcieri egizi disposti lungo le due opposte rive del fiume.
Migliaia e migliaia di essi, dopo essere stati trafitti dalle frecce, erano caduti nelle acque del Nilo per fare da pasto ai coccodrilli accorsi in grande numero da tute le direzioni del fiume. Pertanto, tutti coloro che cadevano in acqua, benchè solo feriti, erano destinai a morte certa perchè, se non morivano affogati, venivano subito uccisi dagli Egizi a colpi di lancia o di mazza o peggio ancora finivano divorati vivi dai coccodrilli mentre in una mortale bolgia di spruzzi d’acqua intrisi del loro sangue laceravano l’aria con urla strazianti che nulla più avevano di umano.
Anche coloro che riuscivano a guadagnare la riva a nuoto non avevano sorte migliore, perché trovavano i soldati egizi con il pugnale in pugno pronti a scannarli senza alcuna pietà.
Quando i coccodrilli furono ben sazi di carne umana, si allontanarono per andare ad assopirsi nelle loro tane, le acque dell’ampio tratto del Nilo in cui si stava svolgendo la battaglia navale avevano mutato il loro naturale colore giallastro per assumere quello rossastro per l’abbondanza di sangue umano versato in esse da migliaia di morti.
Fra questi cadaveri numerosissimi erano anche i guerrieri egizi poichè i Sardi, diversamente dai Filistei che si erano limitati a difendersi, quando si resero conto di essere completamente circondati dal nemico e che non vi era più alcuna speranza di vittoria perchè tutto ormai era perduto, come se fossero tutti impazziti dalla rabbia, intonando il loro canto di guerra Haiò !| Haiò! Eia eia illorè Illoreì! andarono incontro alla morte.
Andarono incontro alla morte cantando impavidamente per non smentire la loro rinomata fama di eroici ed indomiti guerrieri cercando di infliggere al nemico i maggiori danni possibili .
Senza esitare dirigevano le prue delle loro navi contro le fiancate di quelle egizie e, mentre il forte e sordo rumore dell’urto degli scafi copriva il loro canto di guerra, come furie degli inferi saltavano all’arrembaggio impugnando la spada con la mano destra e roteando con la sinistra una torcia con ci appiccavano il fuoco alla nave nemica per affondare con sessa combattendo.
Malgrado il loro grande eroismo i Sardi, chiusi in una morsa mortale che impediva alle loro navi ogni libertà di manovra, non potendo evitare la stessa sorte che stavano subendo i Filistei, per cui , colpiti da una continua pioggia di dardi scagliati dagli Egizi da terra oltre che dalle loro navi, furono in grande parte sterminati.
Così in quel giorno maledetto la grande e rinomata gloria di noi Sardi fu affogata nelle acque limacciose del Nilo, ponendo fine alla grande avventura delle nostre conquiste nel Medio Oriente e per segnare anche il preludio della decadenza della potente grandezza del nostro popolo.
Ben presto nell’infuriare della battaglia a Magdil le acque del Nilo furono completamente seminate di relitti di navi capovolte, semiaffondate o ancora in preda alle fiamme e da grandissimo numero di rottami d’ogni genere fra cui gslleggiavano migliaia di cadaveri.
Proprio quando il combattimento si faceva sempre più accanitamente distruttivo vidi una quarantina di navi sarde che avendo invertito la rotta in tempo, erano riuscite ad allontanarsi dalla centro della battaglia e a oltrepassare la formazione a cuneo delle navi nemiche puntando direttamente verso il secondo schieramento delle navi egizie che sbarravano la via della ritirata.
Guidava quel grosso contingente di navi sarde la nave dl Tiareu e ciò mi fece capire che il messaggio che gli avevo inviato mediante i piccioni viaggiatori era arrivato in tempo per permettergli di invertire la rotta per tentare una sortita.
A quella vista compresi che non potevo più assistere passivamente al nostro disastro militare dietro lo schieramento nemico; la mia decisione di creare un diversivo che potesse permettere a Tiareu di forzare il blocco nemico fu immediata.
Poichè dall’alto dell’albero della mia nave, dopo aver visto che la maggior parte delle navi del secondo schieramento egizio si erano mosse per andare incontro alle navi sarde in fuga lasciandosi alle spalle la nave del faraone sotto la scorta di altre tre navi, mi calai sul ponte e fatti disporre i miei guerrieri nei posti di combattimento, detti l’ordine al nocchiero di puntare alle spalle sulla nave del faraone e su quelle della sua scorta che erano disposte una di fronte ed una lungo ogni fianco della medesima a non grande distanza da essa perchè non si aspettavano un attacco alle spalle.
Così come un falco piomba all’improvviso su una colomba, riuscii ad accostarmi alla poppa della prima delle tre navi di scorta che si trovava a diritta, a non grande distanza da quella del faraone e, prima che i suoi uomini se ne rendessero conto, la immobilizzai con due serie di lanci precisi di dardi diretti rispettivamente contro i legamenti dei due timoni di poppa e contro la vela che presero rapidamente fuoco-
Dalla mia nave in corsa, un terzo lancio di dardi incendiari uccise i timonieri e altri uomini che tentavano invano di spegnere le fiamme.
Tutto si svolse in un tempo tanto rapido per cui il nemico, prima che potesse reagire, ci diede la possibilità di raggiungere anche la poppa della grande nave del faraone non solo per ripetervi la stessa azione compiuta sulla sua vicina nave di scorta, ma anche di saltare su di essa con la spada in una mano e una torcia incendiaria nell’altra .
Mentre la grande vela con il disegno del sole alato veniva avvolta dalle fiamme, incominciammo ad incendiare il ponte della nave; urlando come forsennati e rotando la spada in aria per lasciarla ricadere mortalmente su coloro che si paravano innanzi a noi.
Stavamo lanciando quelle torce sul ponte della nave, quando vidi accorrere contro di noi una cinquantina di armati egizi comandati da un ufficiale che indossava una vistosa armatura con copricapo a forma di testa di falco.
Anche se la copertura dei miei arcieri arrestò gli Egizi con sequenze di dardi che li costrinsero a buttarsi distesi sul ponte per non essere uccisi, quel personaggio che li comandava e che io ritenevo un alto ufficiale, mi si parò innanzi e, in un attimo, con un urlo rabbioso mi sferrò un fendente che sarebbe stato mortale se non l’avessi prontamente parato con la mia spada con la quale, subito dopo, riuscii a disarmarlo con una mossa rapida..
Avevo la mia spada puntata sul suo petto e stavo per trafiggerlo mortalmente quando il mio sguardo incontrò il suo e vidi che nei suoi occhi non vi era paura anche se sapeva che stava per morire.
Non so che cosa mi successe in quel momento; so solo che qualcosa che era dentro di me e che era più forte della mia volontà mi impedì di ucciderlo; pertanto, ritrassi la spada dal suo petto e lasciandolo stupito ordinai ai miei uomini di ritirarci di corsa da quella nave perché stavano accorrendo altri nemici.
Saltammo sulla nostra nave in un baleno e rapidamente ci allontanammo da quella nave non senza avere lanciato su di essa prima le fascine di erba secca intrise di olio e poi nugoli di frecce incendiare.
La lasciammo alle spalle in preda alle fiamme mentre parte dei suoi armati attingevano acqua dal fiume per spegnere gli incendi e un’altra parte ci lanciava invano numerosi dardi quasi tutti a vuoto perche pochi furono a bordo i miei uomini che rimasero colpiti.
Attaccai, subito dopo, alla stessa maniera, anche la terza nave ma fui in grado solo di appiccare il fuoco alla sua vela con un lancio di frecce incendiarie perché i suoi armati, avendo visto quanto avevo fatto alle altre due navi, si erano preparati a respingere il mio attacco.
Intanto l’incendio appiccato nella nave del faraone si era notevolmente esteso e vidi la sua grande vela rossa completamente distrutta dal fuoco, mentre sul suo ponte vi era un va e vieni di uomini che continuavano a riempire numerosi secchi d’acqua per estinguere le fiamme che si stavano espandendo sul suo ponte.
Questo mio rapido e inaspettato attacco fu sufficiente a distogliere le altre navi egizie dall’azione che stavano per svolgere contro le navi di Tiareu; l’attacco diversivo che io sferrai contro la nave reale, in particolare, le fece tornare rapidamente tutte indietro per accorrere in aiuto del faraone, ottenendo così l’effetto desiderato.
Infatti, le navi di Tiareu ebbero via libera per potere mettersi in salvo.
Quando io vidi che le quaranta navi sarde avevano liberamente oltrepassato lo sbarramento delle navi egizie, con una rapida inversione tentai di seguirle per mettermi in salvo anch’io con tutti i miei uomini ma subito trovai la via sbarrata, prima dalla terza nave di scorta del faraone che era accorsa contro di me e, poi, dalle altre numerose navi del secondo schieramento che stavano ritornando indietro, per cui non mi restò altro da fare che darmi ad una fuga precipitosa perchè potevo contare sempre sulla maggiore velocità della mia nave rispetto alle robuste ma più lente navi nemiche.
Mi ero già allontanato seguendo la direzione presa dalle navi di Tiareu, distanziandomi notevolmente dalle navi egizie che tentavano di raggiungermi e mi ritenevo già al sicuro lontano da ogni pericolo quando di colpo l’avversità della sorte fece svanire la mia sicurezza.
Essa infatti venne completamente annullata quando la mia nave per una improvvisa folata di vento fu spinta presso la riva dove finì incagliata in una estesa secca sabbiosa.
Vani furono i tentativi dei miei uomini per disincagliarla perché essi furono interrotti dal sopraggiungere delle navi egizie che, dopo essersi fermate a distanza di tiro, lontane dalla secca, incominciarono a bersagliarci con micidiali frecce incendiarie che in breve tempo uccisero oltre la metà dei miei uomini e appiccarono il fuoco alla nave.
Allora compresi che non c’era più nulla da fare e, pertanto, io, Liturru ed altri venticinque superstiti abbandonammo la nave in fiamme e, riparandoci con lo scudo dai dardi nemici, raggiungemmo la riva camminando nell’acqua che ci arrivava quasi sino al petto col terrore di essere assaliti dai coccodrilli.
Avevamo già raggiunto la riva del fiume ed io mi ero voltato per esortare Liturru ed altri due miei uomini che lo seguivano ad affrettare il passo per metterci in salvo quando un dardo lanciato da una delle navi nemiche mi si conficcò sul petto a poche dita di distanza dal collo e come se ciò non bastasse da un canneto non lontano dalla riva sbucarono numerosi contadini armati di zappe e bastoni che minacciosamente correvano verso di noi lanciandoci dei grossi sassi.
Non so quanto tempo sono rimasto privo di svenuto; so solo che, riprendendo i sensi ho riaperto gli occhi, e ho visto il sole ancora alto nel cielo e i suoi raggi battevano inesorabilmente su tutte le parti scoperte del mio corpo dando alla mia pelle una fastidiosa sensazione di bruciore.
Tutto il mio corpo era avvolto da una calura insopportabile e sentivo la bocca asciutta e priva di saliva, la gola secca ed arsa dalla sete e le labbra gonfie e ricoperte da piccole e doloranti bollicine simili a quelle che si formano sulla pelle dopo le ustioni.
Non vi era alcun alito di vento, l’aria era tanto arsa dal sole da non essere quasi respirabile e intorno a me sentivo il ronzio di sciami di mosconi.
Lentamente dischiusi gli occhi per vedere dove mi trovavo, ma in un primo tempo vidi tutto quasi annebbiato e distorto perché i miei occhi come il resto del viso erano pieni di sabbia; riuscii a distinguere solo l’immagine di qualcosa che si muoveva nella sabbia vicino al mio volto; allora, dopo essermi stropicciato le palpebre per liberami gli occhi dalla sabbia, riuscii a distinguere chiaramente un grosso scorpione lungo quanto la mia mano.
Istintivamente tentai di sollevarmi di colpo per allontanarmi dal suo terribile pungiglione che aveva nella coda sollevata, ma provai subito una forte fitta di dolore nel lato destro del petto dove, in un grosso gonfiore completamente ricoperto da sangue raggrumato e da sabbia, avevo ancora conficcata la punta della freccia che mi aveva colpito.
Ero riuscito a sollevare solo la testa e subito volsi lo sguardo intorno a me per cercare qualcosa con cui colpire lo scorpione, ma non avendo visto niente di utile gli lanciai un pugno di sabbia che lo fece allontanare da me per scomparire subito dopo sotto la sabbia.
Quando mi sentì rassicurato per la sua scomparsa, volsi lo sguardo intorno per capire dove mi trovavo ed allora, vedendo i corpi privi di vita di Liturru e degli altri miei uomini, mi ricordai di tutto quel che era successo; mi ricordai dell’uccisione subita da parte dei contadini egizi dalla quale mi ero salvato perché mi avevano creduto morto.
Benchè mi sentissi ancora tutto intontito e indebolito per il sangue perso da tutte le ferite, dopo essermi sollevato in piedi con grande sforzo, a passi lenti andai a controllare quei corpi ad uno ad uno, ma per essi non c’era più nulla da fare perché erano tutti morti, li avevano uccisi a sassate, a colpi di zappe e di bastoni dopo che si erano difesi valorosamente uccidendo numerosi loro assalitori i cui corpi erano tutt’intorno riversi sulla sabbia coperti, come quelli dei miei uomini, da sciami ronzanti di grossi mosconi.
Avrei voluto seppellire Liturru e gli altri miei guerrieri per sottrarli agli animali rapaci del deserto, ma mi sentivo troppo debole per poter fare da solo tutto quel lavoro e, oltretutto, c’era anche il pericolo che altri contadini potessero tornare in quel luogo per prelevare i cadaveri dei loro amici e ciò per me avrebbe significato morte sicura perché nello stato in cui ero non sarei stato in grado di difendermi.
Pertanto, ritenni opportuno allontanarmi al più presto da quel luogo non senza essermi liberato della mia armatura ed avere sostituito la mia tunica con la veste di uno dei numerosi contadini morti; naturalmente mi liberai anche della spada e tenni con me solo il pugnale gammato d’ordinanza nascosto sotto la larga fascia che ai fianchi stringeva la veste.
Presi anche la sua zappa poichè mi sarebbe potuta essere utile per difendermi o per appoggiarmi al suo manico; poi a passi lenti mi allontanai per raggiungere faticosamente, prima la sponda del fiume, dove bagnando il mio corpo nelle sue acque mi misi a berle avidamente anche se avevano un sapore disgustoso di fango; poi, quando mi sentii ben rinfrescato a passi lenti mi nascosi nel mezzo di un vicino canneto.
Ero tutto bagnato e poichè non sentivo la calura di prima mi sembrò di essere rinato e di aver riacquistato quella minima parte delle mie energie che mi avrebbe permesso di mettermi al sicuro in un posto meno pericoloso dove cercare qualcuno per farmi estrarre la punta di freccia dal petto poiché mi dava dei dolori lancinanti quando respiravo.
Già stavo pensando di raggiungere la città di Menfis dove, forse, avrei ritrovato rifugio presso Semira, la bella sorella di Natam, quando all’improvviso il silenzio del luogo venne rotto dalle voci di un numeroso stuolo di uomini che si stavano avvicinando; rimasi in mezzo al canneto del tutto immobile vidi che nel luogo in cui giacevo prima era arrivata una squadra armata di Egizi, guidata dagli stessi contadini che ci avevano assalii i quali conducevano dei carri trainati da muli .
Appena giunti nel luogo mentre i contadini caricavano sui carri i loro morti, i soldati egizi, dopo avere spogliato i cadaveri dei miei compagni, tagliarono prima loro il braccio destro per riporlo in un grande cesto che si portavano appresso, poi, impietosamente li gettarono nel fiume per essere trascinati via dalla corrente.
Eseguita quest’operazione, i soldati stavano per andar via, quando uno dei contadini notando sulla sabbia le mie orme dirette verso il vicino canneto, richiamò la loro attenzione su di esse; fortunatamente più innanzi, proprio vicino dove ero nascosto, videro il cadavere di uno dei contadini ucciso dai miei uomini e, pertanto, pensando che quelle impronte le avesse lasciate lui, se ne andarono tutti portandosi via il suo corpo.
Poi tutti si allontanarono ed io ebbi un grande sollievo perché, poco prima, anche se credo di non essere un vile, nel vdere arribare i soldati egizi al mio nascondiglio, ho avuto un tonfo al cuore, perché per la prima volta nella mia vita, forse a causa della mia ferita e del mio stato di debolezza che mi rendeva impotente, ho provato la paura; ho provato la paura forse perchè sono rimasto nascosto in mezzo al canneto con il corpo quasi tutto immerso nell’acqua per tutto il resto della giornata anche dopo che era tramontato il sole; avevo paura di essere visto ed ucciso da altri soldati egizi; ho tremato quando la morte tanto desiderata, dopo la scomparsa di Arula, stava per ghermirmi ed allora ho capito che ero ancora legato alla vita perchè le prove terrene per la mia anima non erano ancora finite.
Solo quando al caldo soffocante del giorno, con l’arrivo delle tenebre della notte, si sostituì un freddo tanto intenso da farmi battere spasmodicamente i denti, mi decisi di uscire dall’acqua e vidi diversi sciacalli che stavano dilaniando i cadaveri dei miei uomini i quali, dopo essere stati gettati in acqua, erano rimasti impigliati nella vegetazione presso la riva.
Per quanto mi permettevano le mie ultime forze, mi allontanai il più rapidamente possibile da quel luogo prima che quelle fameliche bestie rivolgessero le loro attenzioni su di me, anche se in un primo tempo, non sapevo, nè dove andare, nè che cosa fare; mi rendevo conto che la soluzione migliore era quella di allontanarmi dal fiume, ma in tal caso non sarei stato in grado di attraversarlo non soltanto perchè ero molto debole, ma soprattutto perchè non vi avrei trovato del cibo e perchè non ero in grado di portare appresso alcuna provvista d’acqua; mi rimaneva, quindi, solo la possibilità di allontanarmi da quel posto seguendo le sue rive verso nord, la direzione che portava al mare o verso sud, la direzione, oltre Magdil, in cui si trovava la città di Menfis dove era possibile confondersi fra la moltitudine dei mercanti stranieri e dove forse avrei potuto trovare aiuto da parte di Semira.
Non so perchè ho scelto questa seconda soluzione che, a tutti gli effetti, era la più pericolosa, almeno perchè mi faceva avvicinare al nemico anzichè allontanarmi da lui; solo ora, dopo tanti anni, capisco che avevo fatto quella scelta perchè, anche in quel brutto frangente, nel mio cuore vi era il desiderio di poter ancora una volta, incontrare Semira.
Per evitare di incontrare qualcuno decisi di viaggiare di notte e di riposare di giorno; pertanto, al tenue chiarore lunare mi misi in cammino nel deserto seguendo la larga fascia coltivata che corre lungo le sponde del Nilo per arrivare, dopo alcune ore di cammino per un tratto non molto lungo, in vista di Migadil proprio davanti al tratto del Nilo dove si era svolto lo scontro navale.
Nel mezzo del fiume ardevano ancora numerose navi illuminando sinistramente il luogo mandando un acre odore di asfalto e di legno bruciato.
Dall’alto di una duna riuscii a vedere, oltre che quei miseri resti della nostra grande flotta, anche il grande numero di navi egizie tutte ancorate in triplice fila, accostate l’una all’altra a breve distanza dalla riva.
Vidi non lontano anche il campo dell’esercito nemico, illuminato da numerosi fuochi, dove si elevava al cielo l’intenso clamore di voci di una immensa moltitudine esagitata di soldati egizi che cantando, accompagnati da una frenetica musica di flauti e di tamburelli, festeggiavano la loro strepitosa vittoria ballando intorno a centinaia di enormi cesti che, come seppi poi, erano colmi di braccia destre tagliate ai Sardi e ai Filistei caduti in battaglia, per poterli poi contare davanti al faraone.
Erano tutti pazzi di gioia perchè sapevano che vincendo quella grande battaglia avevano salvato l’intero Egitto da sicura distruzione.
Insieme alla musica arrivavano alle mie orecchie le urla strazianti di una gran parte di prigionieri di guerra sardi e filistei che su cui i soldati egizi, o perchè erano ubriachi o per ordine dei loro superiori, infierivano con orribili torture che si concludevano con l’amputazione dei genitali, dei piedi e delle mani e che si concludevano lasciandoli morire dissanguati dopo che ad essi venivano cavati gli occhi con la punta di un pugnale.
Vidi anche, vicino al campo dell’esercito egizio, il vasto recinto illuminato da numerosi fuochi dove, sotto la vigile sorveglianza di numerosi armati egizi, era stata ammassata la maggior parte dei prigionieri di guerra costituita da migliaia e migliaia di Sardi e Filistei che erano stati lasciati ancora vivi per essere esibiti all’oltraggioso ludibrio del popolo egizio nel corso della marcia trionfale che sicuramente Ramses, come Meremptah, avrebbe fatto dal luogo della battaglia sino alla splendida città di Tebe.
Rattristato da questa vista mi allontanai da quel luogo per proseguire verso Menfis.
Giunsi nelle vicinanze della città alle prime luci dell’alba, dopo aver camminato per due lunghe notti attraverso un cammino che era stato faticosissimo nel corso del quale mi ero esclusivamente nutrito dei datteri che riuscivo a far cadere dalle palme e mi ero dissetato con l’acqua semifangosa del Nilo.
Fui costretto a lasciare il deserto per percorrere la strada principale che conduce alla città dove, contrariamente alle mie aspettative, anche se erano le prime luci dell’alba, vi trovai un grande traffico di persone, di carri ed animali che in maggior parte trasportavano ogni genere di derrate alimentari necessarie alla popolazione di Menfis.
Capienti gerle colme di frutta e di ogni sorta di ortaggi assieme a capienti, gabbie di canna piene di oche starnazzanti o di altro generi di pollame, venivano trasportate da carri che procedevano lentamente trainati da buoi dalle lunghe corna lunate o sul dorso di asini dal manto scuro che ragliando andavano più svelti sotto qualche nerbata dei rispettivi padroni.
Molti erano i contadini, sicuramente quelli più poveri, che trasportavano i prodotti dei campi sulle loro spalle i quali anche se procedevano faticosamente a gruppi di due o tre, non facevano altro che parlare con una certa euforia.
Poichè conoscevo molte parole del loro dialetto, sia perchè discutevano lietamente e in maniera eccitata come se avessero scampato un grande pericolo; poiché ripetevano spesso le parole Shardana e Phelet che nella loro lingua significano rispettivamente Sardi e Filistei., compresi che il loro argomento del giorno era la notizia della vittoria conseguita dal faraone Ramses più con l’astuzia che con il valore.
La notizia che il faraone a Magdil aveva salvato l’Egitto distruggendo interamente la potente flotta sardo-filistea, correndo di bocca in bocca, si era sparsa lungo tutte le regioni bagnate dal Nilo; pertanto, nel giorno che stava arrivando in tutti i templi di ogni città egizia, i sacerdoti si preparavano a celebrare grandi riti di ringraziamento a tutti gli dei dell’Egitto ed, in particolare, ad Ammon, padre divino dello stesso Ramses.
Di certo quella gente mi avrebbe fatto a pezzi all’istante se avesse sospettato che ero un sardo; tuttavia ero abbastanza tranquillo perchè per la forte abbronzatura del mio volto e per la veste di contadino che indossavo, il mio aspetto non destava alcun sospetto.
Benchè mi reggessi in piedi, camminavo a stento poichè i frequenti attacchi di diarrea che mi aveva colpito avevano oltremodo indebolito le mie gambe.
Per il misero stato in cui ero ridotto, non di certo avevo l’aspetto di un pericoloso e terribile guerriero nemico; ero molto sporco ed avevo il volto bruciato dal sole e pieno di piaghe; dovevo sembrare un misero accattone che si trascinava a stento appoggiandosi sul bastone della zappa; pertanto dovevo destare in chiunque più pietà che paura.
Infatti, uno dei tanti contadini che percorrevano la mia stessa strada per recarsi a Menfis per vendere i prodotti della loro terra, si era fermato per chiedermi che cosa mi era capitato ed io, anche se compresi quel che mi diceva, per non essere tradito dalla mia pronuncia, finsi di essere muto e gli risposi con cenni per fargli capire che ero ammalato, al che lui, prima divise con me il pane d’orzo che stava mangiando e, poi, mi fece cavalcare uno dei suoi asini permettendomi così di entrare indisturbato nella città, poichè gli uomini di guardia presso il grande portale d’ingresso credettero che io fossi un suo aiutante.
Entrato in città lasciai il contadino salutandolo con un sorriso accompagnato da un cenno di mano, per dirigermi verso l’abitazione di Semira; anche se erano ancora le prime luci dell’alba molti dei suoi abitanti erano già in piedi per spazzare e lavare le strade principali della città che venivano anche addobbate con rami di palme, drappi di stoffe colorate e grandi festoni di fiorii, perchè nel corso della giornata dovevano essere attraversate da Ramses III con tutto il suo esercito vittorioso; in particolare, era stata molto abbellita la lunga e larga strada che conduceva dalle porte settentrionali alla vastissima piazza centrale dove si ergeva il maestoso tempio del dio Ammon.
La notte precedente, infatti, era giunto a Menfis un messaggero per comunicare alle autorità civili e religiose locali che il giorno successivo la città sarebbe stata raggiunta da Ramses con tutto il suo esercito per celebrarvi nel tempio del suo divino genitore un solenne rito di ringraziamento per la grande vittoria conseguita sui Sardi e sui Filistei.
Dopo essermi accomiatato dal buon contadino, raggiunsi facilmente la casa di Semira poichè era ubicata in una via secondaria dietro la grande piazza su cui si affacciava maestoso il tempio del dio Ammon.
Quando venne ad aprirmi, subito dopo avere bussato alla porta, ella non mi riconobbe per il mio aspetto miserevole e mi mise un siclo di rame in mano credendo che io fossi un accattone morto di fame.
Mi riconobbe quando udì la mia voce perchè, rendendole il siclo esclamai:
" Ho bisogno di aiuto e non della tua elemosina ! "
Con grande apprensione mista a paura, mi fece subito entrare in fretta nella sua casa chiudendo rapidamente la porta dietro di sè per farmi subito sedere presso un tavolo dove, dopo essere stato rifocillato, le raccontai come ero scampato alla battaglia per giungere da lei in quelle pessime condizioni; conclusi in fine il mio racconto dicendole:
" Non voglio compromettere la tua vita con la mia presenza in questa casa; se me lo concederai resterò in questa casa solo alcuni giorni per riprendere le mie forze e poi andrò via subito verso il mare per imbarcarmi in qualche nave per fuggire dall’Egitto. "
Semira si accorse che ero ferito ed allora volle estrarmi dal petto la punta di freccia e medicarmi subito con le sue mani, ma poichè in casa non aveva unguenti medicamentosi chiese alla madre di andare a chiederli in prestito da qualche vicino; ella uscì dalla casa per farvi ritorno dopo mezz’ora per portare alla figlia ciò che le aveva chiesto, senza dire che lo aveva avuto da Kaleb dopo avergli detto che ero in casa della figlia bisognoso di cure.
Infatti, quell’uomo, dopo la mia partenza dall’Egitto, era ritornato a Menfis con una grande somma di danaro con cui aveva acquistato una bellissima casa ubicata a breve distanza da quella di Semira.
Intanto, fuori della casa di Semira,come in tutto il resto della città, improvvisamente si udì l’eco lontano di centinaia di trombe che squillavano all’unisono accompagnate dai rimbombanti e cadenzati battiti dei tamburi, annunciò l’arrivo del faraone con tutto il suo esercito e con un’interminabile stuolo di prigionieri di guerra.
Lo annunciava la sua avanguardia costituita da cento trombettieri a cavallo e da altrettanti etiopi che li seguivano a piedi con passo svelto percuotendo ritmicamente i loro tipici tamburi fatti con la pelle dei leoni.
Quel frastuono si faceva sempre più forte, via via che l’esercito di Ramses si avvicinava alle porte settentrionali della città, richiamando tutta la popolazione, senza distinzione di età, di sesso e di ceto sociale, che con gioiose grida di esultazione, agitando in aria mazzi di fiori o teneri rami di palmizi, si riversava nelle strade per l’arrivo imminente del faraone, sapendo che lo potevano acclamare inchinandosi al suo passaggio senza osare guardarlo in viso come era dovuto al figlio del dio Ammon.
Proprio quando ero stato già medicato e fasciato da Semira, mentre il clamore si era fatto più assordante indicando che Ramses era arrivato a Menfis, con un rumoroso schianto la porta della casa di Deborà venne abbattuta con una spallata per fare apparire la losca figura di Kaleb il quale, indicandomi con un dito a cinque guardie armate egizie, gridava:
"Arrestatelo! Arrestatelo è un ufficiale sardo. "
Subito gli Egizi si gettarono su di me e mi immobilizzarono legandomi le mani dietro la schiena ed allora, improvvisamente, Semira, come una furia aggredì Kaleb e lacerandogli il volto con le sue lunghe unghie, lo sputò ripetutamente sul volto, urlando:
" Sporco traditore che tu sia maledetto dal nostro Dio per l’eternità. "
Allora quell’infame traditore col volto impassibile e con mossa fulminea estrasse dalla cintola un affilato pugnale col quale, sotto i miei occhi, sgozzò la povera Semira dopo averla afferrata per i capelli.
Poi fece altrettanto con la madre per dire infine alle guardie egizie che mi stavano trascinando via:
" Dite al vostro comandante che a me spetta la casa di queste spie perchè ho fatto giustizia di esse. "
Le guardie egizie non mi uccisero, nè mi condussero in prigione, ma nella larga strada dove stava sfilando l’esercito vittorioso per consegnarmi a due armati i quali mi inclusero immediatamente fra gli altri prigionieri di guerra sardi che ,con le mani legate dietro la schiena e legati per il collo l’uno dietro l’altro con lunghe corregge di cuoio che puzzavano ancora di sterco bovino, a suon di nerbate seguivano la biga dorata di Ramses III.
Gli Egizi ci fecero sfilare in ogni città importante attraversata dalla strada che da Menfis conduceva alla capitale Tebe, dove Ramses assieme all’alto clero celebrò il suo vero e proprio trionfo innanzi al più grande ed importante tempio del dio Ammon.
Fu proprio a Tebe che nuovamente desiderai la morte quando, con tutti gli altri prigionieri fui costretto a sfilare sotto il sole cocente, fra due ali di folla esagitata accompagnati con insulti, colpi di bastone, sputi in faccia e lancio di escrementi umani che ci colpivano in ogni parte del corpo rendendoci ripugnanti anche a noi stessi.
Fu allora che desiderai di morire perchè mi rendevo conto che ero ridotto a meno fi nulla.
Malgrado ciò quando una nerbata delle guardie egizie mi lacerò a sangue la pelle delle spalle, io stavo per cadere in terra per la debolezza ma il timore di essere subito ucciso con un colpo di mazza in testa, come ogni altro prigiomiero che non era più in grado di camminare, mi diede la forza di mantenermi in piedi.
Allora, la mia mente e la mia anima furono rapite da un bellissimo ricordo che mi salvò la vita perchè, insieme alla forza di proseguire, mi dette anche la speranza di poter un giorno fuggire da quell’inferno.
Fu il dolce ricordo della bellezza e della verde frescura della mia terra natia dove potevo tuffarmi in un fiume senza rischiare di essere divorato dai coccodrilli, dove potevo dormire in un campo senza essere morso da serpenti velenosi e dagli sciacalli o punto mortalmente da grossi scorpioni velenosi, dove in un una sorgente potevo bere acqua fresca e cristallina, dove la gente viveva semplicemente secondo le leggi della natura, senza sfarzo, senza essere ossessionato dal pensiero della morte e senza essere avida di ricchezze, che mi fece capire che per tanti anni ero vissuto in un paradiso naturale senza essermene reso corto.
Fu allora che rimpiangendo amaramente di essere partito dalla mia sarda terra, con tutta la mia forza di volontà desiderai farvi ritorno prima di morire e questo desiderio fu tanto intenso da darmi la forza di proseguire sotto le nerbate delle guardie egizie.
Dopo la grande parata trionfale di Ramses III, i soldati egizi ci condussero in un vastissimo piazzale circondato da alte mura ubicato presso il maestoso tempio di Ammon, solitamente utilizzato come mercato; lì, dopo averci fatto sedere per terra, lasciandoci sempre con le mani legate dietro la schiena, ci ingiunsero di non muoverci per nessuna ragione pena la vita e per dimostrarci che non stavano mentendo ci indicarono le file di arcieri disposti sulle mura con gli archi ben tesi, pronti a lanciare i loro dardi contro chi avrebbe appena appena disubbidito a quell’ordine.
Infatti, un guerriero filisteo che si era alzato in piedi per chiedere dell’acqua, forse perchè non aveva udito o capito quell’ordine, venne subito abbattuto da diverse frecce, per cui, da quel momento in poi, ogni prigioniero restò del tutto immobile come se si fosse mutato in pietra.
Sardi e Filistei eravamo tutti mischiati insieme e ci tennero in quel luogo senza acqua e cibo, prima sotto i raggi cocenti del sole, e, poi, nel freddo pungente per tutto il corso della notte; il tanfo intorno a noi era insopportabile non solo perchè la maggior parte di noi, in ogni parte del corpo aveva ancora la roba marcia e gli escrementi umani e animali che la popolazione di Tebe ci aveva lanciato addosso quando ci avevano fatto sfilare per le vie della città nel corso della parata trionfale di Ramses, ma anche perchè nel luogo erano presenti diversi cumuli di immondizie di ogni genere costituite in prevalenza da resti di ortaggi, di frutta e di macellazione pieni di vermi e di insetti d’ogni genere, che marcivano all’aperto.
Eravamo tutti distrutti fisicamente e moralmente, ma coloro che fra di noi stavano peggio erano quelli che avevano le ferite infettate ed erano febbricitanti e farneticavano.
Non pochi invocavano la madre o qualche altra persona cara, altri maledivamo il momento in cui si erano lasciati catturare vivi dagli Egizi.
In quel generale grave stato di malessere vi fu anche qualche prigioniero, fra i più deboli, che si suicidò alzandosi in piedi per essere subito trafitto a morte dai dardi scagliati dai sorveglianti.
Io, come la maggior parte dei miei compagni di sventura, rimasi tutta la notte insonne, per la sete ed il freddo per cui il mio pensiero, a tratti, correva nel passato facendomi rimpiangere ancora una volta la mia terra ed i giorni lieti ivi trascorsi; ma poi venne alla mente anche qualcosa di brutto e poichè mi parve di sentire risuonare nelle mie orecchie la voce disperata di Izzana allorchè, scrutando le acque del fiume Arara, invocava il nome di Gidili.
Allora pensai che mi trovavo in quella disperata condizione di prigioniero di guerra perchè stavo pagando la colpa commessa nell’uccidere suo figlio.
Poi, vinto dagli stenti, il mio pensiero, assieme ai ricordi del passato, lentamente si dispersero in un quasi nulla che corrispondeva ad uno stato di profonda stanchezza e di stordimento; non era nè veglia e nè sonno, nel quale quasi accasciato su me stesso rimasi sino a quando i primi raggi del sole portando un lieve tepore sul mio corpo rattrappito dal freddo, ridestandone tutti i suoi sensi.
Con l’arrivo dell’alba la nostra situazione parve migliorare un poco, perchè qualcuno si era ricordato di noi e, pertanto, arrivarono in quella piazza diversi carri carichi di giare piene di acqua che venne distribuita fra noi da numerosi schiavi nubiani i quali via via provvedevano anche a ritirare i cadaveri di coloro che erano stati uccisi dalle frecce delle sentinelle.
Ogni coppia di questi schiavi era accompagnata da un soldato egizio munito di una pesante mazza di selce con la quale veniva colpito a morte ogni prigioniero infermo non più in grado di provvedere a se stesso.
Prima ancora che, tutt’intorno a quel puzzolente carnaio umano di cui io facevo parte, venissero accese centinaia di torce in modo da evitare che qualcuno di noi potesse fuggire profittando dell’oscurità e contemporaneamente venisse anche effettuato il cambio di guardia degli arcieri addetti alla nostra sorveglianza, arrivò un ufficiale egizio con numerosi armati, i quali, dopo averci ordinato di alzarci in piedi, poichè avevano schifo di toccarci con le mani per lo sterco che avevamo addosso, spingendoci con la punta delle loro lance ci divisero a gruppi di cento e ci portarono via da quel luogo
Il gruppo nel quale ero inserito fu il primo ad essere condotto via dalla piazza del mercato presso un ampio canale di derivazione delle acque del Nilo utilizzato per irrigare i campi del circondano di Tebe, dove, senza essere slegati, ci ordinarono di immergerci tutti insieme nell’acqua sino al collo per essere ripuliti dagli schiavi nubiani dal fetore e da ogni sporcizia che ricopriva i nostri corpi.
Quando ci riportarono nella piazza del mercato, la ritrovammo ben pulita e meno gremita di nostri compagni di sventura perchè la metà di essi, per lo Filistei, non avevano fatto ritorno dopo essere stati portati via.
Fra i prigionieri filistei ancora presenti nella piazza vi era Jarben ed era disperato poichè fra coloro che non vi avevano fatto ritorno vi era anche il fratello minore; pertanto lui temeva per la sua sorte.
Jarben non aveva chiuso occhio tutta la notte e aveva il volto costantemente rivolto verso l’ingresso della piazza ascoltando ogni rumore e controllando ogni movimento; aspettava il ritorno del fratello; ascoltava i rumori provenienti dall’ingresso della piazza sperando di udire il ritorno del gruppo di prigionieri di cui faceva parte il fratello, ma le sue speranze vennero sempre deluse perché, dopo una certa ora, nessun altro gruppo di prigionieri fece ritorno nella piazza.
Lo trovai accovacciato su se stesso ed era triste ; quando gli chiesi cosa avesse mi rispose:
" Ho un brutto presentimento! Sento che qualcosa di terribile è capitato a mio fratello; sento che forse non lo rivedrò mai più. Sento che.........."
A questo punto, però, egli non poté aggiungere altro perchè accompagnato dallo schioccare di uno scudiscio, urlando a squarciagola una sentinella egizia presso di noi, ci ordinò di fare silenzio e di alzarci in piedi perchè nella parte della piazza rimasta sgombra erano arrivate due bighe; queste erano rispettivamente montate da ufficiali egizi e da uomini privi di armi e dal cranio rasato che portavano sulle spalle una pelle di leopardo a modo di mantello sopra una lunga e candida veste di lino, stretta ai fianchi da una larga cintura dorata che terminava con due fasce frangiate pendenti.
Questi ultimi erano dei semplici sacerdoti che accompagnavano un altro personaggio più anziano il quale, per la vistosa croce ansata d’oro, simbolo della vita eterna, che gli pendeva sul petto, si rivelava per il sommo sacerdote del tempio di Ammon di Tebe.
Come appresi successivamente, il suo nome era Kije e, dopo il faraone, era l’uomo più potente d’Egitto perchè comandava su tutti i sacerdoti dei templi egizi e attraverso essi controllava tutte le ricchezze di quella terra.
Una di quelle bighe si staccò dalle altre e su di essa, oltre all’auriga vi era un uomo sulla cinquantina che non sembrava un egizio per l’aspetto fisico e per il diverso modo di vestire: indossava una semplice veste sbracciata e attillata, di pelle di vitello, che gli arrivava al di sopra delle ginocchia, molto simile a quelle usate da noi sardi; non portava con sè armi, ma per il suo aspetto severo, si capiva che era un militare.
Trainata da due cavalli bai che avanzavano trotterellando, la biga passò innanzi alla massa dei prigionieri di guerra, mentre lui, con sguardo quasi sprezzante, pareva quasi volerli fissare ad uno ad uno.
Le sentinelle che ci sorvegliavano, al suo passaggio, si ritiravano presso i prigionieri ed io udii che una di queste dire all’altra:
" Costui è Kush, La Mano Armata del Faraone. "
La biga percorso tutto il fronte della moltitudine dei prigionieri con una rapida inversione, tornò indietro e si fermò davanti a me ad una distanza tanto breve da permettermi di vedere il suo viso chiaramente; viso che per molto versi mi ricordava qualcuno che conoscevo.
Il genere stesso della abbronzatura rivelava che doveva avere una carnagione chiara e ciò veniva confermato anche dal colore dei suoi occhi che era verdognolo come quello che ha il mare presso bassi fondali sabbiosi della mia terra.
Anche se era uno straniero doveva rivestire in Egitto una carica di grande importanza perchè le sentinelle e gli stessi ufficiali egizi addetti alla nostra sorveglianza al suo passaggio si inchinavano in segno di riverenza.
Appena la biga si era fermata, quell’uomo, dopo aver alzato il braccio destro quasi ad ordinare un silenzio assoluto, con voce imperiosa incominciò a parlare, ma dalla sua bocca anzichè parole dal tono morbido ed aspirato della parlata egizia, uscirono parole dal suono duro in un perfetto sardo.
" Odano tutti i Sardi qui presenti, sconfitti e piegati dalla gloria di Ramses, che essi sono ancora in vita perchè il faraone ha ammirato il grande valore da loro mostrato nel combattimento. Pertanto, tutti coloro che intendono ringraziare la magnanimità del grande Ramses ponendosi al suo completo servizio alzino un braccio per essere liberati dalle guardie e si facciano avanti perchè riacquisteranno immediatamente, non solo la loro libertà, ma anche una vita più comoda e felice che non hanno mai conosciuto nella propria vita e nella propria terra. "
Dette queste parole, l’uomo tacque per vedere l’effetto da esse suscitato contando il numero di braccia che erano state alzate dai prigionieri; ma quando constatò che esse erano poche, con voce molto contrariata aggiunse:
" Vedo che la maggior parte di voi è costituita da uomini che non sanno essere molto riconoscenti nei confronti del faraone per avervi risparmiato la vita, ma sappiano costoro che per essere stati sconfitti essi sono diventati uguali a oggetti o animali di sua proprietà di cui egli potrà disporre a proprio piacimento e per la loro irriconoscenza, come già ha decretato, saranno dati tutti in dono al dio Ammon. Pertanto, da questo momento in poi, tutti coloro che non hanno alzato il braccio per seguirmi saranno proprietà del Sommo Kije che è qui presente per prenderli in consegna e per fare di essi ciò che meglio vorrà. "
Dopo di che, mentre stava per ordinare all’auriga di partire, il suo sguardo casualmente si incontrò con il mio; sino allora l’avevo guardato, non so perchè, con un misto di ammirazione e di disprezzo.
Allora lui, prima trasalì un pò sorpreso ed incuriosito, poi, reggendo fermamente il mio sguardo, mi chiese:
" Tu giovane sardo, dimmi perchè non hai alzato il braccio ? " al che, io fissandolo intensamente, senza pensarci e quasi di getto gli risposi.
" Perchè sono sardo e non un traditore che si vende al nemico! " al che egli, divertito, fece partire la biga esclamò:
" Sei stupidamente spavaldo perchè non sai cosa ti aspetta . "
Appena si allontanò dalla piazza subito seguito da coloro che avevano accettato di mettersi al servizio del faraone, da una delle bighe rimaste nella piazza scesero due sacerdoti che si misero a contarci, mettendo da parte i più deperiti; li seguiva uno scriba per annotare in un papiro tutto ciò che essi gli dettavano.
Ci chiesero nome, età e luogo di provenienza, anche se in quella piazza eravamo per la maggior parte sardi poichè quasi tutti i Filistei erano stati portati via la notte precedente.
La conta dei prigionieri rimasti nella piazza durò alcune ore e appena ebbe termine il rotolo di papiro con tutte le annotazioni venne consegnato al Sommo Kije il quale, dopo averlo letto attentamente, ordinò che fra di noi venissero selezionati duecento uomini giovani e robusti, fra i quali fummo annoverati anche io e Jarben, per essere mandati in dono ad un personaggio chiamato Nefer-Kemet.
Poiché la parola nefer in lingua egizia significa bella e si accompagna quasi sempre a un nome femminile, tutti coloro che fecero parte di questa selezione ne furono lieti perché credevano di dover andare a servire qualche nobile signora egizia, magari in una delle numerose e magnifiche ville del circondario di Tebe, ma la loro illusione non durò a lungo perchè una delle sentinelle, facendosi beffa di loro li informò che Nefer-Kemet era un maschio e, per le sue particolari inclinazioni femminili, era diventato il prediletto del Sommo Kije che era padrone di tutte le cave del territorio di Tebe.
Che ciò fosse vero ce ne rendemmo conto alcune ora dopo, quando venimmo prelevati da una numerosa scorta armata per essere condotti dalla parte opposta di Tebe dove, presso il deserto, sono presenti le cave che forniscono la maggiore parte del materiale da costruzione.
Per raggiungere la cava uscimmo dalle porte occidentali della città dove ci attendeva uno spettacolo tanto orribile che difficilmente potrà essere dimenticato da chi lo ha visto.
Infatti, appena varcammo la porta, mentre i soldati che erano lì di guardia, ammiccandoci, esclamavano.
" Questi sono i fortunati! " udimmo subito dietro di noi numerosi lamenti umani che ci fe cero voltare lo sguardo per vedere le alte mura della cinta urbana contornate da una serie quasi interminabile di esseri umani che erano stati lì appesi per essiccare al sole.
Fra costoro, malgrado la distanza, oltre che alcuni filistei che si trovavano vicino a me nella piazza del mercato, riconobbi anche lo stesso fratello di Jarben, ma a quest’ultimo non dissi nulla, per evitargli un grande dolore e perchè lui sicuramente per correre dal fratello si sarebbe ribellato agli uomini di scorta i quali lo avrebbero immediatamente ucciso senza pensarci due volte.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo VIII
 
 
Nefer-Kemet si rivelò per quello che era sin dal primo momento che comparve innanzi a noi con il suo inseparabile scudiscio.
Arrivò poco dopo di noi nella cava ubicata presso la Città dei Morti, alla guida del suo leggero e veloce barroccio tirato da un cavallo più nero della notte, e appena mise piede a terra, volle subito vedere il dono inviatogli dal sommo sacerdote Kije.
Accompagnato da alcuni uomini armati, fece all’improvviso la sua comparsa innanzi al riparo fatto con rami di palma, dove seduti per terra, in disparte dagli altri schiavi, stavamo consumando, dopo tanta fame, un misero pasto costituito da una pagnotta d’orzo e da una ciotola piena di zuppa di cipolle, e facendo schioccare in aria il suo scudiscio ci ordinò di alzarci subito in piedi.
Ci passò in rassegna ad uno ad uno, avanzando con passi piccoli e quasi ancheggiando, analizzando attentamente ogni parte del nostro corpo: era un uomo di circa trentanove anni, alto, magro e il suo sguardo ambiguamente perfido non rivelava nè i suoi pensieri, né i suoi stati d’animo, dal volto molto curato, tale era nella persona e nell’abbigliamento; benchè indossasse una veste maschile era acconciato come una donna con vistosi e preziosi monili e con un trucco esagerato nelle guance, negli occhi e nelle labbra.
Nel vedere una







Capitolo I
Io Jolao mi sono destato da un dolce e profondo sonno senza sogni, durato chissà quanto, per ritrovare me stesso in uno stato confusionale di coscienza mista ad incoscienza che nulla ha di normale perché, anche se vedo e capisco tutto ciò che è intorno a me, non ricordo nè da dove vengo, nè quando e dove mi sono addormentato.
So di essere sveglio, ma stranamente non avverto le normali sensazioni che solitamente ho del mio corpo; non sento nè i miei arti, nè il mio capo e con esso tutto il resto del corpo.
Mi sembra di non avere nè labbra per parlare, nè occhi per vedere e, così pure, orecchie per udire, anche se ho la certezza di poter parlare, vedere ed udire.
Non sento più il mio respiro e il battito del mio cuore; mentre allo stesso tempo mi sento anche semicosciente perché non riesco a capire dove mi trovo.
Tuttavia, anche se non so dove sono, ho la chiara percezione di essere in un luogo al di fuori della realtà in cui sono sempre vissuto.
E’ un luogo strano che ha dell’irreale poiché mi appare come uno spazio indefinito senza precisi contorni; è un luogo che sembra completamente avvolto dalla nebbia, dove non c’è alcun punto di riferimento perché non riesco a vedere nè la terra con i suoi alberi, le sue pianure e le sue montagne, nè il cielo con le sue nuvole e con il sole, nè il mare con le sue onde.
Poichè, ad un certo punto, ciò inizia a destare in me un disagio, mi muovo rapidamente in ogni direzione per allontanarmi da quel luogo; voglio fuggire da quel denso grigiore nebuloso, poichè esso rendendosi sempre più intenso fa sorgere in me un senso di angoscia misto a timore.
Ma poi, mentre il timore tende a trasformarsi in un vero e proprio spavento, ansiosamente continuo a muovermi da una parte all’altra sperando d’incontrare qualcuno che mi guidi nel farmi ritrovare la natura che ho sempre conosciuto.
Ben presto mi rendo conto che ogni mio sforzo per fuggire lontano da questo posto orribile è inutile, poiché esso sembra delimitato dal nulla sino all’infinito; alla fine, vengo colto, prima dalla disperazione e, poi, da un vero e proprio panico molto simile a quello che si prova quando si è in preda ad un incubo spaventoso.
Mentre questo senso di panico diventa sempre più intenso sino al punto di annichilire il mio io, quasi d’incanto, improvvisamente mi sento sollevare al di sopra di quel grigiore da una forza misteriosa; è come se tante persone amiche ed invisibili, mi spingessero con tutte le loro forze per farmi evadere da questo luogo orribile per farmi ritrovare alla fine in un nuovo luogo .
E’ un luogo più piacevole e rassicurante dove brilla una dolce e tiepida luce, anche se non c’è il sole e dove, anche se non c’è il mare, spira una fresca brezza marina e risuona un fragore simile a quello delle onde che si infrangono contro gli scogli.
Qui tutto è diverso dal luogo in cui mi trovavo prima; ora ho, nel più profondo del mio io, la chiara sensazione che ci sia tutto, anche se intorno a me non vedo nulla; non c’è nulla che mi infastidisce o che crei in me disagio e disappunto; anzi è proprio un luogo che desta in me una grande serenità.
Il senso di panico provato prima è scomparso e mi sento piacevolmente rilassato e tranquillo; sento anche in me una tale leggerezza che mi inebria totalmente perché mi lascia credere che, al solo volerlo, posso librarmi in aria leggero come una piuma o di volare più veloce delle stridule rondini che sfrecciano nel cielo quando in primavera fanno ritorno ai loro nidi da lontane contrade che si trovano a sud oltre il mare.
In questo stupendo ed insolito stato di leggerezza, sento di esistere ancora, ma con sensazioni molto diverse da quelle, sinora, avvertite nel corso della mia vita: ritrovo in me una capacità di percezione che è mille e mille volte ancora più grande di quella che normalmente ho sempre posseduto poiché ho la sicurezza di poter abbracciare e capire la realtà dell’intero universo con tutta la grandiosa molteplicità della vita che pulsa in esso.
Cos’ì inspiegabilmente mi convinco di trovarmi in un luogo dove è presente tutto il meglio di ciò che mi è sempre piaciuto; pertanto, via via che la mia vista va esplorando ogni suo angolo vicino e lontano, rivivo intensamente ogni sensazione piacevole del mio passato.
Rivivo, quasi in modo piacevolmente eccitato, i giuochi delle mia fanciullezza, le ore spensierate ed allegre della mia giovinezza, gli abbracci, i baci e le carezze passionali che ho dato e ricevuto dalle donne che ho amato e le soddisfazioni che hanno accompagnato i successi della mia carriera.
Rivivo, soprattutto, la gioia esaltante delle vittorie che ho conseguito nelle piccole e nelle grandi battaglie e l’orgogliosa e vanitosa soddisfazione che ho provato quando il mio nome veniva esaltato e lodato dalle acclamazioni delle mie truppe e dal ludibrio festoso delle folle che assistevano alle parate militari dei miei trionfi.
Risento, oltre che il piacere che ho sempre provato ogni qualvolta la brezza marina ha accarezzato il mio volto, l’inebriante profumo primaverile della campagna in fiore, la dolce tristezza che hanno sempre destato in me gli infuocati tramonti della mia terra; quei tramonti che hanno sempre destato nella mia anima il desiderio di seguire il sole oltre il lontano orizzonte per vedere se c’era un mondo migliore di quello quotidiano.
A queste sensazioni fa anche seguito il senso di libertà che ho provato ogni volta che il mio sguardo incantato è stato rapito dalla visione dell’infinita bellezza di un limpido cielo stellato.
Mentre tutte queste sensazioni eccitano piacevolmente la mia anima, mi rendo conto di trovarmi in un luogo in cui sembra che siano custoditi i momenti migliori della mia vita.
Anche qui mi aggiro cercando un qualcosa che mi ricolleghi alla mia normale esistenza quotidiana, ma anche se stranamente ricordo tutti i momenti più lieti o felici della mia vita, non vedo, tuttavia, alcunchè di reale.
Vedo, invece, all’improvviso, scorrere innanzi a me tutta la mia esistenza come davanti ad un gigantesco scenario di cui io ed io solo, allo stesso tempo, sono non solo l’unico spettatore, ma anche il protagonista principale.
Tutto il mio passato inizia a scorrere progressivamente innanzi alla mia coscienza a partire dal giorno in cui sono nato con tutte le percezioni, stati d’animo, pensieri e sentimenti che io ho provato; scorrono innanzi a me, non solo avvenimenti da tempo completamente dimenticati, ma anche tutto ciò che ho detto e fatto nell’occasione; rivedo ogni azione che ho compiuto nel corso della mia vita con tutto il male ed il bene che ho fatto non solo agli altri ma anche a me stesso sotto una luce ed una comprensione ben diverse da quelle in cui ho vissuto.
Dei miei giorni andati, oltre i più importanti avvenimenti, vedo anche quelli che ritenevo insignificanti e mi rendo conto che molti di questi ultimi hanno avuto nella mia vita un peso determinante.
Io Jolao sono nato nella sacra terra dei Sardi che è anche la terra che ho tanto amato e che amerò oltre me stesso perché essa sempre è stata e sarà la parte più importante della mia anima.
Sono nato in quella grande isola che si trova al centro del mare fra il settimo e l’ottavo arco occidentale, di fronte ed a breve distanza dalla calda e sconfinata Terra dei Libu dai biondi e lunghi capelli, dove presso il deserto trovi talvolta le verdi palme dei dolci datteri.
Sono nato 45 anni or sono nella stupenda isola che dai Sardi prende nome di Sardinia ed è indicata dalle genti vicine e lontane come Terra dei Re del mare o Grande Verde perché le sue navi controllano il mare da oriente ad occidente e da nord a sud e perché la maggior parte del suo territorio appare colorata di un verde quasi perenne delle coltivazioni che danno due raccolti all’anno e dei boschi secolari che si estendono dalle coste alle montagne, entro i quali abbondano cervi, cinghiali e piccoli e veloci cavalli selvatici dalle brune criniere.
Sono venuto al mondo in un piccolo abitato lontano dalle coste che si chiama Asun ubicato in una piccola vallata dominata da un non vasto altipiano chiamato Orrile compreso in quella regione centro meridionale dell’Isola che appartiene a quei Sardi che da un loro antico e glorioso antenato si fanno chiamare Ardai ai quali io sono sempre stato orgoglioso di appartenere.
Sono stato partorito nel cuore della notte di un giorno maledettamente infausto che era stato preannunciato in tutta l’Isola da numerosi, insoliti e gravi avvenimenti premonitori di un terribile e quanto mai funesto evento che colpì tutto l’intero popolo dei Sardi e con esso anche gli Ardai.
La notte che precedette quella della mia nascita, la Terra dei Re del Mare, da un capo all’altro, venne sconvolta da un rovinoso temporale che portò un disastroso nubifragio di cui a memoria d’uomo non si ricordava l’uguale, nel corso del quale in molte località, mentre si verificava il sinistro prodigio di una pioggia dal colore uguale a quello del sangue, la terra tremò ripetutamente per cui in vari abitati non solo crollarono molte case ma anche alcuni grossi nuraghi vicini e lontani furono lesionati.
In quella terribile notte nell’Isola si scatenarono rovinosamente le forze della natura e quelle degli inferi poichè alla luce dei lampi, le ombre dei morti con sembianze alterate dal terrore, furono viste un pò ovunque, uscire dai loro sepolcri per arrampicarsi nei picchi rocciosi emettendo urla spaventose che risuonarono ovunque fra i sibili del vento, i tuoni assordanti e lo scrosciare della pioggia.
Si verificarono dei fatti soprannaturali, mai uditi prima, anche in molti santuari isolani dove vengono venerati i corpi ancora integri dei nostri più grandi eroi che con aspetto di persone dormienti paiono aver vinto la morte per tramandare ai posteri la storia gloriosa del popolo dei Sardi.
Si narra, infatti, che, dopo la terribile tempesta di quella notte, molti di essi siano stati ritrovati nelle loro cripte con il volto irrigato da lacrime di sangue stillate da i loro occhi anche se chiusi dal sonno della morte.
In quella terribile notte, anche ad Asun e nel suo circondario si verificarono sconvolgenti fenomeni soprannaturali che impaurirono oltremodo la gente: tre folgori susseguenti, con fragorosi boati, colpirono nell’abitato le tre alte e sacre stele di pietra per abbatterle a terra una dopo l’altra.
Alla fine del temporale, quando una sacerdotessa, al primo sorgere del sole, entrò nella sacra dimora del dio Maimone per attingere dal pozzo sacro l’acqua necessaria per celebrare il rito del mattino, riscontrò che le sue limpide e cristalline acque erano diventate torbide e del colore del sangue.
Inoltre, sempre nel primo mattino del giorno in cui io sono nato, alcuni pastori allarmati e trafelati erano giunti di corsa in paese per riferire che un fulmine aveva scoperchiato la non lontana sacra tomba dei notabili e che nella sua esedra i corvi avevano fatto grande scempio delle offerte votive destinate ai defunti.
Infine , due fulmini, uno dopo l’altro avevano colpito e abbattuto rovinosamente la sacra e alta stele della fertilità che era stata eretta presso l’ingresso dell’abitato
Questi ed altri episodi insoliti avevano convinto le sacerdotesse del dio Maimone che qualcosa di veramente grave stava per succedere nell’Isola.
La gente dappertutto, appena spuntò il sole, si alzò ed uscì per le strade per parlare di quella terribile notte, mentre via via arrivavano le notizie dei gravi danni e dei nefasti prodigi che si erano verificati un pò dappertutto, incominciò ad impaurirsi e ad essere molto preoccupata perché si era convinta che quel giorno avrebbe portato una qualche grossa afflizione a tutto il popolo dei Sardi.
Tuttavia, dopo che le sacerdotesse celebrarono i riti per scongiurare i cattivi presagi, nel corso dei quali furono rialzati i sacri pilastri che erano stati abbattuti dai fulmini e furono rinnovate le offerte votive destinate ai defunti, tutti si dedicarono alle loro solite mansioni quotidiane un pò più tranquillamente, anche perché il tempo si era rimesso a posto e si prospettava una bellissima giornata.
Infatti, dopo le prime luci dell’alba, si era levato un dolce venticello che progressivamente andava spazzando via dal cielo le ultime nuvole cariche di pioggia, permettendo così al sole di intiepidire quella mattinata.
La giornata, comunque, trascorse senza che si verificasse alcunchè di insolito o di grave, sino a qualche ora prima del tramonto; cioè sino a quando i contadini, alla fine della loro giornata lavorativa, dopo aver deposto i loro attrezzi di lavoro, stavano abbandonando i campi per fare ritorno alle loro case; infatti, sullo sfondo dell’orizzonte, proprio poco prima del tramonto, a partire da meridione, mentre il cielo incominciava ad imbrunire e a ricoprirsi ancora una volta di grosse e oscure nubi che preannunciavano l’arrivo di un nuovo temporale, apparvero, prima vaghi e sporadici e, poi, sempre più frequenti, dei segnali luminosi.
Erano piccole luci intermittenti di fuochi che in successione apparvero in ogni altura vicina e lontana ripetuti da un nuraghe all’altro per trasmettere le comunicazioni importanti nel lungo e nel largo di tutto il territorio isolano.
Ovunque la gente era uscita nelle strade per salire nei punti più alti degli abitati da dove era visibile l’orizzonte o la campagna circostante, per osservare sbigottita il quasi interminabile susseguirsi di quei segnali, mentre il cielo ormai diventato completamente oscuro, di tanto in tanto, si accendeva, con echi di tuoni lontani, d’improvvisi lampi che annunciavano che il tempo si stava riguastando.
Un nuovo e forte temporale esteso a vasto raggio, più intenso di quello della notte precedente, stava arrivando, ma nessuno pareva farci molto caso perchè tutti erano molto preoccupati per quei segnali e li guardavano quasi con timore, intuendo che essi stavano comunicando niente di buono; tutti pensavano, cioè, che qualcosa di molto grave era accaduta o stava per accadere poichè mai i segnali trasmessi dai nuraghi erano stati così intensi; mai erano durati tanto a lungo.
Ben presto il timore della gente si rivelò fondato perchè ogni abitato, dopo che la popolazione fu richiamata nella piazza centrale dagli squilli del corno del pubblico banditore per essere informata sul contenuto di quelle comunicazioni, fu triste teatro di scene strazianti: molte persone piangendo si abbracciavano le une con le altre; molte furono le donne che caddero svenute, mentre numerose altre si inginocchiarono singhiozzando e con grida strazianti che nulla avevano di umano, disperatamente incominciarono a strapparsi i capelli, a graffiarsi il volto e a battersi il capo con i pugni.
Ciò perchè quei segnali luminosi comunicavano che un terribile evento si era abbattuto su tutto il popolo dei Sardi: un grande lutto aveva colpito l’intera Isola per portare dolore, pianto e disperazione quasi in ogni famiglia.
Essi, infatti, comunicavano a tutta la popolazione isolana che quel pomeriggio numerosi colombi viaggiatori, partititi da vari centri di comunicazione disposti dai Sardi lungo le coste della Terra dei Libu, erano arrivati a Karalitzu per portare la triste notizia di un grande disastro militare subito dalla coalizione dei Libu e dei Sardi.
Quei messaggi avevano, infatti, fatto sapere che Merenptah , il grande re della Terra di Kem che tutti chiamano anche Egitto, dopo avere sconfitto nei confini occidentali del suo impero un grande esercito dei Libu comandato da Marywer, aveva completamente distrutto in una battaglia navale la numerosa flotta sarda comandata dal nostro Gran Duru Brauro e con essa tutta la nostra grande armata che vi era imbarcata.
Era la stessa flotta di oltre 400 navi provenienti da ogni centro costiero isolano. che, sotto il comando supremo di Brauro, otto mesi prima si era radunata nel grande Golfo di Karalitzu per partire alla conquista, prima, delle isole d’oriente e, poi, della vasta Terra di Hati che si affaccia sul mare davanti ad esse.
Infatti, un grosso esercito, costituito da oltre cinquantamila abili e valorosi guerrieri, che comprendeva il meglio della gioventù maschile sarda, era imbarcato in quella flotta e questo, dopo avere conquistato molte isole grandi e piccole, insieme con altri alleati, era sbarcato nella Terra dei Keretim, per puntare poi verso la vasta terra degli Hittiti dove aveva abbattuto il loro impero.
Gli stessi Sardi, nei mesi successivi, hanno occupato il paese di Canaan per assalire poi dalla terra e dal mare l’Egitto.
I messaggi trasmessi riferivano che di quella grande armata sarda si erano salvate solo quelle poche migliaia di uomini che erano stati lasciati di guarnigione nelle terre già occupate.
Si seppe, poi, che i guerrieri sardi che non erano caduti nel corso della battaglia in cui affrontarono le forze di Meremptah, a migliaia erano stati fatti prigionieri per essere portati a Tebe, capitale della Terra di Kem, dove, dopo avere seguito il carro da guerra del grande faraone nel suo ingresso trionfale, quale monito a tutti i nemici degli Egizi, furono, in parte, dati in pasto ai coccodrilli che infestano le acque del Nilo, ed in parte, appesi per i piedi alle mura che circondano le città per essere lasciati morire essiccati sotto il cocente sole egiziano.
Anche la piazza della piccola cittadella di Asun, come le altre piazze di ogni abitato isolano in quella triste e luttuosa occasione fu teatro di un grande dolore, quando la popolazione venne apprese la notizia del disastro militare subito dai Sardi poichè diverse dozzine di giovani guerrieri del luogo facevano parte della armata di Brauro.
La gente, però, ad Asun non si trattenne molto in piazza sfogando il proprio dolore o il cordoglio per i propri caduti in guerra, non tanto perchè erano già calate le tenebre della notte, ma perchè, mentre veniva sferzata in viso da forti raffiche di vento ed il cielo si accendeva a giorno per i lampi, incominciò a cadere una fitta pioggia mista a grandine.
Era un diluvio che diede luogo ad un generale fuggi fuggi dei presenti che corsero frettolosamente a rifugiarsi nelle proprie abitazioni dove per tutta la notte sfogarono nella tristezza e nel pianto il dolore per tutti coloro che mai più avrebbero fatto ritorno alla loro terra e alle loro famiglie.
Così anche quella notte su Asun si erano scatenate le nuove ire del cielo con un’altra pioggia che si faceva sempre più fitta, mentre l’ululare del vento pareva un canto funebre della natura che esprimeva il cordoglio per la tragica sciagura che aveva colpito i Sardi.
Pioveva a dirotto e sembrava che nella buia piazza non ci fosse più nessuno ma, di tanto in tanto, la luce abbagliante dei lampi accompagnati dai cupi boati dei tuoni, illuminava la figura di una giovane donna che impietrita dal dolore era rimasta inginocchiata in quel luogo anche quando questo era stato abbandonato da tutti; mentre le gocce di pioggia che sferzavano il suo volto si confondevano con le lacrime che le irrigavano il viso.
Quella giovane donna era mia madre Neana, la figlia di Nugreo l’uomo che, per la sua onestà e per le sue grandi capacità, era il personaggio più importante non solo di Asun ma anche di tutto il suo circondario; la figlia dell’uomo che da oltre vent’anni era costantemente rieletto all’unanimità per guidare ed amministrare la vita pubblica della zona.
Mia madre era come impietrita dal dolore perchè, dalie parole del banditore, aveva capito che, con i suoi due fratelli maggiori, era morto anche Irgoi l’uomo che lei aveva amato ed ancora amava più di se stessa; aveva capito che era morto anche mio padre, l’uomo a cui ella si era concessa e che, anche se le aveva promesso che l’avrebbe sposata a breve termine, un mese dopo l’aveva abbandonata per partire per la guerra in cerca di gloria.
La notizia della morte di Irgoi e dei suoi fratelli le aveva, quindi, arrecato un dolore tanto sconvolgente da ridurla in uno stato di confusione confinante con la pazzia e, pertanto, ella, piangendo e con gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto, quasi che il suo spirito lottasse disperatamente per fuggire dalla realtà per non accettare quella sconvolgente notizia che aveva appreso dal banditore.
Neana, rimase a lungo sola in quella piazza sotto lo scrosciare della pioggia quasi senza rendersi conto nè dove era, nè delle condizioni in cui si trovava.
Vi rimase sino a quando la piazza fu attraversata dal vecchio pastore Urpu, che era solito lasciare il suo ovile molto sul tardi per rincasare a notte inoltrata, dopo essersi avvicinato a lei ed aver tentato inutilmente di farla alzare da terra per condurla al riparo dalla pioggia, prima la coprì col suo mantello impermeabile d’orbace e, poi, corse ad avvisare i suoi familiari.
Poco dopo, infatti, accompagnate dallo stesso Urpu, tutte trafelate, arrivarono sul posto la moglie di Nugreo, Arghia e la figlia minore Eria, che era una ragazzina di quattordici anni, per trovare Neana completamente accasciata in una larga pozzanghera formata dalla pioggia.
Arghia, ripetutamente con voce angosciata la chiamò per nome, ma ella non rispose; non era svenuta ma si trovava in uno stato di incoscienza e quasi farneticando le sue labbra bisbigliavano il nome di Irgoi accompagnandolo con altre parole che costituivano ora delle appassionate frasi d’amore ed ora duri rimproveri per essere stata da lui abbandonata.
Allora, Arghia con gli occhi umidi di pianto, con l’aiuto di Eria e del vecchio Urpu, prendendola per le braccia sollevò la figlia e faticosamente la portarono a casa, sempre sotto lo scrosciare della pioggia e le sferzanti raffiche di vento.
Non era trascorso che un breve tempo da quando Neana era stata riportata a casa ed il vecchio Urpu se ne era andato per fare frettolosamente ritorno alla sua casa, quando al suo interno risuonarono dei gemiti di dolore che furono seguiti da un parlare concitato quasi sottovoce di Arghia che durò solo pochi istanti poichè fu interrotto da una imprecazione irata di Nugreo.
Era successo che Arghia, nello spogliare la figlia Neana dalle vesti intrise di pioggia, aveva scoperto non solo che ella aveva abilmente nascosto uno stato di gravidanza avvolgendo strettamente il suo ventre con bende di lino, ma anche che stava per partorire.
Poi tutto fu silenzio per un tempo brevissimo poiché l’uscio della casa si aprì con un cigolio per lasciare uscire ancora una volta Eria, la quale quasi di corsa attraversò le viuzze dell’abitato dirigendosi verso la periferia dove tutta agitata si fermò davanti ad una modesta abitazione per bussare ripetutamente al suo uscio sinchè venne ad aprirle una donna di media età reggendo in mano una lucerna ad olio che accostò subito al volto della ragazzina e appena la riconobbe esclamò:
" Sei tu Eria! Che vuoi a quest’ora così tarda ? "
" Izzana vieni in fretta a casa! C’è urgente bisogno di te perché mia sorella Neana sta molto male. "
Sono nato un’ora dopo che Izzana varcò l’uscio della casa di Nugreo, proprio poco prima della mezzanotte.
Sono nato quasi di nascosto, inatteso ed indesiderato da tutti, alla fine di una giorno maledettamente infausto, in una casa piena di lutto e di triste dolore dove nessuno poteva o voleva gioire per la mia nascita; pertanto, i miei primi vagiti vennero accolti, non con vezzi o dolci e gioiose parole, ma dai boati dei tuoni, dal sibilare del vento e dallo scrosciare della pioggia di quella notte di tempesta.
Sono, quindi, nato sicuramente sotto una cattiva stella e ciò spiega la ragione per cui appena venni partorito, tutti nella mia famiglia mi hanno respinto per una ragione o l’altra.
Così, quando Izzana, dopo aver reciso il cordone ombelicale, mi mostrò a mia madre che nel frattempo aveva riacquistato i sensi per i dolori del parto, esclamando:
" E’ un bel maschio! "
Neana, volgendo il suo volto da parte opposta per non vedermi, singhiozzando le rispose:
" Portalo subito via perchè non voglio nemmeno vederlo! "
Izzana a queste parole, continuando a reggermi fra le sue mani, rimase quasi impietrita dallo stupore perché, sino ad allora, anche se aveva assistito un grande numero di partorienti, mai le era capitato che una madre avesse respinto il figlio appena nato; pertanto, si convinse che Neana doveva essere uscita di senno.
Io ora so che fece questa terribile azione contro natura per non soffrire più, perchè ben sapeva che con la sola mia immagine le avrei fatto ricordare per sempre l’uomo che l’aveva ingannata e l’aveva fatta tanto soffrire; sapeva che io le avrei ricordato per il resto della sua vita l’amore e la felicità che aveva perduto quando mio padre partendo per la guerra si era rifiutato di trascorrere il resto della sua vita accanto a lei.
Mi respinse anche perchè, avendo tradito la fiducia che era stata riposta in lei, temeva, oltre che le ire di suo padre, anche la vergogna ed il disonore che sarebbe ricaduto sulla sua famiglia per avermi concepito al di fuori del matrimonio.
Izzana, dopo essere rimasta alcuni istanti immobile pensando alla snaturata ingiunzione di mia madre, prima trasalì e, poi, silenziosamente con un’espressione di vivo disappunto le voltò le spalle e, dopo avermi ben lavato, asciugato ed avvolto con un candido lenzuolo che aveva fatto riscaldare presso il focolare, tenendomi fra le braccia, uscì dalla stanza per portarmi nella stanza attigua dove presso il focolare, seduto su uno scanno vi era Nugreo che tutto ripiegato su se stesso con i gomiti poggiati sulle gambe, si reggeva il capo con le mani, mentre con gli occhi arrossati dal pianto fissava silenziosamente i tizzoni ardenti; seduta accanto a lui la sua compagna, anche lei con gli occhi umidi di pianto, cercava di consolarlo con parole di conforto pronunciate sommessamente a bassa voce mentre gli accarezzava la grigia capigliatura.
Anche se Izzana si accostò ai due tossendo per denunciare la sua presenza, essi non parvero accorgersi, nè di lei, nè dei miei vagiti e, pertanto, ella dopo essere rimasta silenziosa alcuni istanti, a voce alta esclamò:
" Vostra figlia non lo vuole! Nugreo dimmi cosa devo farne ? "
Allora mia nonna Arghia voltandosi quasi di scatto fece l’atto di alzarsi per venire a prendermi fra le sue braccia, ma subito il marito trattenendola per un lembo della veste e senza nemmeno voltarsi, con un penoso sospiro e con voce rauca quasi parlando a se stesso esclamò:
" Alla fine di questo maledetto giorno, non bastava la notizia della morte dei miei due figli, non ci mancava che la sua nascita! "
Quindi, tacque per qualche istante per aggiungere, poi, con tono quasi stizzito:
" Quel bambino, oltre che essere figlio della colpa, è nato sotto un cattivo auspicio perché con lui è arrivata la disgrazia, non solo nella mia casa, ma anche nella nostra terra. Non farmelo nemmeno vedere! Portatelo via, pensaci tu e fai in modo che nessuno sappia che è figlio di Neana e sarai bene ricompensata ."
Allora, Arghia, dopo aver abbassato remissivamente il capo in segno di sottomissione al volere del marito, prese da una cassapanca una calda copertina di morbide ed impermeabili pelli di capretto e la diede ad Izzana per ripararmi dalla pioggia mentre, quasi furtivamente e senza essere vista dal marito, riusciva a darmi un suo caldo ed affettuoso bacio sulla fronte.
Così, Izzana, dopo avermi ben avvolto con quella copertina, nel pieno della notte, uscì silenziosamente da quella casa e poiché la pioggia andava facendosi più intensa, ella stringendomi fortemente al suo petto, mi riparò ulteriormente con un lembo della sua mantellina e quasi di corsa attraversò le vie deserte di Asun per raggiungere la sua abitazione il più rapidamente possibile.
Questa era una semplice costruzione circolare sormontata da una copertura conica e al suo interno conteneva un unico ambiente illuminato dalla tenue luce di una lucerna ad olio.
La donna, appena entrò in casa, si avvicinò ad una stuoia stesa sul rialzo del pavimento, dove dormivano abbracciati l’uno a l’altro i suoi due bambini, Gidili e Isele aventi rispettivamente quattro anni ed due anni.
Dopo essersi assicurata che il loro sonno era tranquillo, incurante del fatto che era completamente bagnata dalla testa ai piedi, prima di asciugarsi, si preoccupò di svolgere la copertina di pelli di capretto per constatare che essa mi aveva tenuto ben asciutto per cui mi depose nella culla a dondolo dove, di solito, dormiva il piccolo Isele il quale, quella notte, durante l’assenza di Izzana, forse impaurito dai tuoni, ne era saltato fuori per andare a dormire vicino al fratello maggiore.
Poi, quando ella si toglieva da dosso la veste grondante d’acqua per indossare una lunga camicia di candido lino, io incominciai a piangere ed ella, allora, per farmi acquietare mi riprese fra le sue braccia e dolcemente mi accosto al suo seno per allattarmi amorevolmente e, a voce bassa, mi cantò una ninna nanna sino a quando io, sazio del suo latte, mi addormentai.
Izzana quella notte, si stese in una stuoia accanto ai figli, ma riuscì a dormire poco o niente perché la sua mente era assillata dal mio problema.
Il fatto che fossi stato respinto dai miei familiari l’aveva profondamente turbata e aveva per me un sentimento che stava fra la tenerezza e la compassione quasi per ripagarmi dell’amore che mi aveva negato mia madre.
Rimase, quindi, tutta la notte in una specie di dormiveglia voltandosi da una parte all’altra nella sua stuoia.
Quella notte anche Nugreo non riuscì a prendere sonno, sia perchè era stato duramente colpito, oltre che dalla notizia della morte dei figli e dalla paura che fosse trapelata la notizia della mia nascita.
Izzana era anche una bella donna sulla trentina; si rendeva molto piacente perchè nel suo volto brillava spesso il sorriso velato da un senso di tristezza perchè nella vita sin dall’infanzia era stata poco fortunata.
Rimasta orfana di entrambi i genitori, era stata allevata, assieme alla sorellina, da una vecchia zia dall’animo meschino e dal carattere acido e bisbetico; inoltre, da adulta, appena dopo cinque anni di matrimonio era rimasta vedova li aveva costantemente respinti tutti con un sorriso, rammaricandosi di essere così fatta da non potere mai dimenticare il marito.
Dopo la morte del marito, aveva disarmato ogni pretendente che si era fatto avanti e, pertanto, aveva preferito affrontare da sola la vita e quindi provvedere al sostentamento dei suoi bambini anche se ciò le era costato non pochi sacrifici, adattandosi a fare i più umili e faticosi lavori.
Solo di recente la sua situazione economica era migliorata, quando, per puro caso, aveva scoperto di avare il raro potere di arrestare le emorragie con lo sguardo e di lenire i dolori col semplice tocco della sua mano per cui si era sparsa la fama di guaritrice, non pochi erano coloro che ricorrevano a lei per curare ferite accidentali o per assistere le partorienti.
Izzana, proprio per la mancanza di sonno, era già in piedi ancora prima che l’oscurità della notte venisse rischiarata dalle prime luci dell’alba ed aveva già preso una decisione sul come risolvere il mio caso: aveva, infatti, deciso di recarsi ad Orrile, località isolata distante da Asun poco meno di un’ora di cammino.
A Orrile, infatti, viveva la sorella minore Tiria perchè il marito Addeu, essendo un uomo dal carattere un pò scontroso e amante la solitudine, si era ritirato in quel luogo poco frequentato dalla gente; pertanto, alla sorella ed al cognato non sarebbe stato difficile farmi passare per loro figlio dicendo che a loro avevano avuto due gemelli; ciò anche se io ero un tantino diverso dalla figlia Addara, perchè i miei occhi sono verdi mentre quelli di Addara sono neri.
Mentre le prime luci dell’alba continuavano a schiarire l’oscurità della notte, Izzana furtivamente, badando a fare meno rumore possibile, per non svegliare i suoi vicini di casa, si affacciò all’uscio della casa per osservare il tempo e vedere se in giro non ci fosse qualcuno.
Le strade di Asun erano ancora completamente deserte e quindi la maggior parte della gente dormiva ancora anche se dai comignolo di qualche abitazione usciva del fumo indicando che in forse si stava cocendo del latte per la colazione di coloro che si preparavano per recarsi a lavorare in campagna.
La pioggia era cessata già da un pezzo ma l’aria era ancora satura di umidità e su di essa gravava un cielo plumbeo che riducendo la luminosità della luce del mattino, pareva minacciare nuovi rovesci.
Tuttavia quando, dopo alcuni minuti, Izzana uscì dalla casa tenendomi ben avvolto nella copertina di pelle di capretto, iniziò a spirare un lieve venticello che progressivamente spazzò dal cielo gli scuri nuvoloni di pioggia per disperderli lontano lasciando via via apparire l’azzurro del cielo per annunciare, così, il ritorno del bel tempo.
Ella, quindi, reggendomi in braccio, con passo svelto si affrettò lungo la strada che dall’abitato conduceva in aperta campagna per evitare di essere vista da qualcuno.
Fortunatamente uscì dal paese senza incontrare qualcuno e quando si ritrovò in aperta campagna, seguendo uno stretto sentiero che la pioggia aveva contornato di numerose pozzanghere, dopo aver attraversato un piccolo bosco di querce, giunse innanzi al fiume Arara che appariva tanto ingrossato dalle piogge da rendere pericoloso il guado.
La donna senza esitare attraversò quel ponte speditamente per giungere poi, dopo un breve cammino ai piedi dell’altopiano di Orrile proprio nel punto da dove si vedeva la casa di Addeu; una semplice costruzione di campagna anche se appariva più grande e meglio rifinita di quelle solitamente abitate dai soli pastori.
Orrile era un luogo splendido ed altamente suggestivo per le sue caratteristiche naturali; un piccolo altopiano che con i suoi costoni di roccia rossa spicca notevolmente sulla stessa vallata attraversata dal fiume Arara .
E’ una località ammantata da una folta vegetazione dentro la quale si rintanavano cervi, volpi e cinghiali ed Addeu l’aveva scelta per abitarci edificandovi la sua casa nel sito più favorevole per la presenza di una ricca sorgente e perché a vasto raggio dominava tutto il territorio che circonda, oltre che Asun, anche altri abitati limitrofi.
Egli aveva scelto quel luogo solitario per andarci a vivere perché amava profondamente la natura e soprattutto perché aveva un carattere profondamente timido che lo portava ad appartarsi dalla gente in luoghi tranquilli come Orrile; infatti, il piccolo altopiano era frequentato da qualche pastore e dai pochi militari addetti alla sorveglianza di tutto il territorio i quali, secondo turni prestabiliti, operavano in una decina di piccoli nuraghi distribuiti nei siti più strategici
Per costruirvi la sua casa si era quasi ammazzato di lavoro; aveva lavorato peggio di un mulo, prima per ripulire il terreno dalla macchia, per abbattere le guerce che vi erano presenti e, poi, per spietrarlo completamente per potervi impiantare un orticello e per potervi seminare quel tanto di cereali necessari al fabbisogno della famiglia.
Solo per edificare la casa, secondo l’usanza sarda, era stato aiutato da qualche amico per trasportare nel sito il pietrame per la muratura.
Egli sposò Tiria solo quando finì di costruire la casa e di impiantarvi intorno un vigneto e vari alberi da frutta, perchè per noi Sardi è indispensabile che ogni uomo abbia una propria casa prima di farsi una famiglia.
Addeu quel mattino era intento a tagliare della legna e quando vide arrivare la cognata esclamò:
" Ehi Izzana! Come mai sei venuta a trovarci così presto ? "
" Sono venuta per portarvi una sorpresa. "
Entrati nella casa trovarono Tiria seduta su uno sgabello presso il focolare e tutta intenta ad allattare amorevolmente la neonata Addara; appena li vide con una mano fece loro segno di attendere sino a quando la bambina non avesse finito di poppare.
Izzana e Addeu non attesero a lungo perché, dopo alcuni minuti, Tiria si alzò in piedi e dopo aver deposto la figlia nella culla d’asfodelo, abbracciò e baciò la sorella dicendole:
" Non ti saresti dovuta disturbare a venirmi a trovare così presto, perché già hai fatto troppo per me assistendomi nel parto. "
" Izzana è venuta per portarci un bel regalo che è anche una bella sorpresa che tiene nascosto in quella copertina di pelli di capretto ? "
Allora Izzana, svolgendo la copertina mi mostrò al cognato e alla sorella e mentre io svegliandomi di colpo incominciai a strillare di pianto, esclamò:
" Ecco quale è la sorpresa E’ nato ieri notte in una famiglia molto potente ed importante; è arrivato in questa terra non solo con il temporale ma anche con la notizia della grande disgrazia che ha colpito il nostro popolo, pertanto la sua famiglia, ritenendolo nato sotto infausti segni e per un’altra ragione che non posso rivelare, lo ha respinto affidandolo a me; ma poiché io non posso tenerlo presso di me ad Asun per non tradire il segreto della sua origine, ho pensato, sempre che siate d’accordo, di affidarvelo affinché lo facciate crescere come se fosse vostro figlio; quindi, dicendo in giro che la settimana scorsa con Addara è nato anche lui. "
Udendo questa proposta Addeu e Tiria rimasero d sorpresi e per qualche istante non riuscirono a proferire parola. Poi, riavutisi dallo stupore, reciprocamente si guardarono negli occhi quasi a cercarvi la risposta che dovevano dare ad Izzana.
Poi, Addeu, intuendo che Tiria per la sua bontà non avrebbe mai avuto il coraggio di respingere un essere così fragile ed indifeso come ero io in quel momento, per primo esclamò:
" Questa si che è veramente una sorpresa! " e mentre io continuavo a piangere mi prese dalle mani di Izzana per consegnarmi in quelle della moglie dicendole:
" Allattalo poverino, forse piange perchè ha fame. "
Poi, rivolgendosi ad Izzana le chiese:
" Dimmi che nome gli hanno dato. "
" Lo hanno cacciato via dalla loro casa appena è stato partorito e, pertanto, non ha ancora un nome.."
" Visto che le cose stanno così, il nome allora glielo do io. Lo chiameremo Jolao poiché è il nome che avrei dato a mio figlio se Tiria mi avesse partorito un maschio anziché una femmina, ed in aggiunta Izzana ti dico che se Tiria è d’accordo, lo alleveremo come il fratello di Addara. "
Con queste parole Addeu, prese da una nicchia una zucca piena di un dolce vino e dopo averla stappata, prima di portarla alla bocca, con tono serio, quasi compiendo un rito religioso esclamò
" Beviamo augurando salute e fortuna a Jolao. Beviamo per dargli un benvenuto nella nostra famiglia promettendogli tutto il nostro più grande amore possibile alla pari di nostra figlia Addara. "
Quindi, dopo aver bevuto un lungo sorso la passò a Tiria, e questa dopo avere bevuto a sua volta, la passò alla sorella.
Ma Izzana, prima di bere lasciò colare sulla mia fronte alcune gocce di vino e chiudendo gli occhi per vedere realizzato un desiderio del suo cuore, con voce commossa esclamò:
" Con queste poche gocce di vino, Jolao, io prego Maimone affinché allontani la mala sorte dal tuo capo. Con queste poche gocce di vino io ti auguro una vita fortunata perchè io sono sicura che tu sarai un grande uomo."
***************
Erano trascorsi cinque anni da quando Izzana mi aveva condotto ad Orrile nella casa di Tiria e di Addeu dove, alla pari di Addara, sono stato allevato come se fossi stato realmente loro figlio.
Sono stato allevato non solo con tante premure e cure, ma anche con un affetto tanto grande ed indimenticabile .
In quella umile casa avevo trovato tutto l’amore che mi era stato negato da mia vera madre; ho trovato mille premurose attenzioni che facevano di me un bambino sereno e felice.
Così, nella mia prima infanzia sono cresciuto bene, sano e robusto, diventando veramente quel bellissimo bambino di cui Addeu era orgoglioso.
Anche Izzana era molto legata a me e lo dimostrava venendo a trovare la sorella, con una scusa o l’altra, molto più spesso di quanto faceva prima.
Tiria lo aveva capito quando aveva incominciato a notare che la sorella non poteva restare molto tempo senza vedermi e ne era un tantino gelosa perchè aveva anche notato che Izzana aveva per me molte più attenzioni di quante ne aveva per la piccola Addara; aveva, cioè, notato che la sorella, ogni qual volta varcava l’uscio della sua casa, appena mi vedeva, raggiante di contentezza, mi prendeva fra le sue braccia per riempirmi di baci e di coccole e, per contro, riservava alla nipotina solo qualche carezza.
Cioè Izzana si comportava con me, come se io fossi suo figlio alla pari di Gidili e d Isele, e quando la sorella le fece notare la predilezione che ella aveva per me, ella con espressione un pò risentita, le rispose:
" E’ mio dovere dare un pò d’amore a Jolao perchè non è un bambino nato sotto il segno della fortuna e perchè sento che anche se lui diventerà un grande uomo dovrà soffrire molto nel corso della sua vita. "
Oltre Tiria, anche Gidili, il figlio maggiore di Izzana, più grande di me di circa quattro anni, era molto geloso dell’affetto che la madre nutriva per me poichè mi considerava un vero e proprio intruso.
Ben presto questa gelosia si trasformò in un vero e proprio astio che manifestava facendomi, nascostamente e in ogni occasione, tutti i dispetti possibili, rasentando spesso una vera e propria crudele persecuzione nei miei confronti.
Infatti, spesso, Izzana, quando veniva a visitare la sorella, si portava appresso i suoi bambini per farli giocare con me e con Addara, per cui in quell’occasione, mentre solitamente Isele giocava tranquillamente con me e con la cugina, Gidili, col pretesto che era il più grande, pretendeva di imporci i suoi giochi preferiti che spesso erano per me, per il fratellino e Addara, difficili o pericolosi come ad esempio, quello di correre con un solo piede facendo più salti, o di arrampicarci sui rami più alti degli alberi per cui, quando ci rifiutavamo di seguirlo, lui ogni volta se la prendeva solo con me avvilendomi con male parole, ma anche, quando non era visto, picchiandomi con schiaffi e, talvolta, con qualche calcio negli stinchi.
Se poi si giocava alla corsa lui faceva sempre in modo di farmi cadere malamente dandomi una spinta con le mani o qualche sgambetto.
Non potevo nemmeno rifiutarmi di giocare perché, quando giocavo da solo, con una scusa o l’altra, si avvicinava a me e dandomi nascostamente dei pizzichi mi costringeva a partecipate ai giuochi scelti da lui.
Pertanto, poichè lo temevo, ogni volta che lo vedevo arrivare insieme alla madre, correvo a nascondermi nell’orto o nel foraggio che Addeu raccoglieva per il bestiame, anche se poi non serviva a nulla perchè, subito dopo, Izzana, Tiria,o Addara venivano a cercarmi.
Non potevo nemmeno lamentarmi di tutti i maltrattamenti che subivo da parte di Gidili perchè egli minacciava di mettermi sulla lingua delle grosse spine se io avessi detto a qualcuno che lui mi picchiava di nascosto.
Pertanto, fui costretto a sopportarlo sino al giorno in cui lui la fece molto grossa; cioè sino al giorno in cui lui, giocando alla corsa, mi diede una forte spinta per cui, dopo avere sbattuto la faccia contro un albero, caddi svenuto mentre da un lungo taglio sulla fronte, usciva abbondante il sangue.
Isele e Addara che correvano dietro di me, appena mi videro riverso sull’erba col volto tutto pieno di sangue piangendo dallo spavento incominciarono a gridare disperatamente:
"Accorrete! Presto accorrete! Gidili ha ucciso Jolao! "
Queste grida naturalmente richiamarono subito l’attenzione delle madri le quali, spaventate, lasciando ciò che stavano facendo, uscirono fuori di casa per vedere che cosa era successo.
La prima che accorse presso di me fu naturalmente Izzana e, quando mi vide in quelle condizioni, credendo che io fossi realmente morto divenne pallida come un panno di lino; ma appena si chinò su di me, si rassicurò perchè si era resa conto che io respiravo ancora.
Dopo avermi fatto rianimare spruzzandomi sul volto dell’acqua fresca portata da Tiria, mi sollevò e mi portò dentro casa per medicarmi la ferità.
Nel frattempo, richiamato dalle grida delle due donne, era arrivato Addeu e appena mi vide piangente, mentre Izzana cercava di fermare il sangue con lo sguardo e tamponando la ferita con foglie di noce, tutto agitato e pieno d’angoscia esclamò:
" Cosa è successo al mio bambino ? "
" Niente di grave." gli rispose Izzana e minimizzando il fatto aggiunse:
" E’ solo un taglietto sulla fronte che si è fatto per colpa di Gidili; tu, piuttosto vai in fretta a cercare l’erba che cicatrizzante. "
Mentre tutti erano attorno a me, nessuno, però, si era accorto che Gidili era sparito; se ne accorse solo Addeu quando rientrò con una manciata di foglie cicatrizzanti, perchè lo cercò per punirlo.
Così, quel pomeriggio, allo spavento per quello che mi era capitato, si aggiunse anche la preoccupazione per la sua scomparsa; preoccupazione che ebbe termine quando Addeu, dopo qualche ora di ricerca lo ritrovò nel vicino bosco, nascosto dentro una grotticella.
Gidili non fu punito perchè Addeu, pur avendo fatto un frustino con un ramoscello, non ebbe il coraggio di picchiarlo per non fare soffrire Izzana.
Non venne picchiato perchè in suo favore intervenne Tiria minimizzando l’accaduto ed ora solo io so che fece ciò, non per compassione per il nipote, ma soprattutto perché nei miei confronti, nutriva un affetto misto a gelosia perché convinta che il marito volesse più bene a me che alla stessa Addara.
Gidili venne soltanto aspramente rimproverato dalla madre e dallo zio e, da quel giorno in poi, gli fu proibito di giocare con me, con il fratello Isele e con la cugina e ciò naturalmente fece crescere in lui la gelosia e l’assurdo rancore che nutriva per me.
A parte questo e altri inconvenienti, la mia vita presso la famiglia di Addeu e Tiria si svolse tranquilla e serena sino a quando io rimasi ad Orrile
La mia permanenza ad Orrile durò poco più di cinque anni ed ebbe fine una calda mattina estiva quando io ed Addara, all’ombra del fogliame di una grossa pianta di noci, stavamo giocando coll’acqua, seduti sull’erba proprio sul bordo di una larga pozzanghera formata da me con uno sbarramento di sassi nel largo rigagnolo che usciva dalla base della grande vasca circolare costruita da Addeu presso la sorgente per raccogliere l’acqua necessaria per irrigare il suo orticello.
Giocavamo al mio gioco preferito ponendo a galleggiare sull’acqua di quella pozzanghera, profonda cinque o sei dita, dei mezzi gusci vuoti di noci, immaginando che fossero delle navi e colpendoli poi con dei sassolini in modo da farli affondare.
Quella mattina, mentte giocavo con Addara, ad un tratto, udii dietro di me un nitrito che mi fece voltare di scatto per vedere, a breve distanza, un uomo a cavallo dall’aspetto severo ed austero; del cui arrivo non mi ero accorto per l’eccitazione del gioco.
Era un uomo già dai capelli grigi e dall’aspetto importante ben diverso da quello di tutti gli adulti, per lo più umili pastori e contadini, che solitamente venivano ad Orrile per visitare Addeu per una ragione o l’altra; infatti anziché a dorso nudo e cinto da un semplice perizoma, era vestito molto bene perchè indossava l’uniforme di un capo militare.
Anche se la sua presenza ci fece smettere di giocare, io, diversamente da Addara, non ne fui per niente intimorito; continuai a guardarlo con curiosità perché era la prima volta che vedevo un cavallo a distanza così ravvicinata.
Di quell’uomo mi incuriosiva particolarmente il lucente pugnale gammato di bronzo che portava trasversalmente sul petto, infilato in una specie di largo cinturone indossato a tracolla.
Egli, mi fissò in silenzio e smontò da cavallo per dirigersi alla mia volta e quando mi fu davanti chinandosi alla mia altezza e scrutando attentamente ogni particolare del mio volto, mi chiese affettuosamente :
" Tu sei Jolao; è vero? "
" Si! E tu chi sei ? " gli chiesi di rimando con tono curioso; ma lui, anzichè rispondermi, continuò ad osservare attentamente il mio volto; poi , accarezzandomi i capelli con voce commossa aggiunse:






















































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1 commento:

  1. Basta, io non ne posso più di sentire balle sulla nostra storia, ma anche sulla realtà socio-politica odierna.
    Bruno, La ringrazio per le sue delucidazioni.

    Qui si tratta di riniziare da zero.

    Alessà

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